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Lui & Lei


Matinée - terza ed ultima parte

           di PAN23

 Scritto il 19.03.2010    |    Visualizzazioni: 2.281  |    Votazione 6.2:

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Mentre lei stava boccheggiando senza fiato con la faccia rivolta contro il pavimento, il Signor Kia scoppiò in una risata sguaiata, poi chiosò esultante: «Ah ah ah, argh... bene, sei stata contenta di questo brindisi alla salute del tuo amato San Fabrizio? Ah ah ah ah, perché non vai da lui e non gli porti un po' di questo nettare? Vedrai come sarà contento, vedrai! Ah ah ah, con la lingua glielo devi portare, va' a leccarti la sua immagine, leccala tutta quanta e imbrattala col mio piscio!». Lei sollevò il capo e gli gettò un'occhiataccia piena d'odio, mentre il bagliore di un lampo fissò nella luce giallastra la staticità di quel momento, di quella scena. Le scappava un'altra puzzetta, e usò lo stesso espediente di cui si era servita prima. Il tuono fuori scoppiò fragoroso, e fragoroso fu pure lo sbuffo che le uscì dal culo. Tutte le pareti vibrarono. Aédis temeva che la volta successiva oltre all'aria sarebbe potuto uscire qualcosa di ben più solido: doveva trovare al più presto un modo per venir fuori dall'imbarazzante situazione. «Ha avuto la sua soddisfazione, ora mi lasci andare, la prego, la prego» supplicò lei in tono sommesso e mortificato. «Soddisfazione? No, non ancora». Un nuovo lampo inondò la stanza. Sotto quella luce potente ed effimera, rifulse la gloriosa erezione del Signor Kia, quale mai ne aveva più avute dall'ultimo decennio trascorso. Infine ce l'aveva fatta! Lazzaro era risorto! Resurgeat et triumphabit. E come a voler coronare quel trionfo, fattosi tromba di gloria il culo divino della domestica intonò e squillò una solenne scoreggia ancora, al rombo del tuono. Il nobile galletto decise subito di approfittare dell'insperata occasione, per cercare di cacciare a forza nella latrina orale della sua servetta la nocchia rigonfia e violacea, dal volume di tutto rispetto. Afferratale la testa con entrambe le mani, spinse e spinse la propria lancia cercando un varco attraverso la cavità riluttante. Ella tentò in ogni modo di ritrarsi, si divincolò, serrò le labbra e mugugnò protestando. Le diede allora quattro scappellotti sulle guance, quindi la prese per il mento e il naso e la forzò ad aprire la bocca. Ottenuta l'adeguata apertura, rapidamente fece scivolare la testa del serpente dentro la tana, e fece centro con disinvoltura. Alla ragazza non restò che arrendersi, e cominciare a suggere la polpa dell'ingombrante frutto. Il Signor Kia iniziò a dare spinte di bacino e colpi di reni, con movimenti a tratti rotatori, prima lentamente poi aumentando via via il ritmo. Le sue narici aristocratiche e sensibilissime avvertivano per la stanza uno strano odore, che si mescolava a quello floreale delle rose, e a quello oramai molto tenue lasciato dall'incenso. No, non era solo
l'afrore della sua orina che esalava dal pavimento; c'era un odore animalesco e denso, aveva il sentore di bacche fermentate e l'acidità degli agrumi ammuffiti. Non riuscì ad individuarne la provenienza, ma esso amplificò la sua eccitazione in maniera esponenziale. Bastò che mollasse appena un attimo la presa delle mani sulla testa della ragazza, che questa subito lasciò scivolar fuori dalle labbra il glande, fece un balzo all'indietro e si sollevò in piedi stizzita. Egli invece restava assorto, gli occhi socchiusi e la testa reclina contro la nuca, sprofondato in uno stato estatico, quasi catalettico. Mentre questi rimaneva immobile, Aédis con rapidità felina andò ad impadronirsi del frustino, e subito con tre balzi fu di nuovo davanti al suo despota. Prese a percuoterlo furiosamente sul petto, intanto che egli permaneva nella medesima posizione con il suo stoccafisso in stato di alzabandiera permanente effettivo, e ciaff ciaff ciaff e smach smach smach, e