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Lui & Lei


Matinée - parte seconda

           di PAN23

 Scritto il 12.03.2010    |    Visualizzazioni: 6.145  |    Votazione 6.7:

paneros.splinder.com

Dopo, sentendosi più leggera e svuotata in parte dei suoi gas, la cameriera emise un sospiro,
un “Ah!” di soddisfazione; si alzò dalla tazza, e in tutta fretta si cambiò le mutandine ormai
fradicie, indossando un altro paio color celeste chiaro, preso dalla cesta della biancheria. Si
rassettò e si ricompose davanti al piccolo specchio, facendo ben attenzione che la gonna
della divisa ritornasse ad una forma impeccabile e non vi rimanesse addosso neanche una
piega. Non tirò lo sciacquone, né abbassò la tavoletta, visto che aveva deciso che l'olezzo
della sua orina doveva permanere e spandersi per il gabinetto-sacrario, come una grata
libagione, persistente per almeno qualche ora, sempre a onore e maggior gloria di San
Fabrizio da Catania, patrono delle vallette con le tette senza vizio e piene di mediatica
smania. Spense la candela però, e come al solito rimise al suo posto il telo, per prudenza,
nascondendo altarino e immagine. Poi se ne uscì.
Egli entrò. Entrò nella stanza da bagno, estesa e sfarzosa come tutte le camere della sua
dimora, adorna di suppellettili preziose e ridondanti che correvano lungo le pareti ricoperte di maioliche azzurre. Sul margine della fila superiore di queste, lungo le due pareti al di sopra della vasca, era riportato un verso tratto dal Carme XXI di Catullo, inciso a caratteri cubitali dipinti in oro zecchino: Frustra: nam insidias mihi instruentem tangam te prior irrumatione(1). Aédis aveva già riempita la vasca, una leggera nebbiolina di vapore aleggiava per l'ambiente quando il padrone spalancò d'improvviso la porta. La cameriera stava china ai bordi della vasca, con il dorso della mano a pelo d'acqua per saggiarne la temperatura. Stava rannicchiata sopra un tappeto persiano variopinto, poggiando il generoso deretano sulle caviglie, che lo facevano sporgere all'infuori e sembrare un poco più opulento di quanto non fosse, e lo offrivano completamente alla vista del subitaneo invasore appena introdottosi nel bagno, incombendo alle spalle della ragazza disarmata e ignara. «Il suo bagno è già pronto, signore; sarei venuta io a chiamarla». Egli richiuse la porta. La bizzarra vasca era sormontata, su uno dei lati minori, da una riproduzione in gesso della Venere Cnidia di
Prassitele: ai piedi della statua erano state collocate le manopole del rubinetto, mentre il
cannello dorato di questo sbucava fuori dal pube della Dea. Un rigagnolo sottile d'acqua
stava ancora scorrendo giù, passando lungo quelle gambe statuarie prima di precipitarsi
nella vasca, ormai quasi colma. Ci furono lunghi istanti di silenzio, in cui regnò solo il
suono, in quell'ultimo frangente attenuato e flebile, dello scroscio dell'acqua che cadendo si
mesceva all'acqua. Poi lei girò la manopola, e il flusso d'acqua s'interruppe. Voltò appena di
striscio la testa verso il padrone. «Prego,
si spogli pure, signore. Vuole che vada a prepararle
una cioccolata calda per dopo?». Oltre al vapor d'acqua, il volume del bagno era saturo
dell'aroma di un incenso alla tuberosa che Aédis aveva acceso, collocando il bastoncino
fumigante accanto alla vasca, infilato nell'apposito supporto in ottone lucidato, il quale poggiava sopra il ripiano di un trespolo d'ebano stile Art Nouveau, ai piedi di un vaso di
porcellana cinese d'epoca Qianlong, a forma ovoidale, decorato con una laccatura a fondo
rosso su cui spiccavano farfalle, cicale, motivi floreali e tre alberi di salice. Prima dell'alba
lei aveva il compito di riempire sempre quel vaso con un mazzo di rose. Quella mattina ce
n'erano venti, di rose: rosse, fresche, profumatissime e molto grandi, nel rispetto scrupoloso di uno dei rituali domestici che il rigido protocollo del suo padrone prescriveva. «Aédis, Aédis... cosa ti avevo raccomandato di fare ieri?» sibilò lui tra i denti con tono maligno e insinuante.
