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Lui & Lei


Matinéè - parte prima

           di PAN23

 Scritto il 09.03.2010    |    Visualizzazioni: 10.320  |    Votazione 6.6:

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Aédis bussò alla porta e senza attendere risposta entrò discreta e silenziosa nella stanza, ancheggiando vistosamente sulle gambe longilinee. Il suo ancheggiare, elegante e spontaneo per la natura propria della ragazza, era accentuato dall'aver addosso ai piedi un paio di scomodi trampoli – degli stivaletti di pelle nera dal tacco altissimo, una delle calzature che il suo esigente padrone aveva appositamente scelto per lei e che le imponeva di portare per le ore che restava al suo servizio. Quella mattina indossava un completino blu scuro con risvolti bianchi, maniche a palloncino molto ampie e rigonfie, polsini in pizzo, gonna corta sopra il ginocchio con orlo in pizzo di crinolina bianca, calze di seta nere, grembiulino bianco in pizzo tenuto stretto di dietro da un fiocchettone bambinesco e rococò (che lei trovava semplicemente ridicolo), e come di prammatica la relativa cuffietta bianca sulla testa (che lei detestava dover portare). Sempre l'esigente padrone, naturalmente, le imponeva direttive circa il vestiario da indossare: egli la sera le lasciava scritto, sul foglio di un notes affisso nella bacheca della servitù, come avrebbe dovuto presentarsi l'indomani – l'aveva rifornita, per ogni occasione, di un guardaroba ricco e ben assortito di divise di tal fatta, capaci di trasformare una femmina indomita, quale lei si riteneva, in una deliziosa bambolina impacchettata e pasquale. Era una gran bella ragazza: alta, dalla muscolatura nervosa, agile, con un che di selvatico e animalesco nelle sue movenze, snella ma dalle curve generose e il seno prosperoso, la carnagione scura, le labbra sensuali, i capelli nerissimi con riflessi violacei, gli occhi di una bellissima ed intensa tonalità smeraldo che proiettava uno sguardo fiero e altero (ma che sapeva dissimulare e capovolgere nel contrario quando voleva, o doveva costretta dalle circostanze – e doveva farlo con gran frequenza, dinanzi al proprio principale). Il rumore dei tacchi, diversamente sonoro e ritmato, era completamente assorbito dalla morbidezza sontuosa dei tappeti di quella stanza, che avvolgevano e carezzavano le suole non appena la cameriera con il suo incedere le poggiava a terra. Il padrone la salutò con un secco e distante “Buongiorno”, mentre lei avanzò verso di lui, con quel passo silenziato dalla necessità del luogo, lei stessa silenziosa, quasi un automa inespressivo ma di suprema eleganza. Egli stava già seduto presso il suo scrittoio settecentesco di mogano, immobile, con lo sguardo vitreo che fissava oltre la finestra. Aédis depositò delicatamente davanti a lui l'ampio piatto in argento finemente sbalzato, che recava cesellato lungo il bordo un verso tratto da un Epigramma di Marziale: Cur lingit cunnum Lattara? Ne futuat(1). «Tra poco le servirò la colazione» esordì lei, rompendo il silenzio con il suo marcato accento francese. «Sempre il solito?». «Il solito, certo» rispose
