paneros.splinder.com
«Credo di aver capito. Tu vuoi andare in capo al Mondo... per poter incontrare il Confine del Mondo! Stai attento, non fidarti. È un losco individuo, un gran tipaccio, certo molto più di quanto lo sia io, ed è tutto dire. Chiunque abbia avuto a che fare direttamente con lui ha fatto sempre una brutta fine, almeno così si dice». Nick scola la sua Caipirinha, chiama Joe e gli ordina di portargliene un'altra.
«Così si dice. La realtà è che siamo tutti suoi schiavi. E tu non fai certo eccezione. Lui è il pastore che non ha bisogno di recinti e cani per tenere a bada le pecore. Le ha convinte di essere libere e felici. Ci ha convinto perfino che siamo nobili, degli esseri superiori. Può mangiarci quando vuole, quando ha bisogno. Ma io credo che anche lui sia schiavo dei propri bisogni. Siamo la sua unica fonte di lana e di carne, ha bisogno di noi. Però lui è davvero un nobile, è un Principe. Bisogna trattare con i nobili, se si vuole elevarsi dal proprio livello. Se è un Principe, deve giocoforza avere dei princìpi, quindi essere migliore di quanto si racconta».
Il garçon porge a Nick il nuovo calice colmo, e lui si attacca subito alla cannuccia. Tira a lungo, poi passa il calice a Cristiane. Solleva gli occhi in alto, meditabondo. Mumbleggia agitando rumorosamente la lingua impastata, deglutisce più volte la saliva, sospira. Addenta un'altra Marlboro e se l'accende.
«Un Principe? Pfuihi! Forse lo era un tempo. La sua nobiltà ora è solo una parvenza, una maschera dietro cui nasconde un'infelicità esistenziale più grande della tua. Magari sotto quella maschera c'è proprio quel Nulla che tanto ricerchi, chissà. Di certo non gli manca un abisso di fango e tracotanza. Il nostro casato invece sì, fratello, è davvero di ascendenze nobiliari, non dimenticarlo mai. Non abbiamo affatto bisogno di elevarci. Ma la nobiltà di quello lì è solo la maschera di un leone che cela la coda di un serpente».
«Sei troppo drastico. È un Principe vero, secondo me. In definitiva, il lignaggio della nostra famiglia è solo quello di Conti».
«Principi, conti, baroni, marchesi, che importa?! La morte è una livella, diceva un saggio giullare di sangue blu. Dovresti essere consapevole dell'inutilità che... Già, ma noi, noi due, possiamo morire?».
«Forse lui potrà darmi il Potere».
«Ah, così è questo che ti avrebbe promesso? E che cosa ti ha detto esattamente?».
«Non te lo posso dire, preferisco non scendere nei particolari. Non ora, perlomeno».
La ragazza sta facendo ciucciare un capezzolo ricolmo di panna ad un giovanotto allampanato, beato e sbracato su un divanetto a breve distanza. Nick lascia finire la Caipirinha
a Cristiane, chiama Joe e ordina un B52.
«Prima mi dici che aspiri al Nulla, poi mi parli del Potere; francamente non capisco... Ma se vuoi il Potere, quello potrei dartelo pure io. È un'eternità che ti dico di entrare in società con me, di associarti attivamente ai miei affari – che in realtà sarebbero i nostri. Avresti tutto il Potere che vuoi, non vedi tutti i sottoposti e i miseri ometti che sono felicemente alle mie dipendenze? Per non parlare poi di tutte le conoscenze altolocate che ho e che pendono dalle mie labbra, e su cui posso sempre contare per richiedere favori. O i tanti inutili leccaculo che rimpinguano ognora la mia corte e che mi richiedono favori in continuazione – poveri illusi! Oh sì, avresti anche tu il Potere, se solo ti associassi a me, fratello».
«La tua forma di Potere non credo possa rappresentare quel che fa al caso mio – è un modesto poterucolo da pezzenti. Senza offesa, naturalmente. Noi due abbiamo certo un potere, ma è poca cosa, è un piccolo Potere, rispetto al suo. Il nostro deriva da lui. Il Potere che ricerco è quello ulteriore. Mi serve per riuscire a valicare il limite. Per sopravvivere. O scomparire definitivamente».
