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"Egli guardò Barbelo nella luce pura che circonda lo spirito invisibile e il suo splendore: essa rimase incinta di lui; egli generò uno splendore luminoso simile alla luce beata, ma non eguagliava la di lui grandezza: questo è l'unico figlio... il figlio unico del Padre, la luce pura."
Apocrifo di Giovanni
Fredda è la notte, umida e appiccicosa. Solitaria è la notte, nera e triste. Una sagoma slanciata, quasi maestosa, si staglia solitaria quanto la notte, nel mezzo dell'angiporto maleodorante appena rischiarato dal lume di qualche lugubre sporadico lampione, che sta sospeso come un funambolo precario in mezzo a fili stesi. Essa ne sta percorrendo il tragitto angusto e claustrofobico, lungo la cui area aleggiano densi tentacoli di nebbia mescolati a quelli dei vapori che s'innalzano a tratti dal suolo e dai liquami. E in a mezzo a vapori e liquami essa avanza con passi lenti e cadenzati. Passi che risuonano solitari. Quella falcata cadenzata vorrebbe ostentare sicurezza, ma un occhio esperto potrebbe forse intuire, dall'incedere legnoso della figura, quanto essa non sia avvezza a frequentare simili posti. Avanza intabarrata nel suo trench Burberry nero, le mani affondate dentro le tasche, la testa affondata tra i lembi sollevati del bavero, e sormontata da un cappello Bogart nero. Avanza scavalcando pozzanghere che riflettono il buio della notte come specchi d'ossidiana, rendendolo vivace – grottescamente, parrebbero quasi dei laghetti in miniatura, mini laghetti alpini specchianti una nottata amena, unico elemento paradossale a dare un tocco romantico in quell'atmosfera di squallore e degrado.
Avanza solcando rigagnoli brevi o lunghi, ancor liquidi o disseccati, spandenti lezzo di piscio. Avanza tra mucchietti di rifiuti e sacchi delle immondizie accatastati lungo i bordi, avanza assediata e serrata tra i due filari di mura che fan da base ad una serie di alti palazzoni, grigi e anonimi. Mura scalcinate e crepate, l'intonaco delle quali a tratti si rigonfia formando bozzi e bubboni a volte esplosi e laceri, incancreniti dall'umidità. Mura anonime come i palazzi che le sovrastano, ma ravvivate qua e là dai colori brillanti di qualche graffito. Colonne di pantegane corrono furtive ora qui ora lì, simili a raccapriccianti trenini di peluche più neri delle notte, uscendo e rientrando dai buchi di scolo delle fogne. Esse costeggiano i muri, si intrufolano tra i sacchi e le immondizie. Le pantegane fuggono precipitosamente, scompostamente, via via che la figura solitaria avanza. Ormai è quasi giunta alla propria destinazione. Una piccola porta metallica, appena visibile quando le ombre della notte la avvolgono, non fosse che per il piccolo faro ovoidale che la sormonta, emanante una fioca luce rossastra, si spalanca improvvisamente con fragoroso clangore, mostrando la propria parete interna imbottita e foderata di pelle rossa.
La figura avvolta nel trench nero si arresta di colpo, a circa quattro metri di distanza da tale porta. Un'altra figura viene proiettata al di là di essa, scaraventata fuori, e va a cadere rovinosamente sull'asfalto, la faccia schiacciata a terra. Dopo aver esitato qualche istante rimanendo carponi, stordita, a realizzare quanto le stava capitando, subito si rialza, e con furia decisa, pur barcollando e zoppicando, si avventa verso la porta dalla quale è stata fatta uscire.
L'ubriaco inizia ad urlare a squarciagola, a imprecare, a gesticolare, rivolto all'indirizzo di colui che sta ancora all'interno.