lui. Aédis voltò le spalle, esibendo per qualche istante il suo posteriore allettante e prosperoso verso il padrone, che fu tentato di afferrarlo tra le mani, darvi un pizzicotto oppure una pacca, ma si trattene, non era il momento – sarebbe stato solo un gesto di affrettata, spontanea volgarità. La domestica s'incamminò verso l'uscio, poi scomparve dietro la porta, che lasciò aperta. Il Signor Kia restò pensoso e chino sopra lo scrittoio per alcuni istanti. “Finalmente un altro po' di tonico per il mio povero cervello!” esclamò tra sé. Quindi prese una cannuccia d'argento tra le dita lunghissime e sottili, e cominciò a dare l'assalto alla prima delle bianche strisce, accuratamente distese, invitanti sul piatto al di sotto della sua faccia, aspirando profondamente. La luce del mattino continuava a filtrare dalla finestra aperta, bella e appena tiepida. Luce che danzava in giochi molteplici di prismi minuti e cangianti, si proiettava all'interno in ampie strie, bianche e gialle, investendo radiosa buone porzioni dei tappetti a terra, la sponda del letto e parte della sua coperta, e uno spicchio dello scrittoio. Luce chiara e rischiaratrice. O meglio accecante e odiosa, per le fotosensibili pupille del Signor Kia. La tenebra, solo all'infinita vastità della Tenebra e dell'Oblio egli anelava! I passeri al di fuori continuavano a cinguettare allegramente, frullando e giocando tra loro poco distanti dalla finestra, posandosi a tratti sul davanzale. Giocavano, cantavano. Allegramente. O meglio fastidiosamente, per le ipersensibili orecchie del Signor Kia. Egli si stava ricoprendo con una vestaglia damascata giallo ocra. Avesse potuto torcere il collo a quei dannati passeri, strappargli la garrula lingua fuori dai becchi famelici, da quegli inutili strumenti buoni solo ad emettere stupidi canti, e ad ingurgitare cibo onde proseguire nel perpetuare l'inutile, meccanica, tediosa catena di bruti inconsapevoli! L'eterna catena che lega, che ci tiene prigionieri alla Vita! Il silenzio, solo l'infinito Silenzio della Morte e del Nulla egli bramava... Volse ancora lo sguardo verso l'immagine dell'unico, gigantesco uccello che soltanto amava e idolatrava. Quello che si protendeva nella fierezza della propria maestà entro il ritratto del possessore di cotanta bestia: il tre volte venerabile, tre volte benemerito, tre volte illustre San Rocco da Ortona a Mare, il santo patrono della mona e delle poppe care – potesse il suo Nome benedetto essere sempre invocato ed adorato su tutta la Terra! – , che nella preziosa icona appesa alla parete stava raffigurato con il bronzeo petto spuntare allo scoperto, fuoriuscire spavaldo da quella tonaca, quel saio di casta lussuria costituito da una vestaglia rosso porpora orlata di nero velluto, che lo avvolgeva per il resto del venerato corpo; l'abito col quale aveva sancito il voto talare della sua sacra missione e che indossava con classe impareggiabile, e con quello indosso aveva compiuto svariati e comprovati miracoli. Stava inoltre raffigurato nell'atto di sgranocchiare devotamente una patatina, mentre quel suo passero solitario prendeva il volo dal basso, giù dall'apertura e dalle pieghe della vestaglia veneranda, svettando incontrastato ed offrendosi all'adorazione di due graziose fanciulle, raffigurate completamente nude e prostrate ai piedi del Santo, una alla sua destra e una a sinistra, con le natiche per aria sollevate ben in alto. Ancora il Signor Kia rivolse a Lui un'accorata, silenziosa supplica; ancora si portò la mano sul sesso, e prese a carezzarlo lievemente per qualche istante attraverso la stoffa sericea del pigiama. “Oh Santo Rocco, abbi pietà della mia lunga miseria! Posa il tuo sguardo misericordioso su questo mio uccello poverello e bisognoso, che s'aggira smarrito come un lebbroso per le impervie vie del mondo! Aiutalo tu, aiuta me