ciaff ciaff ciaff e ancora smach smach smach, finché lui presto non barcollò, perdendo l'equilibrio nel momento in cui un lampo s'insinuò abbacinante per la stanza. Si ritrovò supino, riverso a metà tra il tappeto e il pavimento, in mezzo al can can odorante delle rose e del piscio. La furia di Giove pluvio aveva raggiunto un culmine impressionante, e seguitava a lanciar giù saette fragorose e cupe. Il Signor Kia invece, che prima non aveva emesso un sol gemito, lanciò un urlo di dolore in accordo con un tuono, non appena si ritrovò atterrato su tre steli di rose che gli perforarono la schiena e le braccia. Aédis cominciò a prenderlo a calci, a calpestarlo puntando ripetutamente gli stivaletti con tutta la forza che aveva in corpo, contro il petto e il ventre, e sbottò: «Lei... lei non dovrà più permettersi... non le permetterò più... non mi farò mai più trattare così da lei, mai, mai più! Lei... lei è solo un misero verme... come ha osato pisciarmi in bocca, gran bastardo, come ha osato offendere San Fabrizio? Lei... essere abietto, lurido, schifoso... putrida carogna, fantoccio impotente, cicisbeo drogato, negriero figlio di puttana! Lei... lei, che si crede un grand'uomo, un leader, un intelletto eccelso, l'esteta magnifico e inarrivabile, il gran signore che tutti devono guardare dal basso in alto... lei in realtà è solo un tavolaccio piatto e arido, inutile, lei è solo un pagliaccio insensibile, la caccola d'un cane tignoso, l'escremento d'un bove lebbroso, lei è solo una nullità, lei è... una merda!».
E quella figura sanguinante intanto, prostrata ma ancora gagliarda nella propria esibita, sfacciata, indomita virilità, si contorceva, gemeva, rantolava. «Sì sì Aédis, sono una merda, proprio una merda... dimmi ancora che sono una merda, ti prego... sì dimmelo ancora» sibilò lui a mezza voce, e nel mentre la afferrò per le caviglie, e ne guidò quella sinistra, forzandola, a scavalcare il proprio corpo giacente, in modo che questo finisse nel mezzo delle gambe della ragazza, e lei lasciò fare.
«Merda! merda! merda! merda! merda» gridò lei e dopo gli sputò in faccia. Egli si avvinghiò strettamente al principio delle cosce di lei, tentando invano di abbassarla verso di sé. La ragazza era in verità molto eccitata, e aveva voglia di dar sfogo alla propria libidine esattamente come il Signor Kia. Ella si voltò, dando le spalle e il deretano alla faccia di lui. Sempre restandogli a cavalcioni si abbassò spontaneamente, premendogli il ventre contro il petto e le poppe contro il ventre, e diresse le labbra verso quel grosso invitante rapace che imperterrito restava svettante in tutto il suo ritrovato fulgore. Lo agguantò strettamente alla radice, serrando attorno entrambe le mani, e si infilò l'appetitosa cappella nella bocca facendovela sparire dentro in un sol colpo. «Oh sì così, brava dai» mormorò lui piacevolmente sorpreso da tutta l'inaspettata intraprendenza della ragazza, quando lei cominciò a succhiargliela avidamente, facendo roteare la lingua con destrezza e con una tale rapidità, quale nemmeno la turbina di una centrale elettrica sarebbe stata capace di eguagliare. Mosse la testa su e giù, e ad ogni movimento, per colmare la propria inesausta avidità, faceva penetrare una maggior lunghezza della massa di carne dentro il suo forno, arrivando fin quasi alla radice, per poi ritrarsi repentinamente, e quindi ricominciare. Dal proprietario di cotanta nobile verga intanto si alzavano acuti lamenti, vuoi per il sollazzo procurato dalle manovre orali della cameriera, vuoi per il dolore procurato dalle spine che stavano ancora sotto la sua schiena, e che gli stavano lacerando la pelle penetrando sempre più nella carne. “Oh, Santo Rocco, vedi, io sono il tuo indegno martire” pensò compiaciuto, lieto di poter aspirare a tanto onore. E tra un gemito e l'altro dava vigorosi e prolungati colpi di lingua, che percorrevano in tutta la sua lunghezza la figa bruna e folta di Aédis, dal