«Cosa, signore? non ho capito, può ripetermi?» disse lei, ancora frastornata dal rimbombo dello scroscio d'acqua, rimastole nelle orecchie e dalla spossatezza post orgasmica. ù«Cosa ti avevo detto di fare per bene ieri, cosa ti ho sempre detto di fare con la massima cura?!!»
tuonò lui alzando adirato il volume della la voce. «Co... cosa? ieri? Non ricordo, signore, a.. a cosa intende riferirsi? Ho fatto tutto quello che mi ha ordinato di fare» biascicò lei in tono mortificato e affranto.
«La polvere. Ti avevo detto che non volevo più trovare quella dannata polvere in giro per la mia dimora – ehm, quella che mi imbratta il mobilio e i pavimenti, non quella che mi servi la mattina e la sera, s'intende! Ti avevo detto di spolverare per bene, ti avevo detto di non farmi più trovare un solo granello di pulviscolo a girare indisturbato per le stanze. Quante volte te l'ho ripetuto, Aédis, quante? Quante volte te lo dovrò ancora ripetere? Quante volte dovrò stare a sgolarmi per fartelo capire, per farti capire che devi spolverare meglio, spolverare per bene? Non-voglio-più-vedere-polvere-non-voglio-più-trovare-un-solo-mobile-soprammobile-o-suppellettilecoperti-di-polvere! Capito?». «Ss...sì signore, ma... ma io ho fatto del mio meglio, le giuro. ho spolverato accuratamente tutto, ho fatto come lei mi ha detto, ho passato e ripassato molte volte il panno, non ho tralasciato nessuna camera, nessun oggetto. sono stata ore a... ma va bene, farò... farò come lei vuole, farò meglio. mi perdoni, signore» disse ella tentando invano di giustificarsi.
«Non accetto questo genere di scuse. Vuoi
prendermi in giro, negare forse la tua negligenza e affermare che mi sto sbagliando?
Se avessi fatto davvero il tuo dovere, non si vedrebbero le tracce di questo risultato!»
e dicendo questo, dopo esser avanzato di tre passi, egli pose repentinamente e bruscamente, con una certa solennità, il suo indice sotto il naso della ragazza (dopo aver passato il frustino
nell'altra mano, tenuta dietro la schiena), per mostrarle la lieve patina di grigiume che
ancora compariva sul polpastrello imbrattato.
«Ma signore, le assicuro che...» balbettò la
poverina, imbarazzata e intimorita dal tono sempre più minaccioso del padrone. «Silenzio!
Osi ancora continuare a giustificarti? Adesso ti impartirò la lezione che meriti...» e dicendo
questo il Signor Kia sfoderò il braccio sinistro, fulmineo lo fece partire da dietro la schiena levandolo ben in alto per esibire quel frustino spavaldo, appena incurvato in avanti e un poco verso destra, impugnato come uno spadaccino impugnerebbe il moschetto. Egli arretròun poco. La ragazza si voltò verso la figura che prima si stagliava alta e segaligna alle suespalle, ora minacciosa e sempre più incombente davanti a lei, ruotando le suole degli
stivaletti, restando nella medesima posizione, accovacciata. Cominciò a tremare tutta come
un pulcino implume in attesa dell'imbeccata della chioccia, protendendo al massimo grado il
collo e levando in alto lo sguardo. I suoi occhi presero a fissare il padrone con un'espressione languida e un po' ebete, nel tentativo di intenerirlo. «No no, la prego signore, ho fatto tutto quello che potevo, abbia pietà, no!», e mentre diceva questo, Aédis congiunse le mani strettamente e le protese verso il padrone. «Che fai, piantala, sai bene che così non riesci a far altro che ad esasperarmi ancor di più, sai bene che è inutile, no che non avrò pietà, nessuna pietà...» sogghignò il Signor Kia, fissandola con un'espressione perfida
ma meno adirata, quasi stesse pregustando la soddisfazione e il piacere che avrebbe ricavato