Il buttafuori – un omaccione massiccio e corpulento, dal grosso cranio rasato e il pizzetto accuratamente scolpito, con addosso una maglietta nera a mezze maniche – varca l'uscio, e con altrettanta furiosa decisione va incontro all'ubriaco. La colluttazione è breve: troppo smaccata è la disparità delle forze fisiche dei due agonisti. Silenziosamente, il buttafuori infierisce sull'ubriaco che si lamenta e strepita, e dopo avergli assestato tre possenti pugni sullo stomaco prende ripetutamente a calci il poveraccio, subito ripiegatosi su se stesso, finché non stramazza al suolo per poi raggomitolarsi. Continua ad infierire senza pietà, a prendere a calci l'ubriaco ormai quasi esanime, fino a che non lo riduce ad una maschera sanguinolenta. Colpisce duro, pesta, schiaccia, coi suoi anfibi neri e coriacei. Scaricate le forze, soddisfatto, stanco di quell'imprevisto e cruento diversivo, ed accortosi dell'immoto sconosciuto che è rimasto taciturno ad osservare poco distante sul lato sinistro del vicolo, si interrompe e arretra di qualche passo dalla vittima, gira di lato la testa e prende a fissare l'ignoto, curioso e alquanto atipico avventore. Questo s'è arrestato ai piedi di un'ampia pozzanghera, la sua figura si riflette in essa e pare sdoppiarsi, formando un gemello evanescente e ondivago, ma più basso e tarchiato rispetto all'originale. È come il negativo di una foto, e l'oscurità lo fa apparire una statua di pietra che si proietta – oppure giace, abbattuta – dai piedi dello sconosciuto verso una dimensione sconosciuta. Con quell'ampio fardello che ne ingombra la sommità, la cosa riflessa sembra somigliare ad uno dei moai dell'isola di Pasqua, un colosso minerale rovesciato. Quale sarà la forma, la matrice originaria? L'immagine che si riflette, o l'indistinta figura che la proietta?
«E tu che cazzo vuoi? Che hai da guardare? Se vuoi entrare nel locale devi andare sulla strada principale, l'ingresso è lì. Questa è l'uscita di sicurezza» urla il buttafuori, fissando il tipo con i suoi occhi truci da polpo itterico.
La figura in trench nero si decide a rompere l'immobilità, con aria compassata oltrepassa la pozzanghera girandovi attorno, e si avvicina adagio al buttafuori. La sagoma si delinea più chiaramente mano a mano che sguscia fuori dall'atmosfera nebulosa. Quando si trova a un paio di passi dall'omaccione, estrae piano la destra dalla tasca. Mostra una specie di tessera, un largo rettangolo in pelle nera nella cui parte superiore campeggia un rettangolo più piccolo, metallico e dorato, e sotto una piccola immaginetta raffigurante San Rocco. Gli pone sotto il naso quel rettangolo, tenendolo stretto nella sua parte inferiore. «Devo assolutamente vedere mio fratello. Avrei una certa premura».
Il buttafuori getta l'occhio al sigillo rotondo in rilievo sulla piastra rettangolare dorata, e a quello sull'anello d'oro che l'avventore reca all'anulare. «Sì... sì certo signore, non c'è problema. Prego, si accomodi pure, le faccio strada».
«La strada la conosco, non ti preoccupare. Tu intanto vai ad avvertirlo».
«Ok signore, vado ad avvertire il boss. È un po' impegnato in questo momento, sta trattando una transazione d'affari. Ma non credo avrà problemi a riceverla...».
Il buttafuori si precipita all'interno, e prima di discendere la rampa di scale si volta un attimo, rivolgendosi all'avventore: «Ah, mi faccia la cortesia di richiudere la porta...». Dopo qualche istante anche l'uomo in trench nero si appressa verso la porta rimasta aperta.
Indugia fermandosi sull'uscio. L'ubriaco intanto continua a rantolare, tramortito in stato di semincoscienza, disteso accanto a due sacchi neri d'immondizie. Rigagnoli di sangue partono dalla sua faccia, scorrono via lungo l'asfalto. L'uomo bloccato sulla soglia gira di lato la testa, rivolge una prolungata, obliqua, pensosa occhiata alla scena. Un gruppetto di cinque pantegane, attirate dall'odore del sangue, si sta accostando furtivamente, per poi iniziare con cautela ad accerchiare il corpo dell'ubriaco. Annusano coi loro musetti scuri e curiosi, assaggiano l'aria alcolica con le vibrisse, agitano le loro lunghe, flessuose, eccitate code rosa. Si fanno più vicine, a tratti si sollevano un poco in alto sulle zampe posteriori. Esitano, poi se ne vanno svelte, inghiottite sotto i sacchi delle immondizie. Il tanfo alcolico probabilmente le disturba. Non è neppure buono da mangiare, quel coso.
“Anche le chiaviche si allontanano e ti abbandonano, quando non hai più nulla da poter offrire” pensa mestamente il Signor Kia. Poi si decide a varcare la soglia, trascina la porta dietro di sé facendola tonfare sonoramente. Discende pian piano giù per le scale.