monte di Venere su fino al perineo, il fradiciume della quale andava accrescendosi di colpo in colpo, stava via via inzuppando la di lui faccia, rendendo madidi di quella liquida femminea voluttà le labbra le gote il mento il naso, e finanche le palpebre e la fronte. Lampi e tuoni erano cessati, e al di fuori si udiva la sola cascata della pioggia che scrosciava a dirotto. La ragazzetta furbetta non poteva più, in quei momenti, celarsi dietro il paravento che la sinfonia della Natura, con quella batteria di percussioni possenti, le aveva offerto; sarebbe stato anche inutile, d'altronde, col culo tutto così ben piazzato proprio dinanzi alla faccia del padrone. Tentò di resistere quanto più potette, finché, illanguidita anche dalla marea del piacere che sentiva montare dentro sé in ondate sempre più sferzanti e avvampanti, non ce la fece più. Il suo ano si aprì, lasciando libero un primo piccolo peto, poi dopo qualche istante ne seguì un secondo, quindi in rapida successione un terzo ed un quarto. Il Signor Kia contemplò estasiato quel primissimo piano, le frazioni di secondo durante cui il forellino rapidamente si dilatava, per subito tornare vergognoso a ripiegarsi e richiudersi. Fiutò quelle brezze che ogni volta gli spiravano dentro le narici, e si sentì elettrizzato; una follia di dolce degradazione s'impadronì di tutti i suoi sensi. Prese a leccarle furiosamente il buco del culo, mentre Aédis continuò a petare a più riprese, inoculando i suoi gas direttamente nella cavità orale del padrone. Poi le inserì dentro l'indice destro, che si intrufolò quasi sfidando la corrente contraria come un velivolo in collaudo dentro la galleria del vento, facendo per un poco un movimento lussurioso di andirivieni. Dai grumi solidi ma morbidi in cui il dito s'imbatté durante il suo tragitto, e dall'ostruzione molliccia che ne interruppe ad un tratto il percorso, egli rafforzò la facile deduzione che la ragazza, oltre alle scoregge, doveva fare qualcos'altro. Ne ebbe piena conferma quando estrasse la lunga falange e se la ritrovò bella imbrattata di marroncino chiaro, con piccole gromme odorose, qua e là, color rossiccio scuro. Ingordo come un bimbo di fronte alla marmellata, si portò subito il dito nella bocca. Golosamente iniziò a succhiarselo e a leccarlo con cura, finché non lo ebbe ripulito tutto. Frattanto lei continuava sempre, imperterrita e concentrata, a dedicare tutta la sua attenzione e tutta la sua energia al lavoretto linguale e labiale, non curandosi più, almeno in apparenza, delle proprie emissioni intestinali. «Dai dai su, cagami addosso; su dai mia bella Aédis, fa' di me il tuo cesso» proruppe ed intimò lui d'un tratto, quand'ebbe terminato di gustarsi la crema sul dito. «Su che aspetti baldracca, dai, cagami addosso; forza caga!» gridò infervorato innalzando al massimo il volume, e dopo ricominciò a leccarle con foga il buco del culo, passando accuratamente la lingua tutto all'intorno e poi infilandola dentro ben bene. Non appena lui staccò le labbra da quella ventosa di carne, Aédis mollò una lunga scoreggia sonora e dall'intensa fragranza, e si udì di rimando l'eco di un ultimo tuono provenire in lontananza dalla tempesta che si andava spostando in altro luogo. Cessò di piovere. L'ano iniziò ad estroflettersi leggermente, a dilatarsi pian piano, forzato dalla gravezza di una mole lieve, la quale non tardò a fare la sua prima apparizione, e a breve, in mezzo al rosa violaceo dell'elastico, guizzante tondo di carne campeggiò l'iniziale bitorzolo di questa, minuto e castano, timido e indeciso. «Brava così, caga, caga, dai piccola cagna così, dai da brava, caga!» la esortò e la incoraggiò, con voce tremula e rotta dall'eccitazione, il Signor Kia. Il fagottino si ritrasse un poco e la ragazza sforzò al massimo prima che questo si decidesse a proseguire la sua marcia per la libertà (sì, perché anche gli stronzi, a questo mondo, reclamano la loro libertà; e ne hanno ben diritto!).