nel somministrare la punizione alla ragazza. Intanto batteva lentamente e ritmicamente
contro il palmo di una mano il frustino che era agitato dall'altra. «Non usi di nuovo
quell'arnese... la prego, lo ha già fatto la settimana scorsa e sono stata male per tre giorni,ho imparato la lezione; la prego, la prego, qualsiasi altra punizione ma non mi percuota con quell'affare. Se vuole le leccherò le scarpe con la lingua, mi infili pure la testa nella tazza delcesso, ma quello no, no...» così protestava e piagnucolava la remissiva ragazza, ma nella sua interiorità stava ribollendo di rabbia, i suoi pensieri colmi di odio brulicavano di imprecazioni e maledizioni, meditavano e mettevano in opera atroci vendette, nel lasso di quei pochi secondi in cui la lingua simulava blandizie e sottomissione. “Maledetto” pensò Aédis. “Ancora una volta vorresti maltrattarlo e violarlo, ma il mio povero culetto grida vendetta, te la faremo pagare”. Era la seconda volta che il nobiluomo utilizzava tale strumento di correzione sulla sua serva, ogni giorno che passava egli era sempre più in
preda ad un'esasperazione incomprensibile e assurda, che sembrava avanzare in un crescendo inarrestabile e senza fine, di cui non era possibile prevedere sin dove sarebbe
potuta arrivare, né quando, quale e quanto grande sarebbe stato il prossimo scoppio
improvviso di follia. «Sei proprio patetica, adesso la tua punizione verrà raddoppiata, non
avrò nessuna pietà. Ora vòltati, su, mostrami il posteriore e solleva la gonna, e non fare
storie» così le disse il Signor Kia, con l'aria impassibile, altera, di chi si aspetta di essere
obbedito senza obiezioni. «Ss... sì, come lei vuole, signore». E così Aédis tornò a girarsi,
lentamente, ruotando le ginocchia, afflitta e rassegnata. Appena il suo culo fu
completamente sotto gli occhi del nobiluomo, si tirò su la gonna, disvelando le chiappe,
vellutate, sode, ed ovali come due piccole angurie acerbe, sulla cui pelle color ambrato
spiccava dall'alto, fino ad incunearsi nel mezzo, il triangolino semi raggrinzato delle
mutandine in pizzo color celestino – fresche di bucato, il paio che aveva indossato poco
prima –, ed ai lati la fettuccia nera del reggicalze, che discendeva giù fino a raccordarsi alle calze di seta. Quella pelle di pesca, che peraltro per l'intera area dei due globi ellittici e speculari non avrebbe dato segno di imperfezione alcuna nell'ordinario, recava ancora una serie di sottili striature, dolente ricordo lasciato dal nerbo crudele del Signor Kia giusto la settimana precedente. Striscioline oramai appena appena rilevabili sul bruno della pelle, rivestite da labili crosticine di sangue raggrumato, che andavano solcando quelle rotondità, qua e là intervallate da lividi bluastri, più o meno orizzontalmente in direzioni semicircolari; e parevano procedere un poco dall'alto verso in basso o, viceversa, dal basso verso l'alto.
Ella inarcò il sedere, o piuttosto abbassò le spalle. Ci furono lunghi istanti di silenzio,
durante i quali la cameriera continuò a tremare, iniziò a sudare freddo, sbiancando in volto,
persistendo nella sua mente a lanciare maledizioni all'indirizzo del Signor Kia, ad invocare il nome di San Fabrizio affinché venisse in suo soccorso. Il possente figuro alle di lei spalle passò il frustino nella destra, lo sollevò in alto di nuovo con maggiore decisione, e con gesto ieratico diede principio come ad una solenne cerimonia. Cominciò a farlo schioccare quattro volte di seguito sulle floride natiche di Aédis, abbassando e sollevando il braccio con
studiata lentezza e vigorosità, per lasciare ogni volta sulla carne che trasaliva una traccia
rossiccia del proprio sibilante passaggio.