La ragazza si attorciglia sulla verticale barra metallica, sinuosa come un'anguilla e come un'anguilla scivolosa al pari; un velo d'olio misto a sudore ne ricopre la pelle ormai quasi del tutto esposta. È mora e procace. Mentre danza si avvinghia lungo la barra, divarica e sforbicia le agilissime gambe, rotea come una trottola di carne atomica, s'innalza fin quasi a sfiorare il soffitto, precipita repentinamente toccando la terra col culo. La sua pelle, umida e accaldata, dall'invitante effluvio di rosa damascena misto a quello di femmina selvatica, si sposta da un punto all'altro, si dimena oscillando tra i bagliori rossi e verdi delle luci stroboscopiche e la semioscurità in cui ad intermittenza ripiomba l'atmosfera del locale, fumigante di tentazioni. Lì in quell'interno risuonano le note di Pour Some Sugar On Me, e lei danza al ritmo di quelle note. Si toglie il reggiseno, lo fa roteare un poco tra le dite, lo lancia verso un tavolino presso cui sosta un gruppo di avventori sonnacchiosi. Si distende supina a terra, si accarezza, si dimena, apre le cosce, lentamente si sfila il perizoma tra le urla e i fischi della folla.
Il garçon si appressa svelto svelto al tavolino più appartato, relativamente il più lontano dal palco, portando su un vassoio due calici infilzati ciascuno da due larghe cannucce nere e con una fettina di lime a decorarne il bordo.
Nick e il suo insigne ospite siedono presso quel tavolino tondo, la cui area è resa molto più luminosa rispetto all'ambiente circostante da un abat-jour piazzato al suo centro. Sotto la cupolina di stoffa verde dell'abat-jour giacciano tre panetti bianchi avvolti da una cuticola di plastica per alimenti, diligentemente allineati. Nick sta spaparanzato sul divanetto ad angolo che contorna il tavolo, sul lato che dà le spalle al palco, il suo ospite invece siede alla sua sinistra sull'angolo opposto, e può gettar meglio l'occhio al palco, sebbene solo di striscio perché non è la posizione più favorevole, e il palco rimane distante. Ma questo non ha importanza, hanno ben altre cose a cui pensare al momento, quei due; eppoi, la compagnia femminile non gli verrà certo a mancare nel prosieguo della serata. Il garçon serve i due calici – che contengono una Caipirinha e un Angelo Azzurro – posandoli sul tavolo con delicatezza.
La ragazza si è messa a sedere sui talloni. Si passa il perizoma appena sfilato dietro il collo, lo fa passare in mezzo alle tette, ancora scende giù in mezzo alle gambe e con quella stoffa si strofina energicamente il sesso, poi la fa roteare tra le dita, infine getta l'indumento giù ai piedi del palco, dove come cimici sbavanti si sono appiccicati tre avventori in spasmodica attesa, pronti a gettarsi sull'ambito trofeo. Fischiano, gridano, si agitano, gesticolano, quelle tre ombre che spiccano, che si stagliano nella semioscurità. Zecche in attesa della loro dose ematica d'illusione notturna. La ragazza rimane accucciata, mostra oscenamente la topa ben depilata, se la tocca, la accarezza, la allarga; mentre un inserviente allontana bruscamente dal palco i tre tipi troppo focosi, di cui uno, ormai fuori controllo, sta cercando di montare sul palco. L'inserviente lo afferra per la cintola, lo strattona giù.
«Allora faremo come pattuito, Don Sonnie. Lei si prenderà il 50 per cento degli introiti ma lascerà a me campo libero circa gli eventuali metodi di distribuzione, ho già in mente qualche mezza ideuzza... riusciremo senza alcun dubbio a piazzare la merce, e in tempi rapidi; credo che anche per lei rappresenterà di certo un buon affare...» dice Nick, tra una boccata di fumo e l'altra, al suo ospite che ascolta con attenzione, il quale invece di una sigaretta aspira paciosamente i fumi di un Le Hoyo du Prince. La corpulenta figura del buttafuori sopraggiunge, ed interrompe la conversazione. Si accosta a Nick in tutta fretta, e fa cenno che c'è qualcosa d'importante. «Mi perdoni...» fa il buttafuori in tono ossequiosamente compìto, poi si china verso l'orecchio del suo principale e comincia a sussurrare.