Joe porta il bicchiere con il B52, lo poggia davanti a Nick su un piattino di ceramica, prende un accendino e ne incendia la superficie. Nick attende che si abbassi la lunga fiammata azzurrognola, poi vi tuffa dentro la cannuccia e beve tutto d'un fiato. Si accende ancora una sigaretta.
«Sai bene che anch'io, tanto tempo fa, sono partito per un lungo viaggio. Ho girovagato attraverso mondi e generazioni. Non ero alla ricerca del Potere, ma della libertà. Non sono mai riuscito a trovarla. Pertanto, una volta tornato qui, mi sono consolato col Potere. Quel che sono riuscito a conquistarmi è un grande Potere, almeno ai miei occhi. Io sono un tipo lineare, quanto lo può essere un'autostrada che attraversa il deserto dell'Arizona. A differenza di te che perseveri nel seguire i princìpi del Wu Wei, io ho deciso di oppormi alla corrente degli eventi, e proprio per sopravvivere ho ricercato con tutte le mie forze, a tutti costi, contro tutto e contro tutti, la mia bella fetta di Potere. Ci sono riuscito. E questo che vedi tutt'attorno – il mio locale Kaulacau – è solo uno dei tanti segni che lo manifestano».
«Comprendo perfettamente il tuo punto di vista, l'ho sempre compreso pur non condividendone i metodi di applicazione. Di più, c'è una parte di me che la pensa come te. E mi piacerebbe davvero riuscire ad agire come te, però son sempre più persuaso che le nostre azioni rimangano sempre in balia della corrente e ne seguano il corso, anche quando ci illudiamo di star andando contro corrente...». Pronunciate queste parole, il Signor Kia rimane come assorto e sognate per lunghi istanti, muto, gli occhi vacui a fissare l'oltre, il vuoto. «Ah, l'ineluttabilità degli eventi, di questa realtà, vera o falsa che sia, che ci rende schiavi!» riprende poi, buttando fuori le parole assieme ad un prolungato sospiro, un sommesso gemito di sconforto.
«Ti ricordi quando eravamo bambini, Nick? Ricordi quando per giocare avevamo fatto un piccolo pupazzo, una specie di spaventapasseri di pezza nera? Ci era venuto proprio bene, e ci divertivamo da matti a dargli vita, a fargli interpretare le nostre storie, fargli vivere le nostre avventure. Come si chiamava quel pupazzo, che nome gli avevamo dato? Te lo ricordi, Nick?».
Nick getta un occhio interrogativo sul volto stralunato del fratello, cerca di comprendere invano dove questi vuole andare a parare, scruta intensamente quell'ovale privo di espressione. Schiaccia la sigaretta nel posacenere, e ne accende subito un'altra. Aspira profondamente. «Mi ricordo vagamente. Ma è passato tanto di quel tempo, come vuoi che faccia a ricordarmi come diavolo si chiamasse quel fantoccio! E poi perché me ne parli?».
«Si chiamava Zos. Lo avevamo chiamato Zos; sì, lo ricordo con perfetta chiarezza adesso. Ho fatto un sogno qualche notte fa, sai, in cui Zos mi è apparso. Non era più un pupazzo, ma un essere rivoltante e sofferente, uno scimmione caprino e satiresco. Soffriva, era angosciato, si è persino permesso di inveire contro di me, di insultarmi. Curioso, no? Non lo trovi curioso?»
La ragazza si avvicina al Signor Kia ballonzolandogli le tette sotto al naso, sta per premere il dispenser della panna sul capezzolo destro, ma lui, senza nemmeno degnarla di uno sguardo, con un cenno sdegnoso della mano le fa capire che non è il caso, di andarsene altrove.
«Ti vedo proprio strano, fratello, sai? Sicuro di sentirti bene? Come faccio a sapere cosa combina il tuo inconscio? Vai da uno strizzacervelli, forse ne hai bisogno. In ogni caso, non mi sembra una faccenda degna d'interesse – i sogni passano con la luce del giorno e, per quanto ne so, non vogliono dire proprio nulla. O forse vuoi che sia il Confine del Mondo ad interpretare i tuoi sogni? Già, dev'essere proprio così...» termina sghignazzando Nick, mentre sta pronunciando le parole finali.
«Forse il confine da varcare si trova proprio dentro i sogni, o al di là di essi. Ma i sogni ci perseguitano anche alla luce del giorno. Il Confine del Mondo mi ha promesso di mostrarmi la luce eterna, primigenia, quella al cui confronto scompaiono tutte le altre insignificanti luci di tutte le stelle dell'universo, quella splendente del Pleroma, in cui si annulla ogni cosa».