«Questo è stato solo il primo assaggio, preparati ad un'altra razione di quattro dolci carezze...» fece il raffinato aguzzino alla sua preda, con un sorriso sardonico e luciferino. La ragazza, per preservare la propria dignità, si era sforzata di non emettere un solo lamento, aveva stretto i denti le labbra, mentre due righe di saliva avevano cominciato a fuoriuscire ai lati della bocca, e grosse gocce di lacrime a sgorgare giù dalle palpebre. E quelle liquide pene cadendo si mescolavano e si congiungevano e si confondevano, andando a formare sul sottostante tappeto una leggera umida chiazza, appena percettibile, che si allargava un poco dopo ogni colpo che lei riceveva. Malgrado i suoi
sforzi, la poverina non poté riuscire a rimanere completamente muta e impassibile, e a tratti
mugolii risuonarono, bassi e soffocati, all'interno della bocca austeramente serrata. Il nostro virile protagonista sentiva finalmente quello scampolo di vitalità proveniente dalla sua più intima nobiltà, che già prima sul principio del mattino aveva ricominciato a sbocciare con una certa prepotenza seppur ancora soffocata, farsi vieppiù impetuoso in seguito
all'aperitivo costituito da quei colpi, e ogni qual volta il frustino aveva morso rabbioso la
carne di Aédis, subito dopo il turgore del suo batocchio s'era accresciuto, fatto più gagliardo;
aveva conquistato e acquistato con dignitoso sforzo centimetri di lunghezza, quasi a voler
rivaleggiare in fierezza con l'altra verga – impareggiabilmente ben più lunga nella sua inerte
natura – che il proprietario di entrambe brandiva nella mano. Un bitorzolo serpentino e
sempre più prominente spiccava tra le gambe del Signor Kia, facendo capolino da sotto la
vestaglia, premendo contro e vellicando la stoffa del pigiama di seta, guizzando leggermente
ora a destra ora a manca, come a voler ansiosamente cercare a tentoni uno spiraglio, una via di fuga, forse sospirando di riuscire a rifugiarsi all'interno di una liquorosa fessura.
“Finalmente, finalmente, ti sei ridestato, sei risorto a nuova vita! Miracolo! Gaudium
magnum et summa spes! Grazie Santo Rocco, grazie! Sei tu che hai fatto il miracolo, tu
solo...” esclamò tra sé il novello Lazzaro, o sarebbe meglio dire il proprietario di tale
novello Lazzaro. Esteriormente non si scompose più di tanto, nulla diede a vedere,
impassibile proseguì nel suo rituale flagellatorio. Riprese quindi a colpire, flemmatico e ieratico, ancora diede quattro colpi su quel mappamondo diviso nel mezzo in due perfetti emisferi, carnale e carnoso, tanto insidioso nelle sue tentazioni voluttuose quanto indifeso e completamente offerto. Altri quattro colpi secchi, di cui ciascuno schiocco aveva risuonato più melodioso di una musica sinfonica, più squillante di un coro di trombe militari, entro le giulive orecchie del Signor Kia. Ma c'era di più. Al suono prodotto all'interno della dimora, contemporaneamente s'era aggiunta la voce del vento al di fuori, impetuosa. Un vento di tempesta sopraggiunto all'improvviso, che bussava e picchiettava contro le imposte delle finestre, giocava con gli alberi e le foglie stormite, tessendo mulinelli fischiettanti e volanti ora qua ora là.
Tutto si udiva in modo chiaro. Stava arrivando la pioggia, portata dal vento, e in lontananza già si udivano i primi, remoti tuoni. L'imminente sinfonia che la Natura si apprestava ad orchestrare, per qualche inconscia ragione rallegrò i pensieri del Signor Kia.