che sono il tuo devoto lebbroso...” proruppe tra sé gemente e sconsolato. E intanto quel bigoncio rattrappito e ripiegato che sonnecchiava nel mezzo delle sue gambe cominciava a dare segni di un risveglio pigro e stentato, cominciava a distendersi, ad allungarsi un poco, e ad emettere dall'orifizio all'apice della punta un gocciolo accennato e colloso d'eccitazione, simile ad un filetto di bava colato dalla boccuccia di un bimbo al suo risveglio nella culla. La cameriera ritornò, portando un altro piatto d'argento, sulla cui superficie si ergevano tre uova sode montate su altrettanti portauovo sempre in argento, e dello stesso metallo una piccola saliera vi era pure collocata sopra. Il piatto recava sbalzato ai bordi il verso di un altro Epigramma di Marziale: Saepe soloecismum mentula nostra facit(2). Il naso del Signor Kia intanto cominciava ad attaccare la seconda striscia. «Ecco la sua colazione, signore. Faccia con comodo, vado a prepararle il bagno» disse Aédis adagiando il piatto a breve distanza dall'altro, al momento in cui il padrone stava facendo sparire con gran rapidità la striscia sotto la narice. «Anche stamattina ti sei ... sniff... dimenticata di fare la riverenza... sniff... al Santo... sbrogh» proruppe egli con tono seccato e severo, interrotto dai borbottii gutturali e dalle inalazioni nasali che a tratti ne rompevano la voce. «Oh mi scusi signore, mi dispiace tanto, mi perdoni, rimedio subito» e detto questo rapida ella si volse verso il ritratto di San Rocco, si portò le mani sui fianchi afferrando tra le dita i lembi della gonna, piegò le ginocchia divaricandole con grazia verso l'esterno. Restò così per qualche istante, cominciando a sussurrare: «Santo Rocco, proteggi sempre la mia vagina e mantienila sempre ben lubrificata ed elastica. Ti imploro inoltre di ridonare alla preziosa verga del mio amato padrone il turgido splendore di un tempo. Amen». «Brava» sentenziò soddisfatto e sorridente il Signor Kia. «Adesso vattene, voglio restare solo. Prepara il bagno, e bada che l'acqua sia alla giusta temperatura». Uscita Aédis, egli si apprestò a sgusciare il primo uovo, spalmandolo ripetutamente con le dita contro il suo palmo sinistro. Com'era stanco di quella prigione, di quel volontario esilio in cui si era confinato nel suo proprio mondo! Girare e rigirare sempre sugli stessi pensieri, percorrere sempre le stesse vie circolari che riportano sempre al punto d'origine, ripetere sempre le stesse tediose azioni, circoli viziosi che sempre si ripetono all'infinito, circoli che s'incastrano tra loro, ora più larghi ora più stretti ma sempre soffocanti, come frattali dell'assurdo, matriosche sul palcoscenico dell'inutilità. Questo valeva per il mondo al di fuori, quando volontariamente aveva deciso di rifuggire la massa pecorile dei suoi simili e la società, che lo disgustavano. Ma il discorso non era cambiato poi molto nemmeno dopo aver tentato di creare un proprio mondo personale e privato. Era sempre la stessa broda, la stessa prigione, solo addobbata e ricamata con più classe. No, nemmeno tutti i sottili artifici che la sua sublime Mente aveva messo in atto erano riusciti nell'intento di gabbare il flusso inesorabile dell'esistenza, la ridda alterna della Vita che scorre ed imprigiona alla necessità: procreazione – sussistenza – morte, nascita – crescita – decadimento; ciclo insensato senza fine. Egli non poteva fuggire, non poteva fuggire nemmeno la sua Mente, perché anch'essa fatta di carne, Carne figlia della