«Non ti mostrerà proprio nulla. Nulla di quel che ti ha promesso, per lo meno. Per il semplice fatto che non esiste nessun Pleroma, nessuna luce eterna. Ci sono solo flebili, effimere lucerne che galleggiano in un mare di tenebra. Ma tu cerchi proprio il Nulla, e allora forse davvero ti accontenterà e te lo mostrerà... e perdona il gioco di parole!» sghignazza ancora Nick, finendo con una serie di singhiozzi strozzati e ilari. «Da' retta a me: se cerchi la luce, è molto meglio che tu ti accenda una lampadina!» dice, continuando a scherzare e a ridacchiare, e strizza l'occhio al fratello.
«Dimmi soltanto se hai intenzione di accettare l'incarico di amministrare ad interim i miei beni, ammesso che io faccia ritorno» taglia corto il Signor Kia.
«Certo certo, nessun problema. Con tutto quel che amministro, qualcosina in più non fa una gran differenza. Se non dovessi più tornare... be', vorrà dire che mi godrò la tua eredità!» dice Nick, e poi strizza l'occhietto, schiaccia il filtro della sigaretta nel posacenere. «Ma ora lascia che ti mostri, caro fratello, qualcosa di ben più interessante di quel che mai potrebbe mostrarti il Confine del Mondo. Su bella, dai, alziamoci». Nick dà una pacca sul sedere di Cristiane per farle capire che arrivato il momento di schiodarsi. I due si alzano e si sfilano dal tavolo. Il Signor Kia afferra il bicchiere e finisce di berne l'acqua contenuta. Nick attende che anche il fratello si alzi. «Seguimi, vedrai qualcosa di curioso» incoraggia Nick quando vede il fratello in piedi. Quindi fa strada cingendo la sua dama per il fianco.
Egli torreggia fiero e spicca col suo fez carminio fieramente piantato sulla testa. Trascina il suo caffettano, l'orlo del quale s'insinua tra le caviglie strusciando sul pavimento, e s'incammina verso la zona privé. Attraversa i lampi delle luci stroboscopiche che ora, lente e uniformi, si accoppiano ai suoni di una voluttuosa musica col sax come lui è accoppiato alla sua frizzante biondina. Sfila davanti alla selva di scimmie vocianti o silenziose che siedono composte o sbracate tra i tavoli e sui divani. Passa accanto al fidato buttafuori, e gli sussurra qualcosa nell'orecchio. Un'altra ragazza ha preso posto sul palco, ancora coperta da una tutina fasciante in maglia nera a rete. Si sta dimenando lassopra come un pesce quando viene tratto a secco e gettato sul fondo dello scafo. Il buttafuori si dirige verso un gruppo appartato di quattro tizi impettiti che portano Ray-Ban sugli occhi. Stanno in piedi, e han tutta l'aria di essere uomini di Don Sonnie. Nick s'intrufola nell'angusto passaggio che fiancheggia il palco conducendo oltre, diventa sempre più un'ombra nella penombra, poi oltrepassa la tenda rossa e sparisce. Il Signor Kia lo segue da breve distanza, compassato, col suo Bogart nero stretto tra le mani, e sparisce anche lui dietro la tenda.