La ragazza continua a dimenarsi e a toccarsi, per la felicità del pubblico, scende giù dal palco e passa per i tavoli.
Il buttafuori si allontana. Sul volto di Nick dapprima compare un'espressione tesa, che lascia trasparire una puntina accennata di seccatura. È solo un attimo, subito riacquisisce un'aria distesa e serafica. «Don Sonnie, adesso avrò il piacere di presentarle mio fratello, pare sia venuto qui a trovarmi. Non lo fa di frequente. Mi spiace solo che dovremo interrompere la conversazione sui nostri affari per un pochino. Non credo in ogni caso che si intratterrà con noi a lungo». Nick dice questo con la lingua, ma nutre fieri dubbi sul fatto che l'inaspettata visita avrà breve durata. Don Sonnie si sfila il sigaro dalle labbra tumide, lancia uno sbuffo di fumo, e rimane qualche istante a pensare in silenzio. Nel frattempo getta l'occhio verso l'ignuda ragazza che sta strusciando le chiappe sul grembo di un tizio poco distante.
«Ah sì Nick, tu hai un fratello? Mica me lo avevi mai detto. Oh, comunque non preoccuparti, ormai abbiamo finito, siamo d'accordo, manca solo qualche piccolo dettaglio che definiremo in seguito. Pensiamo a spassarcela, adesso» esulta trionfante Don Sonnie, ritenendo la trattativa oramai conclusa.
«Ah, Don Sonnie, lei sì che ha capito tutto della vita! Ora possiamo spassarcela alla grande!» enfatizza Nick, al solo scopo di mettere a miglior agio il proprio ospite.
«Ma tuo fratello persona affidabile è? sai, non vorrei che...».
«Nessun problema, stia tranquillo. Conosce la natura dei miei interessi, ma ne è sempre rimasto estraneo, non se ne occupa».
«Ah, quand'è così...».
L'uomo in trench sbuca da dietro una tendina in velluto rosso, si sfila il Bogart dalla testa, esita un poco, si guarda attorno ma in modo di non darlo troppo a vedere. Il tavolo ricercato sta lì di fronte a pochi passi. La ragazza, finito il suo show, risale rapidamente sul palco, raccoglie da terra i suoi abiti, si dilegua dietro un'altra tendina di velluto rosso. La musica è cessata, e per il locale risuona solo il brusio degli avventori. L'uomo comincia ad avanzare verso il tavolo a passi lenti. Il Signor Kia è il fratello gemello di Nick Cosmocrator. Nick appare molto più anziano del fratello, il suo volto è scavato da molteplici, profondi solchi rugosi, mentre il Signor Kia sembra godere del dono dell'eterna giovinezza.
«Ho-oh, fratellino carissimo, da quanto tempo! Qual buon vento ti ha risospinto fin quaggiù?» esordisce accalorato Nick, sollevando di un poco il braccio destro prima tenuto steso lungo il bordo dello schienale del divano. Egli indossa un caffettano bianco a righe verticali beige, e sul suo capo è piantato un fez carminio – vezzi eccentrici cui è spesso solito indulgere quando si trova a frequentare il proprio locale. «Vieni qua, che ti presento a Don Calogero Sonnino, Don Sonnie per gli amici» fa Nick mentre punta in parallelo le mani alla sua sinistra, indirizzandole verso la persona che gli siede vicino, e si alza in piedi. Il DJ riattacca con la musica, e partono le note di Straight To Number One.
«Saluti a vossia, onorato di fare la vostra conoscenza» dice Don Sonnie tendendo amichevolmente la destra e sollevandosi leggermente dal suo posto. Il Signor Kia poggia il cappello sopra il tavolo. Un'altra ragazza, bionda, sta salendo sul palco. Cammina rapida, sinuosa e feroce come un giaguaro che debba schivare i tronchi degli alberi per raggiungere la preda.
«I miei omaggi» risponde freddamente il Signor Kia, e porge una mano fiacca e distratta. Salutato il nuovo arrivato, Don Sonnie si rificca il sigaro in bocca e riprende a ciucciare paciosamente.