Ma in fondo, non sono altro che i misteri dalla meteorologia: e la meteorologia è una
scienza importante. Egli si euforizzò, ma al contempo era balenata agli occhi della sua
Mente una visione che lo turbò: reminiscenze, sprazzi del sogno della notte precedente – e
un'ombra, proprio quell'Ombra! La figura grottesca e scimmiesca di Zos, che si andava
insinuando torbidamente nel solco delle chiappe della ragazza, dentro, nel mezzo delle sue
mutandine... e poi l'albero del salice, il Salice delle Folle Estinte, ricordo doloroso del
passato funesto. Solo un'allucinazione, probabilmente. Da scacciare al più presto. Egli si stropicciò gli occhi con la mano, ritornò in sé. Ma sì, era meglio dimenticare, far finta di
niente. Aédis non riuscì più a trattenersi, e proruppe in un lungo pianto a dirotto, in
singhiozzi strazianti che avrebbero fatto tenerezza all'intero agglomerato di macigni delle
mura pelagiche di Alatri, ma che non toccarono il cuore disseccato del granitico nobiluomo,
eccitato da ciò in misura ancora maggiore. Prima che partisse l'ultima sferzata, la sfortunata
domestica, strisciando in avanti di un passo e levate le mani dal pavimento, si aggrappò e si
appoggiò sul bordo della vasca, premendo lì sopra anche la propria fronte, oltre ai gomiti. Si stringeva la nuca tra le mani, affranta, e continuava a piangere con un lamento via via
sempre più acuto, diventando lo strumento che si andò a sommare al concerto di melodie
naturali così tanto liete per le orecchie del Signor Kia. Era in tal modo l'orchestra al
completo, o si sarebbe aggiunta ancora qualche voce inusuale? Il rombo dei tuoni, intanto, si
udiva sempre più dappresso alla sfarzosa dimora. «Ah, ti sei già arresa, piccola stupida! Ed ora ti metti anche a piangere come una bimbetta senza spina dorsale! Sei proprio patetica!» disse lui in tono squillante e trionfante. «Ti avviso che ora avrai un'altra razione. Preparati! Anzi, adesso abbassati le mutande». Nel tentativo di aprir bocca, Aédis si sporse piano e affannosamente all'interno della vasca, solo un poco fino all'altezza del mento. Si era morsicata la lingua, e dalla bocca aperta lasciò scivolare un denso filo di bava misto a
sangue, che andò pian piano a riversarsi nell'acqua della vasca, poi ne emise un secondo
ancor più denso e vermiglio, espettorando con forza, violentemente e rumorosamente, e anche questo ebbe la sorte del primo, mescolandosi più giù con l'acqua. Su un tratto smaltato della vasca rimase appiccicata una lunga scia rossastra e irregolare. «Ma cosa dice no, no, non può umiliarmi così. Dove vuole arrivare, cosa vuole ancora da me!?» fece lei
dopo aver dato due colpi di tosse, e al termine delle parole si raschiò la gola, tossì di nuovo.
«Osi ancora discutere? Avanti, togli quelle fottute mutande... Guarda cosa hai fatto! Come
hai osato insudiciare l'acqua per il mio bagno con le tue servili, inutili deiezioni, piccola
cagna?» protestò il raffinato esteta, contrariato e indispettito per quella profanazione non preventivata. «Mi scusi, signore, non accadrà più». Dette queste parole, la ragazza concluse che era meglio per lei obbedire e non irritarlo ulteriormente, e continuando a tossire si portò a tentoni la destra sul posteriore, la quale con un certo impaccio annaspò per cercar di tirar giù le mutandine, ormai non più immacolate ma venate da striscioline di sangue, e dopo un po' riuscì nell'impresa. Il culo era ormai tutto arrossato e a tratti livido, e mostrava una serie
di sei-sette striature orizzontali, sbavanti leggermente sangue, disposte in sequenza una
sull'altra, quasi a ricordare una di quelle figure enigmatiche che costituiscono la serie di
esagrammi dell'oracolo cinese de “I-Ching”. Anche così conciato, restava comunque un
gran bel culo. Reso cieco dall'eccitazione che quella visione gli stava procurando, il Signor
Kia iniziò a colpire violentemente senza remore. Nella furia i colpi non si contavano più, si
succedevano ad un ritmo sempre più serrato – smach, smach, cianf, cianf, smach, cianf,
smach, cianf, smach... La ragazza, estenuata, si allontanò dal bordo della vasca, prese a