Il travaglio fu sottolineato da una serie sommessa di “oh” e di “ah” che Aédis smozzicò, costretta dallo sforzo ad abbandonare momentaneamente la presa sul membro del suo principale. «Oh che bello, sì così, forza, spingi da brava, spingi, forza caga, sì dai!» seguitava lui ad incitarla mentre si beava dello spettacolo del suo culo sodo, il quale spuntava florido e un po' nascosto da sotto la gonna appena sollevata, tutto striato dai segni lasciati dal frustino. Contemplò il lento scorrere di quel lombrico di materia fecale, bello tozzo e lucido, mentre procedeva come un trenino su binari tortuosi e che fosse gravato da una recondita zavorra. Avanzando si fece man mano più sottile, finché si staccò dal peduncolo che lo teneva collegato al resto della massa ancora all'interno dell'antro fumigante d'odore da cui fu partorito. Lo stronzo risultante, di un bel marrone chiaro, tutto adorno di protuberanze e bozzi nella sua parte iniziale, lungo ma non eccessivamente, della giusta consistenza ma non troppo duro, cosicché il suo atterraggio fu morbido, precipitò andandosi a depositare delicatamente tra il collo e il mento del Signor Kia, in tal modo che il pezzettino terminale risultò a contatto con le labbra, e appena un po' al di sotto della narice sinistra. Egli inalò quel selvatico, invitante olezzo di cacca fresca, e calda al contempo, che gli tornò grato almeno quanto la sua dose di polvere mattutina, lo aspirò profondamente inebriandosene. La leccò, la assaggiò passando molte volte la lingua lungo il tratto sovrastante la bocca. E intanto la giovane domestica lasciò andare anche una fontanella sottile sottile di piscia, che andò ad irrorare il virile petto sottostante, poi scosse il culo e dondolò le cosce per sgrondare di dosso le ultime gocce di pipì. Come preludio alla nuova imminente fuoriuscita di materia solida, fece ancora un peto poco rumoroso ma molto gassoso, quindi fece capolino il ricciolo cioccolatoso del secondo stronzo che, salvo il colore, ricordava un pezzettino di burro tirato via con una lama di coltello, e si staccò subito dal tronco del principale genitore non appena questo sospinse per farsi strada, dilatando l'ano ancora restio. «Oh che bello, sì, che bello...» continuava a mormorare il nobiluomo con le labbra impacciate dall'ospite cilindrico che premendo le teneva un poco incollate, su cui presto andò a sommarsi la mole del secondo ospite, appena meno lungo ma di uguale consistenza e fragranza. Messi assieme, essi formarono una sorta di X, di cui l'ultimo arrivato costituiva una stanghetta che dall'orecchio correva fin sotto il mento. L'ano si dilatò e si richiuse rapidamente più volte, quasi fosse una bocca in attesa e protesa a risucchio per reclamare il bacio dell'amato. Seguì a breve il terzo ed ultimo stronzo, spinto dalla fiumana dei gas che lo incalzavano e lo accompagnavano facendo pressione, ed esso finì per acciambellarsi mollemente lungo la gola, morbido come la coda di un gatto persiano, quasi a formare una collana che poteva richiamare alla mente una forma a treccia di pane al farro. Mentre ancora doveva terminare di defecare, la ragazza riprese a rivolgere tutte le attenzioni, spompinandolo con rinnovato entusiasmo, al priapo malinconico e negletto, il quale reclamava la sua soddisfazione agitandosi, accrescendosi, innalzandosi, enfiando sempre più le vene di cui era fieramente adorno per l'intera altezza della sua colonna. E fu quando lei terminò di evacuare, non appena l'ultimo tocco di merda si adagiò mosciamente sulla pelle e lui ne percepì il molle tepore e l'aroma soffocante, che il Signor Kia si abbandonò al degrado più totale d'un piacere senza ritegno; nel lordume liberatorio che avviluppò ogni centimetro del suo corpo preda di una convulsione bacchica e irrefrenabile, nel caos che riuniva attorno in un sol turbine rose, vapor d'acqua e d'incenso, sangue, piscio e merda, mescolandone in un accordo discordante le rispettive esalazioni. Era la Vita, era la Morte. Cacciando fuori dal più profondo del suo petto un gemito acuto, un singhiozzo roco e bestiale il cui eco abominevole risuonò lungamente per la stanza, eiaculò di gran copia dalla turgidità