Vita, e oltre la Carne era incapace di andare. Ci aveva provato, s'era adornato di qualche cencio misticheggiante, aveva provato a varcare la soglia della visione. Ma egli non era un visionario, la sua natura era di Carne, nemmeno facendo ricorso ad esperimenti con l'oppio, con il laudano, con gli infusi di Anhalonium lewinii, era riuscito a scrutare oltre lo specchio degli eventi. Una volta terminata l'operazione preparatoria, appena l'uovo risultò completamente ripulito biancheggiando nella sua odorosa mollezza, salò abbondantemente, spalancò la bocca e se lo infilò dentro, prendendo a divorarlo voracemente in pochi bocconi. Fatta una pausa, si concesse la terza striscia. Ancora ripeté il rito violando il secondo uovo e divorandolo, quindi soffiò via la quarta striscia d'un sol fiato, poi passò a lavorarsi e infine a divorare l'ultimo uovo. Soddisfatto, rimase in contemplazione, assorto nel suo mondo, respirando l'aria frizzante del mattino che penetrava dalle imposte aperte della finestra. Respirò, con soddisfazione e al contempo ripugnanza: nonostante tutto, la Vita era ancora in lui. Sovrappose tra loro i due piatti, li scansò. Prese da un cassetto la penna e un foglio in carta d'avorio recante stampigliato lo stemma del suo casato nobiliare, e si dispose a scrivere una lettera per il Confine del Mondo. S'interruppe bruscamente dopo averne vergate poche righe, assalito dal tedio. Si sollevò di colpo dalla sedia Savonarola del XVI secolo, e diede una cinquantina di passi per la stanza. Ripensava alla prime cinque righe che aveva scritto sul foglio, le ripeteva mentalmente in continuazione, come un disco incantato che non riesca a procedere oltre nella riproduzione del suono. “Mio caro Confine del Mondo, sono anch'io sempre più persuaso che il significato che attribuiamo alle nostre azioni non sia che la vanità della nostra presunzione. Come tu mi avevi detto un tempo, quello che noi facciamo o crediamo di fare non conta nulla; le cose vanno in un modo o nell'altro indipendentemente dalle nostre scelte, dalle nostre azioni. L'idea che noi abbiamo in potere di fare (forse persino di pensare) una qualsiasi cosa, è mera illusione...”. Di tanto in tanto si arrestava, faceva scivolare nervosamente l'indice sul ripiano di un mobile o di un comò, e raccoglieva sulla punta di quel dito una particola del velo di polvere che vi si era depositato. «Aédis, dannata puttanella» ringhiò tra i denti, mentre osservava con aria contrariata il dito imbrattato e tinteggiato di grigio, «ancora una volta non hai spolverato a dovere, come ieri ti avevo raccomandato di fare... ma adesso ti farò vedere io, ti infliggerò una punizione esemplare!». Aprì con furia un cassetto del commode vittoriano in radica di noce, e vi estrasse un frustino da cavallerizzo in nerbo di bue, lungo un'ottantina di centimetri, non troppo sottile, fasciato da una treccia di due strisce di cuoio nero, terminante all'estremità in una spessa capocchia di cuoio che gli conferiva una silhouette vagamente fallica. Con tale arnese stretto nella destra ripiegata sul fianco, tenuto alto e ritto dietro la schiena, puntò a passi decisi verso l'uscio della stanza, che naturalmente non varcò se non prima di essersi voltato verso l'immagine di San Rocco, sebbene un po' distante e all'altro capo della stanza, per renderle omaggio con un profondo inchino. In preda alla frenesia indottagli dall'eccitante da poco assunto, sentì il membro divenire un poco turgido – c'era ancora speranza. Uscì.