«Vieni qua, fatti abbracciare» fa Nick mentre sguscia fuori dal tavolo, va incontro al fratello e poi gli butta le braccia dietro le spalle. «Dai, vieni a sederti qui con noi». Vedendo il fratello rimaner titubante, immobile e zitto, immagina possa sentirsi a disagio nel sedersi con loro a distanza troppo ravvicinata. «Aspetta, che ti faccio portare una sedia... Joe, porta qua una sedia per mio fratello!...». Il garçon arriva subito con la sedia, la piazza accanto al tavolo, contrapposta al punto dove il divano fa angolo. Nick si tuffa di nuovo al suo posto, prende il calice e dà un paio di sorsi alla sua Caipirinha. «Mettiti pure comodo» dice al fratello. Il Signor Kia sposta la sedia e si accomoda, rimanendo avvolto nel suo Burberry. Nick intanto si accende l'ennesima sigaretta, si distende a suo agio e torna ad allungare le braccia dietro lo schienale del divanetto. Sorridente osserva il fratello, in silenzio, per qualche minuto.
«Ti faccio portare qualcosa da bere?» chiede Nick sorridendo con sessanta denti.
«Grazie, no» risponde imperturbabile il Signor Kia.
«Insisto, prendi qualcosa, su! Sei nel mio locale in fondo, mica mi vorrai far fare brutta figura; e tu non vorrai fare la figura del tirchio, a non elargire qualche spicciolo al tuo fratellino... scherzo eh, non ti preoccupare, è tutto a gratis».
«Se proprio insisti, prenderò un bicchier d'acqua» dice il Signor Kia abbozzando un sorriso da Monna Lisa. Nick ridacchia, e scuote lievemente la testa.
«Joe, vieni qua!» chiama a gran voce Nick, sollevando il braccio che brandisce la sigaretta quasi consunta. Il garçon accorre subito al tavolo, si protende chinandosi deferente verso Nick, che dà l'ultimo tiro alla sua sigaretta. «Porta un bicchiere d'acqua a mio fratello. Sai, è tipo di poche pretese...» dice, facendo uscire piano dalla bocca e dal naso gli sbuffi giallastri del fumo aspirato, e allunga la mano sul collo del ragazzo facendogli delicatamente capire di abbassarsi di più, poi gli sussurra qualcosa nell'orecchio. Il garçon va e torna al bancone. Nick schiaccia la sigaretta nel posacenere, e subito la sua mano corre a sfilarne un'altra dal pacchetto sul tavolo, portandola alla bocca.
«Il locale è impestato da un puzzo opprimente, l'aria è irrespirabile. Non sai che nei luoghi pubblici adesso è proibito fumare?».
«Questo è il mio locale, faccio come mi pare e piace. Qui la Legge sono io. E lei, Don Sonnie, ha mai sentito parlare di una legge antifumo?» barbuglia Nick, stringendo e masticando con soddisfazione spavalda il filtro tra le labbra, gli occhi stretti in due fessure che amplificano uno sguardo di sfida, e si accende la nuova sigaretta facendo schermo con la mano sinistra. Aspira una profonda boccata dalla sua Marlboro, e poi sputa fuori dalla bocca, come un calamaro stizzoso, un getto prolungato che va a condensarsi in una nuvoletta grigio-giallognola aleggiante all'intorno.
«Legge antifumo? Miih, e chi minchia l'ha mai sentita 'sta legge antifumo!» risponde scanzonato l'interrogato, e facendo da contrappunto a quanto fatto da Nick ciuccia lungamente con goduria il suo Le Hoyo du Prince, poi lo sfila, arrotonda le labbra ed emette dalla bocca tre sbuffi, che vanno a navigare nell'aria, espandendosi fino al soffitto simili a meduse gelatinose e circolari mentre fluttuano negli oceani.
«Sono venuto qui perché devo parlarti di una cosa...». Nick vede confermato, da tale preambolo e dal tono di voce, il sentore che debba trattarsi di una faccenda, quella di cui deve parlargli il fratello, piuttosto seriosa – nulla di particolarmente grave, per carità; conoscendolo, quasi di sicuro si sarebbe trattato di qualche elucubrazione pedante e incomprensibile, o di qualche decisione estemporanea in qualche proposito di radicale cambiamento di vita, che tanto non avrebbe mai attuato semplicemente perché inattuabile. Capisce che è meglio prevenirlo e cercare di alleggerire un po' l'aria prima che lui s'addentri, per così dire, in medias res. Joe ritorna recando il bicchiere d'acqua, e lo poggia sul lato dove siede il Signor Kia, adagiato sopra un dischetto argentato. «Alibech, Cristiane, su belle, venite qua dal vostro paparino, su!» grida Nick con una voce flautata ma potente, che riesce a sovrastare le note di sottofondo della musica, rivolgendo il volto e lo sguardo verso gli oltre tre metri e mezzo complessivi d'altezza che si dividono equamente un paio di belle stangone, appollaiate sugli sgabelli presso il bancone del bar, a circa sei metri di distanza, facendo loro un vigoroso cenno d'invito con il braccio e la mano destri. Poi schiaccia la sigaretta consumata solo a metà nel posacenere.