gattonare come a cercare una difficile via di fuga, la gola si gonfiò, le mancò talmente il
fiato da non riuscire a pronunciare nemmeno una sola “a”. Barcollò, a tastoni si mise a
cercare un appoggio su cui sostenersi, alternando una mano all'altra. Si era volta alla propria sinistra, e percorso un breve tratto afferrò una delle gambe del treppiede Art Nouveau, s'aggrappò ad esso e vi crollò addosso. Il treppiede si rovesciò, e assieme a questo il vaso colle rose e il bastoncino d'incenso che vi erano poggiati. Il tonfo del treppiede fu precedutoda quello del portaincenso, che ruzzolando risuonò per tre volte squillante come una campana a festa e, quasi all'unisono, da quello ben più fragoroso del prezioso vaso, che
cadde rovinosamente andando in mille pezzi, i quali si sparpagliarono per tutta la stanza,
mentre le rose si disposero tutte attorno al fianco di Aédis. L'incenso, espulso dal suo
supporto e bagnato dall'acqua, si spense immediatamente. I tre tonfi furono accompagnati
dal rumore dei tuoni al di fuori, ancor più vicini. L'aura chiara e solare del mattino si stava tramutando in un'ombra densa e scura, simile a quella che accompagna il crepuscolo, anzi la sera inoltrata, ed era un'ombra rischiarata ad intermittenza dal tetro bagliore dei lampi. La tempesta di vento stava infuriando raggiungendo il suo apice. Aédis si ritrovò prona,completamente riversa sul tappeto persiano, inzuppato dall'acqua che era contenuta nel vaso. Il Signor Kia strabuzzò gli occhi, spalancò la bocca, lasciato cadere il frustino si portò le mani tra i capelli. Quel vaso gli era costato una fortuna. Rimase così, muto,
completamente inebetito, per lunghi istanti in cui il silenzio imperò glaciale e anche i tuoni
tacquero; solo il muggito soffocato del vento si udiva ancora, e l'agitazione delle fronde che
esso tormentava, e a tratti il frinire dei vetri alla finestra che pizzicava come le corde di
un'arpa indisponente. Rimase così, immobile, impassibile come un granchio sulla scogliera
marina prima del sopraggiungere dell'onda. Forse gli ricomparì nuovamente davanti agli
occhi l'ombra di Zos. Forse. I tuoni ripresero a cannoneggiare, le loro vibrazioni ora
iniziavano a riverberarsi sui vetri, sulle fondamenta, sui pavimenti, sulle mura della vasta
magione. Il nobiluomo ruppe la propria immobilità statuaria, si piegò per raccogliere il
frustino. «Cara, mia cara signorina Aédis» riprese lui rompendo anche il silenzio, con voce
bassa, melliflua, insinuante, e stranamente calma se la ragazza considerava la reazione che
avrebbe dovuto far seguito dopo quanto accaduto, e che lei puntualmente si aspettava, «tu
credi che io non sappia? Che non l'abbia scoperto?». La ragazza tacque per un po' perplessa, non capendo a cosa volesse alludere. «C.. co... cosa, signore? Cosa sta cercando di dirmi? Lavorerò fino ai prossimi cent'anni per ripagarle il vaso, se così desidera e me lo chiedesse...». Era rimasta ferma nella medesima posizione dal momento della caduta; la voce, da quell'angolazione, usciva con un timbro squittente e squillante, particolare, mentre lei continuava a poggiare la guancia destra contro il pavimento. Era tutta indolenzita, ma si accorse con sommo stupore che le stava capitando un fatto nuovo: quel dolore lancinante che la percorreva dal bacino fino all'estremità dei polpacci, stranamente le aveva acceso dentro un'intensa voglia, si stava trasformando in una subitanea eccitazione, e tutto quel fuoco attorno stava coccolando la sua micia, che in mezzo alle gambe cominciava a fare le fusa, ad essere percorsa all'interno, nella sua segretezza ancora socchiusa, da una crescente
produzione di un umore ricolmo, come la primavera al suo principio, di grida di richiami, di blandizie ormonali. Mai e poi mai il Signor Kia avrebbe dovuto accorgersi di questo! Era forse di questo che si era dunque accorto? “Oh no, no, che vergogna!” pensò la ragazza, nel profondo però ancora più eccitata alla sola idea; e intanto fece scivolare piano la destra, la portò su una delle rose che le giaceva accanto, e ne strinse forte il boccio nel suo pugno.