Aédis si era rintanata nel piccolo e dozzinale gabinetto riservato alla servitù, come era solita fare quando, oltre al dover espletare le proprie necessità, cercava momenti di solitudine, o voleva dar sfogo ai suoi muti rancori e alle sue paturnie. Aveva solo pochi minuti per starsene in pace, prima di dover andare nell'altro bagno, quello padronale, a preparare la vasca per le abluzioni del Signor Kia. Si sentiva particolarmente infelice e nervosa, dentro sé inveiva e imprecava contro il suo padrone, come faceva praticamente ogni giorno. Ogni santo giorno durante cui doveva subire i continui rimbrotti e le umiliazioni di quell'essere tirannico, sempre più spesso veri maltrattamenti, fatti di violenze fisiche oltre che verbali o psicologiche. E sempre più spesso costui aveva preso anche ad allungare quelle lubriche mani sul suo corpo, per dar sfogo alla propria impotente libidine. La toccava, la palpeggiava, ammiccante. Le richieste di prestazioni sessuali si facevano sempre più esplicite e pressanti. Cercava di fingere di assecondarlo, di dargli di tanto in tanto un riluttante contentino, facendo violenza al proprio intimo ribrezzo. Non ne poteva più, ma non trovava la forza di opporsi, era completamente soggiogata al suo potere. All'insaputa del suo principale, aveva collocato in quella misera cella a lei riservata – l'unica in cui egli non metteva praticamente mai piede – un minuscolo altarino, poggiato a ridosso della parete che fronteggiava la tazza del water. Esso stava accuratamente coperto per la maggior parte del tempo da una tela di iuta ricavata da un sacco per patate. Si trattava in realtà di tre cassette per la frutta capovolte, in listelli di legno, messe una su l'altra a formare una pila, e sul ripiano dell'ultima vi stava sistemata una bugia di coccio che reggeva un moccolo di candela. Sulla parete, appena sopra l'altarino, stava attaccata una modesta immaginetta – solo, in realtà, una foto su una pagina strappata da un rotocalco –, piuttosto sciupata e un poco ingiallita: quella di San Fabrizio da Catania, il patrono delle vallette con le tette senza vizio e piene di mediatica smania, raffigurato tutto palestrato e gonfiato, tutto depilato, tutto tatuato, tutto lampadato e, naturalmente, tutto nudo (tranne la faccia, su cui portava un paio di occhialoni da sole, e un polso, su cui recava un orologio d'oro massiccio, e sempre d'oro qualche catena che pendeva giù dal collo). Peccato davvero che quell'immagine, tanto squallida nella sua sciatteria quanto eccitante per i cervelli vuoti di certe femminette (ma anche di maschietti), alle quali pareva essere per qualche misterioso motivo benefica apportatrice di irrefrenabili fregole, fosse anch'essa quasi sempre ricoperta dal triste telo. Dopo essere entrata, aver chiuso a chiave e aver fatto quattro isterici passi intorno per l'area stretta di quello stambugio, si arrestò di botto davanti al suo sacrario inconfessabile e segreto, tolse via il ruvido drappo, accese con un cerino la candela e si inginocchiò. Cominciò quindi a piagnucolare sottovoce, tra i denti, e protese verso l'effige del Santo le mani giunte. Diede sfogo a tutta la sua intima disperazione, pregando ed invocando accoratamente: «Oh Santo Fabrizio, abbi pietà della mia lunga miseria! Io lo so che tu sei molto più potente di quella mezza cartuccia sottospecie di santo che quel bastardo del mio padrone tanto venera, e che costringe pure me ogni giorno ad omaggiare. Ma tu lo sai che io venero solo te, te solo: l'unico, vero, solo padrone della mia anima e della mia passera, sei Tu. Sai quanto sono disperata, afflitta, tu solo lo sai. Io non credo in San Rocco, io credo solo in te. So che con la tua immensa fotogenica potenza puoi abbattere quel fastidioso uccello del tuo rivale. Moncaglielo, strappaglielo, stritolaglielo. Il tuo è molto più grosso, molto più lungo, molto più bello di quello di San Rocco, ne son certa. Aiutami, te ne prego: fa' crepare quell'infame del mio padrone, il Signor Kia; anzi, prima fallo diventare ancora