Le due ragazze abbandonano la propria postazione, con calma silenziosa scivolano nella penombra fosforescente e baluginante, sinuosamente dribblano un paio di tavoli e un gruppetto di astanti in piedi, s'avvicinano al tavolo sculettando, sorridenti e smorfiose. Una, mora e ondulata, pelle chiarissima, labbra volgari sfacciatamente paludate di rossetto scarlatto, viso però aristocratico e austero con mento appuntito e zigomi pronunciati, indossa un tubino di latex nero brillante corto abbastanza da lasciar ben intravedere il curvo principio dei pomi del fondoschiena, e dello stesso colore e materiale stivaloni alti fino a metà coscia con zeppe e tacco in plastica trasparente. L'altra, i capelli biondo cenere raccolti in due lunghi codini, la pelle tra l'ambrato e il rosato su cui la cipria rafforza un poco nella zona del viso un certo effetto tipo würstel appena scottato, naso greco con una gobbetta accennata, occhi azzurri chiarissimi, rossetto rosa shocking su labbra strette e imbronciate, seni piccoli e distanziati, esile ma dalle curve armoniose, indossa un tubino bianco lungo e aderente con spalline sottili, e ai piedi calza scarpe argentate decollette tacco dodici, con lacci alla schiava che le fasciano le caviglie. «Caro fratello, voglio presentarti queste mie dolcissime signorine, Alibech e Cristiane». Le due sorridono ammiccanti e compiaciute, mentre il Signor Kia le fissa impassibile e distante, limitandosi solo a fare un lieve cenno con la testa. La biondina fa: «Oh, non ci avevi mai detto di avere un fratello, Nick. Vi somigliate molto, sul serio. Deve per forza essere tuo fratello. Ma tu sei molto più grande, vero?».
«No, in realtà siamo gemelli, quindi coetanei...» asserisce Nick, sfoderando un sorriso enorme e birbone. Alibech, la mora, s'intrufola nell'intercapedine tra tavolo e divano, e va a sedersi a fianco di Don Sonnie. Cristiane, la bionda coi codini, si intrufola dall'altro lato e va a piazzarsi alla bell'e meglio sul ginocchio di Nick. «Se vuoi, fratellino, c'è una terza pupa anche per te. Che dici, la faccio venire?» fa Nick al proprio consanguineo, strizzando l'occhio.
«No, grazie, non scomodarla» risponde il Signor Kia conservando il suo contegno imperturbabile. La ragazza sul palco si sta togliendo gli slip, sdraiata sul dorso agita le caviglie, con la mano portata davanti all'interno coscia gioca a fare un mostra e nascondi sul proprio sesso. Risuonano urla, apprezzamenti volgari. Don Sonnie continua a sfumacchiare soddisfatto il sigaro, probabilmente sta cercando di analizzare la situazione per inquadrare bene il da farsi, avvertendo l'evidente imbarazzo, l'impaccio e la tensione latenti che il dialogo tra i due fratelli lascia trapelare. Certo anche lui comincia a sentirsi a disagio, ma cerca di conservare una parvenza di disinvoltura, e non lascia passare molto tempo che già stringe a sé l'animale femminile che gli si è messo a fianco, lo cinge passando il braccio attorno al collo mentre sorridente questi gli fa moine, lo carezza lievemente sul viso sull'orecchio sul mento, poi scende fino al petto a tratti intrufolando le dita al di sotto dell'apertura della camicia.
Il Signor Kia lascia cadere lo sguardo sui tre panetti bianchi depositati al di sotto dell'abat-jour, e messi da questo in discreta evidenza, intercettati entro il contorno della circonferenza di luminosità che proietta sul tavolo, stampandovi sopra una luce verdognola. Anche Nick prende ad avvinghiarsi alla spalla della bella che gli sta posata sulla coscia, sempre sorridenti lei e lui, e con l'altro braccio si porta il calice vicino alla bocca; entrambi danno un sorso alla Caipirinha aspirando dalle cannucce. Joe il garçon si porta rapidamente al tavolo, prende il posacenere ormai stracolmo e lo sostituisce con uno vuoto.