un poco rubiconda del glande, amorevolmente serrato nell'umida trappola insalivata, dentro la quale sputacchiò una successione di quattro grossi goccioloni di seme biancastro e liquoroso. «Elì elì, lemà sabactani! O Santo Rocco, a te rendo l'anima mia» egli dichiarò subito dopo, con l'ultimo filo di voce che gli era rimasto in gola, e completamente sfinito fu quasi per perdere i sensi. Aédis, quella ghiottona, si gustò la cremosa bevanda che sapeva di mandorle amare e sale, deglutendola per intero; e nel frattempo il Signor Kia, dopo essersi ripreso e scostata la merda dalla bocca, deliziò ancora il suo palato, cominciando a dar colpi di lingua per ripulirle l'orifizio anale con la massima accuratezza. Continuò così fino a che l'alone marroncino-giallognolo da cui era circondato non fu andato via del tutto. Poi ritornò a distribuire le proprie attenzioni alla fessura vermiglia che palpitava in attesa poco più sotto, leccandola, abbrancandola tra le labbra, tirando e mordicchiandone le escrescenze carnose, come un bulimico obeso continuerebbe a masticare e a trangugiare benché abbia già divorato un bue intero. Fino a che, in appena qualche attimo, anche la ragazza si abbandonò al godimento, lanciando urla selvagge che parevano un misto tra il verso di una scimmia urlatrice e quello di una iena, e mentre godeva e urlava sprizzò fuori un liquido incolore e glutinoso, e poi pisciò di nuovo abbondantemente, urlando, urlando, urlando, scuotendo le natiche e le cosce come se avessero subito i morsi di mille tarantole. E quel liquido e la pipì si precipitarono in quella voragine erebica che era la bocca spalancata del Signor Kia, ed egli bevve, bevve, bevve, e al termine del diluvio accostò nuovamente la lingua alla figa, per tirar via le ultime gocce che pendevano e la inumidivano. Più in su, il culo intonò la nota fioca e stanca di un'ultima scoreggina, poi la domestica si accasciò aderendo con tutto il peso contro il corpo sottostante. Ci fu un lungo silenzio. Dopo un po' Aédis, esausta, ormai giunta al termine del suo ruolo di sacerdotessa postribolare, trovò la forza di risollevarsi in piedi, senza scomporsi o battere ciglio, senza proferire una parola, lasciando il corpo del padrone a giacere lì per terra. I suoi tacchi risuonarono sul pavimento mentre lei si dirigeva verso la zona dei sanitari. Diede una rapida passata con un pezzo di carta igienica alle sue parti intime e in mezzo al sedere, si fece un bidè e si asciugò. Si tirò giù la gonna e si ricompose con calma alla bell'e meglio – tanto sarebbe dovuta andare a cambiarsi: i suoi abiti erano zuppi di orina. Ormai le mutandine erano belle che andate, quindi lasciò i loro resti lì dove stavano. Si lavò accuratamente le mani e la faccia e si asciugò. Si sistemò i capelli e la cuffia sulla testa. Per tutto il tempo in cui lei faceva queste cose il Signor Kia rimase immobile, supino, in silenzio come era rimasta Aédis. Ella si diresse verso la porta d'ingresso, con passo elegante e disinvolto, tirò dritto senza degnare d'alcuna attenzione l'altro ospite che giaceva là dentro. Quando aprì la porta e fece per uscire, lui le rivolse queste parole: «Vedi, mia piccola Aédis, i tuoi desideri – così come anche i miei – sono come le foglie di un salice piangente quando perde le foglie a fine autunno. Inutili foglie che cadono, cadono, cadono...». Aédis non comprese, decise che era meglio ignorare ciò di cui quel pazzoide degenerato andava farneticando. Voltò la testa indietro e lo fissò. «Si ripulisca per bene, mi raccomando. Faccia pure il suo bagno con comodo. Anch'io andrò a lavarmi e a cambiarmi. Tornerò più tardi per togliere i cocci, ripulire e tutto il resto» così rispose lei rompendo il silenzio, quindi abbozzò un sorriso. Uscì fuori dalla stanza in tutta fretta. “Ah, finalmente, non ne potevo più di quel tanfo insopportabile!” pensò. Il Signor Kia si alzò, raccolse quel che poteva della merda e andò a gettarla nel water. Era stato uno spuntino delizioso, in fondo, ma era meglio non eccedere e non mangiarla tutta. Per ripulirsi entrò nella vasca, ma l'acqua era ormai fredda. Pazienza: l'acqua fredda corrobora. Vi aggiunse un po' di bagnoschiuma.