più impotente, mummificagli l'uccello, faglielo rinsecchire, rendiglielo minuscolo, microscopico, deve fare la stessa fine che devi far fare a quel fottuto di San Rocco. Non voglio più fare la cameriera. Fammi diventare, ti prego, una valletta, una velina, meglio ancora una presentatrice della tivvù. Se mi farai questa grazia, acquisterò questo palazzo del Signor Kia – dopo averlo seppellito con le mie stesse mani, naturalmente – e lo dedicherò a te: lo farò diventare il tuo tempio, sarà il mausoleo dove vi farò portare le tue reliquie e ovunque, all'interno e all'esterno, vi sarà apposto ben visibile il tuo santo emblema, la Corona. Nel parco farò edificare una statua d'oro che ti raffiguri, colossale, e una gigantesca antenna trasmittente radiotelevisiva. Ci saranno telecamere dappertutto, milioni di telecamere, chi entrerà a farti visita e a venerarti dovrà trovarsi nel più grande reality show di tutti i tempi, trasmesso in tutto il Mondo. Difenderò la tua reputazione, dimostrerò come siano del tutto infondate e ignobili le accuse con cui certi magistrati hanno osato lordare la memoria del tuo santo Nome, ricoprendolo di fango. Sì, tutti gli uomini e le donne dell'intero Mondo dovranno venerarti, dovranno riconosce che tu sei l'unico, il vero, il solo Santo che esista; il tuo Nome eccelso dovrà essere proferito con reverenza e timore dalle labbra di ognuno, dovrà risuonare sospirato ed invocato per tutte le stelle, per tutte le galassie, per l'intero Universo, per i secoli dei secoli. Ed io sarò la tua somma sacerdotessa, ti dedicherò tutta me stessa e tutta la mia figa. Sarò la tua valletta, sarò l'annunciatrice e la testimonial del tuo verbo, sarò la devota presentatrice che attraverso la tivvù lo diffonderà...». Mentre stava farfugliando questo lungo sproloquio, la ragazza cominciò ad eccitarsi. In preda alla foga logorroica, la vulva le si dilatò tutta, quasi esplodendo, iniziò ad irrorare umori sulla stoffa delle mutandine, dapprima impercettibilmente, poi vieppiù copiosamente, e man a mano che ella s'infervorava nella supplica la chiazza di bagnato si ingrandiva, l'umidità si faceva grondante e gocciolante, e una volta impregnata l'intera area dell'indumento, rivoli densi e appiccicaticci cominciarono a tracimare da più parti, prima sottili, poi sempre più larghi e abbondanti, rigando la pelle morbida e vellutata dell'interno delle cosce, impregnando la seta delle calze, correndo giù fin quasi a toccare la cavità posteriore delle ginocchia. Non essendo più in grado di trattenere e dominare la propria eccitazione, giunta a quel punto Aédis sciolse la congiunzione delle mani, e le portò entrambe sull'orlo della gonna, che pian piano tirò un poco sopra, fino a scoprire quasi del tutto la bianchezza fradicia delle mutandine, di cui frontalmente fece capolino un ampio lembo triangolare attraverso la forca delle cosce congiunte. Continuando la sua supplica delirante, la svergognata allargò le ginocchia e le cosce, poggiò il sedere sui talloni. Con le dita di entrambe le mani, posate tra il ventre e l'attaccatura delle cosce, cominciò un lento movimento di andirivieni, facendole penetrare al di sotto delle mutande attraverso gli orli laterali, fino a raggiungere le grandi labbra della vulva, per meglio accarezzarle. Fece avanti e indietro in tal modo per un po' di tempo, dapprima con delicatezza, poi con intensità sempre crescente, allargando e stringendo le labbra della sua passera. Ansimando ripeteva il nome di San Fabrizio, prese ad afferrare con forza le labbra tra le dita, come a voler strappare quella liquida carne dal resto del suo corpo, mentre premeva i polpastrelli dei pollici contro il clitoride, ben ritto al di sotto dell'umida stoffa delle mutande. Li rigirava attorno al bulbetto, pizzicandolo, spremendolo come un adolescente si spremerebbe un foruncolo, quasi a volerlo eradicare dalla propria sede. Raggiunto l'acme e prossima all'estasi, completò l'opera manipolatoria portando la destra sopra il ventre, e se la infilò – con un certo