I tre iniziano a percorrere un corridoio piuttosto largo, e che pare essere anche abbastanza lungo. Al principio di esso vi stanno due stanze dalle porte aperte, una dirimpetto all'altra, da cui proviene un fitto vociare. Il Signor Kia vi getta dentro un rapido sguardo: sono entrambe piuttosto gremite, sono due vaste stanze palesemente adibite al gioco; in quella sulla sinistra si intravede un gruppo di astanti accalcati attorno a un lungo banco che ha tutta l'aria di essere un tavolo da roulette, nell'altra vi sono alcuni tavoli quadrati coperti di panno verde a cui siedono gruppetti di quattro avventori ciascuno, che giocano a poker. Il suono della musica comincia a farsi sempre più remoto man a mano che il trio procede, così come il brusio delle due affollate stanze. Le loro teste vengono come tagliate orizzontalmente da scie di luce fredda e verdognola provenienti dalla fila dei neon sospesi al soffitto, producendo una sensazione analoga a quanto avviene ad un osservatore mentre percorre un'autostrada e vede venirsi incontro le linee bianche tratteggiate che demarcano le corsie, salvo il fatto che le scie balenano da sopra e non da sotto. I loro passi, benché svelti, si sono fatti ovattati posandosi sopra una moquette damascata con decori carminio e porpora. Avanzando lungo il corridoio dalle pareti in cartongesso coperte di vinile nero lucido, è tutto un profilarsi ripetitivo di porte che si fronteggiano seriali lungo le due pareti, a differenza delle due all'inizio tutte chiuse però, ad ante scorrevoli nere e lucide anch'esse, ognuna dotata di un paio di grandi oblò di vetro, uno per anta, che sembrano fissare il passante come occhi dallo sguardo spento, liquido ed ebete – occhi sgranati su facce quadrate di giganti. Nick e Cristiane si arrestano davanti a una delle porte. La porta è sormontata da una targa in ottone dorato che reca incisa la parola “ABRASAX”. Al Signor Kia pare di esser sommerso in un'atmosfera greve e opprimente, che solo la benefica, rinfrescante presenza dell'aria condizionata gli attenua un poco. Si sente a disagio, e non vede l'ora di andarsene. Nick con un cenno della mano prima invita il fratello ad avvicinarsi, poi a fare piano e con discrezione. Non appena questi è giunto in corrispondenza dell'oblò, lo afferra per la spalla e gli fa cenno di guardare all'interno.
«Il vetro è schermato, si può solo guardare dall'esterno. Chi sta all'interno non può accorgersi di essere osservato. La camera è insonorizzata, ma per prudenza è meglio far piano e parlare a voce bassa» sussurra Nick vicino all'orecchio del fratello. Cristiane prende a sghignazzare cercando a stento di soffocare le risa, a tratti si piega sulla pancia, mentre Nick sorridente si porta l'indice sulle labbra e intima “sssssht”. Il Signor Kia si china un poco pian pianino, e lentamente il naso gli si accosta al vetro. Procede senza convinzione, svogliatamente, finché gli si fa chiara innanzi agli occhi la visione tondeggiante e un po' sfocata – confusa come lo può essere un sogno circonfuso di una nebbia leggera – di una stanza con un paio di pareti imbottite color grigio cenere, che la rendono simile nell'aspetto alle celle di certi antichi manicomi, o al rivestimento in velluto trapunto da bottoni decorativi di certe poltrone. Una serie di lucine rosse illumina l'ambiente dai bordi del soffitto nero. La parete sulla destra è invece costituita da una scacchiera di ampi specchi quadrati che la rivestono interamente, e ciascuno di questi ha una differente, sebbene lieve, inclinazione o sporgenza, in modo che ciò che essi riflettono va a formare una sorta di patchwork ipnotico con le immagini. A ridosso della parete opposta a quella degli specchi c'è un giaciglio costituito da quel che pare essere un grande materasso ad acqua – a due piazze e forse più – di colore blu, affiancato da un piccolo comodino nero verso il lato dell'ingresso. Poggiato alla parete che fronteggia la porta c'è un divanetto in similpelle nera, più o meno in corrispondenza dei piedi del giaciglio, su cui sopra vi stanno sparpagliati mucchi di indumenti. Sopra il divano sta appeso un tondo – ligneo, presumibilmente – dipinto ad imitazione della pittura vascolare greca, a figure ocra su sfondo nero lucido, raffigurante un'erma di Priapo con due donne nude che si aggrappano ad essa come in estasi, e attorno al bordo della circonferenza si può leggere la scritta Ad costam tibi septimam recondam.1 Sopra il giaciglio appare una figura maschile, nuda e carponi, pelosa e bianchiccia, tozza e corpulenta, dal ventre pingue e sporgente. Sta disposta leggermente in diagonale, in maniera che il flaccido deretano – e, attraverso le gambe ben divaricate, anche lo scroto lungo e molliccio e l'ancor più molliccia pancia che pendono al di sotto di esso – risulta ben in evidenza dalla visuale dell'oblò. La testa invece si intravede, quanto basta perché il Signor Kia, dalla corona impomatata e brizzolata che circonda un'ampia calotta glabra e lucida, riesca a riconoscere Don Sonnie in quella virile, ingloriosa figura. In piedi, voltata di spalle, incombente nelle prossimità del sedere di Don Sonnie, si intravede con buona chiarezza la sagoma di Alibech, nuda se non per il perizoma nero che ancora le cinge i fianchi, e per gli stivaloni. Un gran bel paio di chiappe voluminose e piene si para davanti alla vista del Signor Kia, mentre la proprietaria le fa ballonzolare e dimenare un poco con compiaciuta nonchalance, appressandosi sempre più alle terga di Don Sonnie. Postasi press'a poco davanti alla visuale, si può solo arguire che stia dando inizio a qualche manovra manipolatoria sul culone dell'uomo, o nei suoi paraggi. Riflessi molteplici e caotici della scena si possono anche osservare sulla parete con gli specchi, ma guardando dall'angolo dell'oblò vi si riesce a fatica ed appaiono anche più confusi. Don Sonnie allarga ancora di più le gambe, solleva ancor più in alto il pingue sedere. Sembra che lei gli stia palpeggiando lo scroto, con entrambe le mani che solleva da sotto come cucchiai. Dalla stanza non giungono – e non potrebbero giungere – suoni, e intorno si sentono solo le risatine soffocate di Cristiane frammiste agli “sssssht” di Nick e, remotissimi, le note della musica nel locale e il brusio confuso delle sale da gioco.