«Non preoccuparti, fratellino, ce n'è una parte anche per te; come sempre, naturalmente...» asserisce Nick dopo essersi accorto dove lo sguardo del fratello va posandosi, e gli strizza l'occhio. La biondina continua ad alternare maxi sorrisi ebeti a sbaciucchiamenti sulla guancia di Nick. La ragazza sul palco, ormai nuda, si concede fuggevole alle toccate di qualche mano vorace che si protende sul palco.
«Sai bene, come ti ho ripetuto molte volte, che non condivido le tue scelte di vita e i tuoi metodi» riattacca il Signor Kia, a voce bassa e monotona, mettendo termine al prolungato silenzio. «Ma in fondo sono solo fatti tuoi. Però vorrei che per una volta almeno mi stessi ad ascoltare, che mi ascoltassi veramente senza la maschera della tua faciloneria. Come ti ho detto prima, ti dovrei parlare di una cosa, importante almeno per me...».
Nick afferra tra le dita la fettina di lime infilzata sul bordo del calice, ci gioca nervosamente qualche istante, quindi la sfila dal bordo e se la porta alle labbra, iniziando a succhiare. Il Signor Kia dà la prima sfuggente sorsata alla sua acqua.
«Fratello, ma che fai, ti metti ancora a fare il moralista? Guarda che con me me non attacca mica, eh! Proprio tu poi... Forse dimentichi il tuo vizietto e soprattutto chi te lo foraggia, cioè io. Senza quelli che chiami con disprezzo i “miei metodi” dove andresti, chi ti procurerebbe roba di qualità così eccellente? E gratis, il più delle volte. Ti deve proprio mancare qualche rotella... Ma lasciamo perdere, ne abbiamo già discusso tante volte. Dimmi piuttosto la cosa importante che mi devi dire, va'...».
Don Sonnie ascolta e tace, osserva sempre più perplesso tra una sbaciucchiata e l'altra alla sua morosa. Capisce che è arrivato il momento di cambiare aria. «Mio vecchio Nick, io e Alibech ci congediamo e andiamo a spassarcela. Tu parla pure tranquillamente con tuo fratello, ci vediamo più tardi» dice Don Sonnie, e dà un ultimo sorso al suo drink. Poi si solleva dal suo posto, seguito a ruota da Alibech, che guidata dalla di lui mano viene sospinta delicatamente da sotto il polso. L'ospite eccellente fa un cenno di saluto al Signor Kia col capo, che contraccambia. La coppietta si allontana avvinghiandosi reciprocamente tra le braccia, tenendo premuti i loro corpi stretti stretti, lei più alta di almeno due spanne. Il Signor Kia prende a fissare il cilindretto smangiato del Le Hoyo du Prince abbandonato dall'ospite, in bilico tra il bordo del posacenere e il piano del tavolo.
«Bene, ora puoi dirmi in tranquillità tutto quello che mi devi dire» afferma Nick, e poi subito stampa un bel bacetto schioccante sulla guancia di Cristiane. «Oh, lei non ci disturberà, non temere, rimarrà qui buona buona, sarà come se non avesse sentito niente; la sua bocca sarà sigillata come una tomba. Su però, fratello... non fare quella faccia. Già che sei qui potresti anche rilassarti, e soprattutto cercare di divertirti. Prendila con leggerezza. Guàrdati attorno, non vedi che in fondo l'universo è pura gioia? Goditela, la vita...».
«Humf, pura gioia. Magari così fosse. La gioia di cui parli è solo l'apparenza della tua anima distratta. Non c'è niente di vero, se non quello che si vuol credere».
La ragazza, discesa dal palco, si aggira tra tavoli e divani per intrattenere, recando con sé una bomboletta spray di panna montata.
«Be', se lo dici tu...» fa Nick sollevando in alto gli occhi, non comprendendo nulla delle astrazioni discorsive del fratello. «Ma questo vale anche per la tua apparenza seriosa, non trovi?».
«Certamente» risponde austero e secco il Signor Kia, non certo in grado di contrapporre al fratello, come a chicchessia, una valida condotta di vita e di pensiero. «Sono venuto qui per dirti che ho intenzione di partire per un lungo viaggio. Ciò avverrà molto presto».