impaccio a causa della gonna – sotto le mutande. Finì la sua tiritera rivolta a San Fabrizio esplodendo in un prolungato, sebbene emesso in sordina, gemito di soddisfazione, che si sarebbe trasformato in un urlo selvaggio se non si fosse trattenuta, con estremo sforzo, avendo tema che il Signor Kia potesse sentirla. Tratta fuori la mano, la portò sopra l'immagine sulla parete, e prese a carezzarla delicatamente e bramosamente con il palmo; le offerse quel velo di umori che era rimasto appiccicato sulla pelle, ne cosparse pertanto la carta del ritratto, sul viso e sul corpo di San Fabrizio, sussurrandogli dolcemente: «Tieni mio caro, mio amato, questo è il mio sacrificio, l'offerta di me a te». Spossata, si risollevò, traballando un poco sulle gambe – quei maledetti trampoli di stivaletti per poco non le facevano perdere l'equilibrio! Doveva fare pipì, quindi si abbassò le mutandine e sollevò la tavoletta della tazza appena dietro di lei. Quel fanatico del suo padrone aveva voluto riportare perfino lì, in quella stanzetta negletta e per il resto disadorna, dove lui non metteva mai piede, un verso tratto da un Epigramma dell'amato Marziale, forse a beffa della servitù. Erano lettere cubitali a rilievo sulla fòrmica bianca della tavoletta del water, colorate in nero di seppia: Cum futuis, Polycharme, soles in fine cacare(3). Aédis si era sempre chiesta cosa diavolo mai potessero significare quelle arcane parole, di cui riusciva ad intuire con facilità solo il significato di cacare: forse e probabilmente, l'intera frase era un augurio per una buona defecazione. Poco importava; quando ogni cosa sarebbe andata in suo possesso, avrebbe fatto sparire tutte quelle dannate incomprensibili scritte che impestavano le mure, le pareti e certe suppellettili nella vasta dimora. A queste, vi avrebbe fatto sostituire il sacro stemma della Corona. Ovviamente, anche San Rocco sarebbe dovuto andare in esilio. Adagiò il bel deretano sulla tazza, e dopo qualche istante partì la pisciata. Il flusso, potente e prolungato, risuonò dentro la conca del water, amplificato, argentino, dapprima flebilmente, poi aumentando sempre più d'intensità, facendosi quasi simile ad una cascata, quindi diminuì, divenendo di nuovo flebile, smorzandosi poco a poco. Infine cessò; e al silenzio seguì il tonfo nell'acqua di tre grossi goccioloni, a breve distanza l'uno dall'altro. E ancora fu silenzio. Aédis frattanto pensava a come poter far fuori il despota. Si ripulì per benino la passera, strofinandola energicamente con la carta, e l'interno delle cosce ancora umidiccio. Avrebbe potuto usare della stricnina, da mischiare al caffè o meglio ancora alla coca che gli serviva, oppure avrebbe potuto cospargere col cianuro le pagine dei libri che egli leggeva – da qualche parte aveva sentito che un tempo molti avvelenamenti erano eseguiti in tal modo. Ghignava, Aédis: non era, in fondo, proprio la Morte quello che lui cercava, non era forse già un morto vivente? Rimase ancora qualche minuto seduta sulla tazza a pensare. Avrebbe dovuto fare anche la cacca, per la verità, ma vi rinunciò; si stava facendo tardi, e doveva affrettarsi ad andare a preparare il bagno per il Signor Kia. Per liberare un poco l'intestino, lasciò andare una loffa sommessa, accompagnata da un lungo sibilo, simile a quello che fanno i palloncini bucati quando si sgonfiano, le cui esalazioni s'innalzarono come incenso a gloria di San Fabrizio da Catania, inondandone la sacra immagine con una fragranza mista tra il lampone e il limone marciti, che usciva e saliva dalla fessura tra il water e le gambe semiaperte di Aédis (aveva terminato la cena con un'abbondante macedonia di lamponi, la sera precedente, e a colazione aveva bevuto una limonata calda, poiché aveva bruciori di stomaco).

...... continua

1. Perché Lattara lecca la fica? Per non fottere.
2. Errori di sintassi commette il cazzo nostro sovente.
3. Dopo la scopata, Policarmo, sei solito farti una cacata.

23sexy23@libero.it


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