Passò un po' di tempo. Aédis ritornò, con premura e passo svelto, recando un vaso di porcellana bianca smaltata, di forma globulare con un lungo collo sottile, semplice ed essenziale se si eccettuava il fatto che riportava lungo una circonferenza una frase amena dipinta a zaffera. Egli stava ancora a mollo, immerso in un'acqua sempre più fredda, assiderato e perso nei suoi pensieri. «Mi scusi, do una sistemata alle rose» distrattamente ella disse. Tirò su il treppiede, vi posò sopra il nuovo vaso. Si chinò, e cominciò a raccogliere le rose. Andò a formare un mazzo sorretto tra l'incavo del gomito e il braccio sinistro, mano a mano che le raccoglieva. “Uff, come mi sento ancora gonfia! Credo proprio che mi preparerò un'altra limonata calda, e poi andrò a farmi un bel clistere...” pensava intanto lei, poiché nonostante avesse evacuato da poco sentiva ancora le viscere in disordine e costipate. Terminata la raccolta si risollevò, e andò a precipitare il mazzo dentro al vaso. Uscì con la stessa fretta con cui era entrata. Il Signor Kia, bianco come un cadavere, stava quasi per andare in ipotermia. E d'un cadaverico pallore era pure la pelle grinzosa del suo membro, che permaneva in prolungata erezione, anche se rattrappito. Esso seguitava a sorgere fuori dalle acque schiumose, reso ancor più bianco dalla schiuma di cui era ricoperto: la lunghezza dell'asta pareva fatta simile alla cute di una pecora mal tosata; il glande, con quel piccolo toupet di schiuma che ne sormontava la cima, alla testa di un vecchio canuto. Egli lo osservava stagliarsi al di sotto dell'incombente statua di Venere. “Qui giace il mio cazzo, l'inutile mio cazzo!” ripeteva frattanto in continuazione dentro la sua Mente. Volse lo sguardo attorno, alle maschere africane che gli ghignavano inquietanti dalle pareti, alle esotiche bestie metalliche agli idoli persiani ai totem irochesi che gli occhieggiavano da mensole e bacheche; e nonostante tutto, nonostante tutta quella magnificente profusione di ninnoli e pregiate chincaglierie da cui la sua vista era per ogni dove attorniata in quella stanza da bagno, egli non riusciva non già a colmare, ma nemmeno a lenire un poco l'horror vacui che sempre più gli stava attanagliando l'animo, e lo inghiottiva. Ma quel vacuum non era ancora l'agognato Nulla. Poi girò di lato la testa. Volse lo sguardo verso le rose. Molte s'erano rovinate, schiacciate, sfogliate di un buon numero dei loro petali che giacevano sul pavimento. Lesse alcune parole sul vaso. Si trattava del vaso su cui aveva fatto dipingere una terzina tratta da un sonetto dell'Aretino: Padrona mia, voi dite ben il vero; che chi ha piccol il cazzo e in potta fotte meritera d'acqua fredda un cristero.

23sexy23@libero.it


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