«Ah ah, Aédis Aédis, che mi dici? Ti preoccupi del vaso? Che m'importa? Posso
comperarmene quanti ne voglio e di molto più belli e pregiati. Non ti basterebbero cento
vite per riuscire a risarcirmi. È stata anche colpa mia, in fondo. Dimmi, Aédis, qual è il
segreto che mi stai nascondendo?». A quelle parole, che dal timbro mellifluo stavano via via
tornando, in crescendo, a farsi autoritarie e severe, il viso della ragazza diventò di colpo più paonazzo del suo culo. Se n'era accorto! L'aveva scoperta! Aveva scoperto lo stato latente
della sua eccitazione! Ella ripiegò le ginocchia contro il petto, si portò al petto la rosa che
stringeva nella mano, la strinse a sé con entrambe le mani ripiegandole sul suo seno, si
raggomitolò tutta assumendo una posizione fetale. Poi, con un gesto automatico e istintivo,
irrazionale si potrebbe dire, fece scivolare la destra, e la rosa che questa recava, sopra la
natica, e da lì la fece discendere pian piano giù, fino a che la rosa non ricoprì il sesso ben
serrato tra le cosce, quasi a voler formare un estremo baluardo, una barriera a difesa della
sua pudicizia. «Di', confessa! Credi che io sia uno stupido, che non lo sapessi, che non lo
avessi già da tempo scoperto!?» urlò lui con veemenza, prendendo a dar colpetti
tamburellanti col frustino contro il bordo della vasca. «So quello che fai di nascosto,
tramando contro il tuo padrone, lo so molto bene... Di', confessa! So bene che tieni nel tuo
lurido gabinetto privato l'altrettanto lurida immaginetta di quel cesso di San Fabrizio, so
dell'innominabile devozione che gli porti... Eretica! peccatrice! ambasciatrice del Biscione!
Come hai osato tradire me, e soprattutto, come hai osato tradire Santo Rocco!!! È da tempo
che l'ho scoperto, credevi che non facessi mai visita alle tue stanze private? Traditrice!
fedifraga del tuo padrone! svergognata! cagna da due soldi! immonda meretrice!». La
ragazza cominciò a piangere istericamente, a lanciare grida a squarciagola, lamenti
disperati. Disteso il corpo, si dimenava, si rotolava avanti e indietro a dritta e a manca, si
tirava i capelli, batteva le mani o i pugni a terra, si strappò le mutandine di dosso – ancora
penzolanti a mezz'aria tra le ginocchia – lacerandone violentemente la stoffa che si portò
dentro la bocca, e prese a morderle serrando e digrignando i denti. I tuoni al di fuori
rumoreggiavano inquieti e imprevedibili, sempre più vicini, sempre più intensi, sempre più
fittamente. Il vento era cessato, e al suo fiato si andava sostituendo il ritmo tintinnante delle
prime gocce di pioggia, che ancora relativamente lontane si udivano abbattersi sulle frasche
e sulle foglie degli alberi, e quel nuovo strumento che veniva ad aggiungersi al gran
concerto universale pareva quasi volesse intonare un pianto funebre, commosso, per la
povera Aédis. E intanto il Signor Kia proseguiva, in silenzio, a picchiettare il bordo della vasca col suo frustino, e i suoi occhi stavano ancora fuori dalle orbite, preda dell'ira ma compiaciuti nel contemplare le reazioni della ragazza. Passata la crisi isterica, tornata a coricarsi sul fianco dopo l'episodio di parossistico dinamismo, Aédis rimase ad occhi chiusi, immobile, con le mutandine strette tra i denti, terrorizzata e rassegnata nell'attesa dell'imminente colpo di grazia che il suo aguzzino le avrebbe certamente inferto: cosa avrebbe fatto? Ci sarebbe stata una nuova e letale scarica di frustate, l'avrebbe massacrata di calci, le avrebbe tagliato la lingua e cavato fuori le budella, oppure sarebbe stato pietoso e l'avrebbe finita con una sola, semplice stilettata al cuore?
Tali furono i pensieri che turbinarono per la mente della poverina. Il magnanimo nobiluomo frattanto stava realmente decidendo sul da farsi, su quale sevizia sarebbe stata più idonea, ma aveva intenti meno cruenti, quasi mansueti – si fa per dire – rispetto alle aspettative della ragazza, poiché aveva
voglia di godere e bisogno di eiaculare, quindi doveva trovare la maniera più conveniente e
dilettevole per punirla e al contempo sollazzarsi. Pensò dapprima di proseguire ancora con la flagellazione, ma gli era venuta a noia. Nella concitazione degli avvenimenti susseguitisi, l'uccello aveva perduto quel miracoloso vigore, quella turgidità che poco prima aveva riattizzate tutte le sue spente speranze, inondandolo di gioia trionfale. Non gli erano certo venute meno la voglia e l'eccitazione, però. Doveva anche fare una bella pisciata, e questo di sicuro disturbava il decollo del suo usignol piccinino.