«Un lungo viaggio? E per dove? Non avrai per caso intenzione di passare a miglior vita, eh? Ma non dimenticare che noi apparteniamo alla stirpe degli immortali» dice ridacchiando Nick, mentre Cristiane gli morde l'orecchio.
«Figurati... Non esistono vite migliori o peggiori, il meglio è il non vivere, il Nulla. In fondo, le nostre vite sono solo le maschere mutevoli che indossiamo per adombrarlo. Ma questo non ha a che fare con il motivo per cui sono venuto da te. Vorrei che tu, per il tempo che sarò lontano e che presumo non sarà lungo, faccia le mie veci nella gestione dei miei interessi e delle mie tenute, in particolare della mia dimora – meglio sarebbe dire il mio sepolcro. Come è giusto che sia d'altronde, essendo tu l'unico mio parente. Ti chiedo solo questo».
«Ma se davvero pensi che il non vivere sia la miglior cosa, è strano che tu voglia fare un viaggio, non trovi, fratellino?» chiede Nick, ravvisando una palese contraddizione nelle equazioni mentali del proprio congiunto.
«Per cercare la suprema risposta, trovare qualche idea, l'ispirazione. O forse proprio per fuggire verso il Nulla. Tanto, la mia mente gira a vuoto, gira inesorabilmente sempre attorno alla stessa circonferenza, ritorna sempre lungo gli stessi punti all'infinito, in cui le contraddizioni non sono altro che i punti opposti, gli estremi di uno stesso diametro, e si percorre ora un punto ora il suo opposto, e non si riesce a fuggire, ad andare oltre. Mai. E non solo per la mia mente è così, ma per la mia stessa medesima vita; anzi, è così per per la vita di tutti. C'è chi ne è pienamente consapevole, chi poco, chi per nulla. Io voglio fuggire, andare oltre. Verso il Nulla forse, o verso il Tutto. Magari sono la stessa cosa. Ho provato a spostarmi dalla periferia verso il centro, ho provato a raggiungere il centro della circonferenza. Ma il centro di me stesso è desolante e desolato, è l'aridità che nessun deserto ha mai conosciuto. Lì dentro c'è solo fango. C'è solo la noia. C'è solo la Morte. Ma non il Nulla. E non c'è niente di peggio che esser morti pur essendo vivi, o esser vivi pur essendo morti. Prima la pensavo diversamente, e ho provato a costruire il mio regno di morto vivente. Ha potuto funzionare per un po', ma la verità è che siamo tutti dei morti viventi, in ogni caso».
La ragazza sta presso il tavolo più prossimo a quello di Nick e compagnia, poco più indietro a breve distanza. Si è cosparsa le tette con la panna spray, le sta facendo leccare ad un ciccione bavoso e stempiato che colà siede. Fischi risuonano all'intorno.
«Che discorsi strani state facendo voi due, non ci capisco un'acca. Però siete proprio intelligenti e profondi, siete proprio fratelli...» s'intromette Cristiane modulando una vocina petulante. È visibilmente annoiata e stufa, ma cerca di simulare interesse per attirare l'attenzione. «Zitta tu, non ti riguarda. Gli accordi sono che devi tacere, altrimenti puoi anche sparire» l'ammonisce Nick, per poi riprendere il discorso. Lei intanto gli stampa un profondo succhiotto sul collo.
«In effetti, negli ultimi tempi hai praticamente vissuto come un recluso. Quanto al fatto che siamo tutti dei morti viventi, be', io ci andrei più cauto con questo tipo di valutazioni...». Nick afferra il mento di Cristiane, infastidito, e ne allontana un poco la faccia. Lei mugola e miagola, serra le braccia attorno al collo di lui con maggior forza, tirando verso sé le mani giunte.
«Quando ho ricevuto la prima lettera dal Principe, accolsi la cosa con indifferenza, poteva solo apparirmi come lo scritto insulso di un buontempone. Poi compresi di chi davvero si trattava, ne ebbi le prove. Da allora avrei continuato a riceverne una lunga serie, di quelle lettere, e molte altre gliene ho inviate io. Ora sono avvinto da una curiosità che si è fatta ossessione, e da una labile speranza. Voglio uscire dalla gabbia. Voglio andare oltre, fuggire oltre il limite, oltre il confine. Per questo ho intenzione di recarmi da lui, di incontrarlo. Tu sai di chi sto parlando».
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continua
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