La cavallona si scansa appena un po' verso destra, quel tanto da lasciare alla vista maggior libertà nel seguire l'opera della sua mano mentre scende e sale lungo un torsolo marroncino chiaro, tanto allampanato e rinsecchito da sembrare una carruba ancora acerba che pende dall'arbusto.
«Chissà quanto ce l'ha piccolo, l'uccello; visto che ha le palle così lunghe e strette, dev'essere minuscolo!» commenta maligna Cristiane, prima di riprendere a ridere.
«Cosa c'è di interessante in tutto questo? Perché mi hai portato qui a farmelo vedere?» domanda il Signor Kia.
«Capisco che tu non sia proprio il tipo dell'erotomane allupato all'ultimo stadio,» risponde Nick «e che per questo il genere di spettacolo non ti sollazzi. C'è gente che sarebbe disposta a darmi fior di quattrini pur di vedere quello che sto facendo vedere a te. Ma non è questo il motivo».
«Pagare per vedere un uomo brutto e laido che tenta di far sesso?» lo interrompe il fratello, fissandolo con la fronte corrugata e aggrottando un sopracciglio.
«Ssssht. Parla più piano. Il bello deve ancora venire. Aspetta e vedrai».
Alibech si interrompe, va verso il comodino, dove preleva un guanto semitrasparente in lattice da una scatola, e se lo infila nella destra. Poi prende un oggetto cilindrico che pare essere una piccola bottiglia, un dispenser di plastica rosso e magenta. Ritorna al posto dove stava prima, preme sulla cima del contenitore e fa cadere la sostanza gelatinosa che ne fuoriesce sul palmo della mano inguantata. Se la spalma lungo il palmo articolando le dita, girando il pollice, aiutandosi con un movimento rotatorio del medio e dell'indice dell'altra mano. Pronuncia qualche parola di cui si percepisce solo il movimento delle labbrone, e in risposta Don Sonnie si allarga le chiappe dopo averle afferrate tra le mani. Lei comincia un massaggio energico attorno all'ano glabro dell'uomo, dove la bianca chiarità della pelle va a screziarsi di note viola e porpora allorché inizia a rigonfiarsi in un canotto di ragadi tumescenti. Rotea l'indice e il medio, inguainati e luccicanti, alternativamente in senso orario ed antiorario. Dopo un breve tempo, sospinge le due dita all'interno, lentamente ma con decisione, va avanti e indietro, riemerge e affonda e va sempre più in profondità fin quasi a raggiungere l'altezza delle proprie nocche, mentre lui rimane impassibile, immobile, senza colpo ferire: si capisce che è abituato alla pratica. Lei preme il dispenser e fa cadere altre gocce di gel sul dorso della mano e attorno all'orifizio violato. A tratti ella si para davanti alla visuale, e si vede solo il suo magnifico culo, a tratti si sposta quel tanto che basta per riuscire ad intravedere il suo braccio in azione. L'uomo si prende in mano l'uccello e inizia a masturbarsi, benché dall'angolazione dell'oblò non si riesca a vedere il suo membro ma solo il movimento del braccio di lui, quasi in sincronia con quello di lei. Le palle gli si sono rialzate, sembrano meno lunghe e meno sottili. Lei ora inserisce dentro anche l'anulare, le dita vanno a fondo fin oltre le nocche; torna più volte indietro e ad un certo punto introduce il mignolo. Inizia ad andare a fondo tutta la mano, fino a metà del palmo, parendo quasi il becco di un'anitra nell'atto di ghermire un pesce. Quando la metà della mano è ben assestata, cerca di introdurre il pollice, ripiegato sotto l'indice, e incontra qualche difficoltà. Irrora la zona con un altro po' di gel. Anche il pollice alla fine riesce ad affondare nel centro di quel paio di guanciali di flaccidezza, e lei comincia a girare la mano in un senso e nell'altro, fruga nelle interiora come fosse un cavatappi, o come un tappo di sughero che venga girato e spinto cercando di sigillare l'imbocco di una damigiana, fino a che la mano non è penetrata dentro per intero, affondata all'altezza del polso e oltre. Il proprietario del deretano continua a segarsi con sempre maggior vigore; per il resto il suo corpo rimane lì, impassibile, accucciato, immobile, perfettamente a suo agio, come se all'interno del suo intestino non ci fosse nemmeno l'ombra di una zanzara.