Una volta liberato dal liquido che lo ingombrava, Lazzaro sarebbe risorto nuovamente! La pioggia intanto era sopraggiunta fin
sopra al palazzo, e iniziava a ticchettare delicatamente sul tetto. D'un tratto, realizzò che avrebbe potuto servirsi della bocca della cameriera come di un wc. Abbandonato il frustino
sul bordo della vasca, ai piedi della statua di Venere, decise così di spogliarsi completamente. Si sfilò la vestaglia, quindi si liberò del pigiama e di ogni altro indumento,
lasciando cadere tutto sul pavimento. La pioggia andava aumentando il suo vigore, il
rumorio che produceva diventava via via più insistente, invadente, fastidioso; cominciò a
martellare con metodicità il tetto, mentre i lampi abbacinanti e rapidi penetravano al di
dentro attraverso la finestra, i tuoni infuriavano. Le sferzate l'avevano ulteriormente
stimolata all'urgenza che già la fisiologia di per sé la disponeva in quella mattina, e Aédis
sentiva l'intestino saturo gorgogliare e sommuoversi, in subbuglio come il cielo che stava
sopra di lei: doveva proprio fare la cacca, e non avrebbe potuto trattenerla ancora per molto.
Egli avanzò nello scompiglio delle rose abbattute, facendo attenzione a non poggiare i piedi nudi su quegli steli ben trincerati e insidiosi. E i suoi piedi furono rapidamente innanzi al volto della ragazza. Col piede destro si poggiò e diede uno scossone alla guancia di lei, che trasalì; poi si chinò, le afferrò la testa per la cuffia, tirandola a sé e sollevandola. «Continua pure a tenere gli occhi chiusi, è un ordine» disse lui, mentre a forza le levò via i miseri resti delle mutande dalle labbra, liberando la bocca. «Ora apri per bene la bocca, e non fare storie, ma comincia a fare semplicemente “aaaah”». Aédis eseguì senza fiatare né comprendere, più preoccupata della cacca che di altro, intenta a serrare tutti i muscoli delbacino, dello sfintere e del perineo. In fondo, eseguire quella specie di gargarismo l'avrebbe aiutata a mantenere la concentrazione sul suo ventre inquieto. «Aaaaaah...» incominciò a fare lei. L'intervallo temporale tra tuoni e fulmini stava divenendo sempre più breve, la
distanza tra rumore e bagliore più corta. Ella era in procinto di dover fare una scoreggia, e
pensò bene di approfittare di quell'atmosfera, così rumoreggiante e propizia, per attendere il
primo tuono utile che si sarebbe presentato, e mollarla lì in contemporanea ad esso. Il tuono
provvidenziale non tardò a manifestarsi, e non appena si udì il principio del suo ruggito
subito Aédis aprì un pochino l'ano, e diede fuori una potente scarica d'aria. Il problema del
rumore era forse risolto, si augurò solo che non se ne avvertisse troppo l'odore (ma poteva
pur sempre contare sulle rose sparse come ausilio, e sulle residue volute dell'incenso: i loro profumi sarebbero di certo venuti in suo soccorso!). Egli portò il becco del suo nobile
fringuello all'altezza della bocca della ragazza, aiutandosi colla sinistra, mentre colla destra seguitava a serrarle la chioma inguainata. Scappucciò il glande. Dopo pochi istanti liberò un getto paglierino e dirompente, che si riversò immediatamente sulla lingua e sull'ugola della giovane cameriera, inondandole rapidamente la cavità della bocca, tracimando al di fuori lungo le gote, il mento, il collo di Aédis, e da lì prese a gocciolare a terra diviso in larghi rivoli. La pisciata fu abbondante, con somma liberatoria soddisfazione del Signor Kia. Ella gorgogliò, e il suono che stava emettendo si trasformò in un borbottio simile a quello di uno scarico d'acqua intasato mentre viene sturato da una ventosa, e che presto si smorzò, tacitato in qualche attimo. Stava per soffocare, tossì violentemente a più riprese, e a più riprese rigettò abbondanti quantità dell'orina che non era riuscita a deglutire. Il sapore salmastro e ammoniacale del liquido le avvampò l'esofago, le irritò le papille della lingua saturandole di disgusto. Rimase basita e confusa sul momento, ma non tardò a realizzare ciò che
quell'essere ripugnante le aveva fatto.

..... continua

1 Non servirà: mentre mi tendi queste insidie io prima te lo ficcherò in bocca.

23sexy23@libero.it


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