«No, non è decisamente il mio genere di spettacolo» afferma il Signor Kia, voltatosi verso il fratello e sorridendo ironicamente.
«Eh eh, lui non sospetta nemmeno che all'interno ci sono delle microcamere che lo stanno riprendendo. Da ogni angolazione. Sai, non si sa mai. Così lo ho in pugno. È uno dei trucchetti con cui lo costringerò a fare quel che voglio io. Vedi, questo è quello che si dice il Potere. Ti ho portato qui anche per dartene un assaggio, un piccolo esempio. Come sfruttare i vizietti inconfessabili della gente a proprio vantaggio. Spero possa essere istruttivo, per te».
«Che bella scoperta! Proprio originale. Solo scoprendo l'acqua calda saresti stato più originale! Be', in ogni caso non vedo il nesso con quello di cui ti ho parlato stasera, né che utilità possa avere per me. Ma del resto la via del ricattatore ben si addice al galantuomo...» ironizza il Signor Kia, evidentemente sempre propenso ad elogiare il fratello.
«Suvvia, quale ricatto e ricatto! È solo una piccola, semplice precauzione. Guarda piuttosto: c'è ancora una sorpresa da scoprire, lo spettacolino dovrà ancora riservarci la ciliegina sulla torta...» se la sghignazza Nick come se abbia preannunciato chissà quale fausto evento.
Il Signor Kia riaccosta il viso all'oblò, mentre Nick e la sua ochetta parlottano, ridacchiano e si sbaciucchiano tra loro, un poco distanziati da lui. Non così interessati, evidentemente, al tanto decantato spettacolo. Ma il Signor Kia può di certo intuire che almeno lui, il fratello, conosca fin troppo bene un copione già visto svariate volte. Alibech continua a trivellare il culone di Don Sonnie roteando la sua manina gentile, compiaciuta e scrupolosa nell'adempimento della propria prestazione. Prosegue così per un lasso di tempo, con metodicità un po' noiosa e ripetitiva, quasi fosse una macchinetta asettica, sebbene assai volenterosa. Don Sonnie probabilmente si gode il suo momento, si potrebbe perfino percepirne i gemiti e i sospiri, immaginarli per lo meno, dato che la stanza rimanda solo il silenzio. Lei ad un certo punto estrae la mano, all'improvviso e bruscamente, e si distanzia un poco. È appena un attimo, e sta subito fuori. Al suo posto una larga caverna – un'oscurità in cui palpitano baluginamenti arrossati e cangianti – prende a far mostra di sé in mezzo alle chiappe di lui, in tutta la sua maestosa, raccapricciante indecenza. Alibech rapidamente si sfila il perizoma, si mette per un momento di profilo e – sorpresa! – subito dopo che il pezzo di stoffa è caduto a terra, dall'inguine s'innalza, come un missile dalla rampa di lancio o meglio ancora come una molla che sia stata tenuta lungamente in tensione, una cosa altrettanto maestosa e impressionante del buco sfondato di Don Sonnie: una picca lunga quanto il tronco di una sequoia, larga quanto il manicotto del motore di un Airbus. Il Signor Kia si volta e getta un'occhiata perplessa e interrogativa verso Cristiane, che continua a ridere come una cretina. «Oh, sta' pure tranquillo. È una donna, lei. Vera» puntualizza con divertita decisione Nick.
Alibech si approssima di nuovo alle natiche di Don Sonnie – il cui buco del culo è ancora allargato ben bene, ma si sta cominciando a richiudere. Gli dice qualcosa, e lui si sposta lateralmente, e fa scivolare le gambe più in giù verso il bordo del materasso, coi piedi che pendono all'esterno. In quella nuova angolazione, è più facile per gli spettatori esterni osservare quanto accade. Dopo essersi inginocchiata sul bordo del materasso, tra le gambe di lui, l'ambigua creatura prende tra le mani la sua voluminosa attrezzatura e la introduce nell'antro già violato. In un baleno la testona gonfia e rosacea avidamente vi si tuffa, poi segue tutto il resto del lungo corpo cilindrico, che sprofonda d'un fiato fino alla radice. Un attimo d'immobilità, ed ecco che subito la lei-lui inizia uno stantuffamento danzante e cadenzato, con affondi decisi e vigorosi. Don Sonnie riprende a menarsi il batacchio – più che altro quello che sembra l'artiglio rinsecchito di un bradipo. Lo fa con frenesia sempre crescente, accompagnando la masturbazione con movimenti rotatori del bacino. Alibech si arresta qualche momento, e lo percuote con la mano sulla natica destra per alcune volte, per ricominciare quindi a dimenarsi sul culo di Don Sonnie. I due vanno avanti coi loro movimenti sincronizzati ancora per un breve tempo, visto che Don Sonnie raggiunge rapidamente lo stadio finale della libidine, e ne rivela il frutto liquoroso manifestando cinque o sei piccoli fiotti, sparati come frecce impazzite che vanno a depositarsi sulla sottostante superficie blu, appena sotto la pancia dell'uomo o a poca distanza, formando una colonia caotica di pozze liquide, sparse e minute, alcune trasparenti altre perlacee. Poco dopo, Alibech estrae la sua ramazza dallo sfintere, le dà qualche energica sfregata fino a che dalla canna non partono i getti che impiastrano di sperma le chiappe di Don Sonnie.
«Se il tuo intento era quello di stupirmi, sappi che non ci sei riuscito affatto» commenta caustico il Signor Kia.
«Bah, sei proprio un caso disperato, irrecuperabile» ribatte scuotendo la testa il sorridente Nick. «Adesso sarà meglio che ce ne andiamo, vieni» fa al fratello, e intanto afferra per il fianco Cristiane. I due si avviano dando le spalle e le pelvi – che si strusciano e si scuotono vicendevolmente tra di loro in maniera scanzonata – a lui che indugia. Continuano lungo il prosieguo del corridoio. Il Signor Kia si accoda e li raggiunge, cercando di porsi a lato del fratello. «Ah, naturalmente porta i miei saluti al tuo fido e virile compare, quando lo rivedi» soggiunge con divertita malizia non appena lo ha quasi affiancato. Il corridoio continua con la sua serie di porte, tutte uguali, tutte chiuse. Ormai il gruppo sta quasi per raggiungerne il fondo, e ne segnala l'interruzione una parete in velluto rosso che si fa prossima, a ridosso della quale c'è una colonnina di gesso il cui capitello ionico è sormontato da un putto dello stesso materiale. Ai piedi della colonnina, un vaso con una pianta di Potos.
«Perché non torniamo indietro? Se permetti, ora vorrei andarmene via» protesta il Signor Kia. Nick tace, si ferma, bacia lascivamente Cristiane sulla bocca. Le loro lingue s'intrecciano a lungo, tra mugolii vogliosi in sottofondo. Lui la palpeggia sui seni, sui fianchi e sul sedere. Il Signor Kia è sempre più infastidito. La coppia si sposta in prossimità della colonnina e del putto, continua imperterrita i suoi amoreggiamenti senza curarsi del terzo incomodo. «Be', io ora me ne andrei, se non vi dispiace» azzarda cautamente con imbarazzo il Signor Kia.
«Aspetta» lo fissa il fratello con aria suadente, «aspetta ancora un po', voglio farti conoscere una persona che potrebbe tornarti utile». Il Signor Kia sospira, poggia la schiena contro l'ultima porta sulla parete destra, nel mezzo tra la chiusura delle due ante, si mette a braccia conserte reggendo il cappello nella sinistra, prende a fissare il soffitto. Fischietta, o meglio azzarda ed emette un suono che negli intenti dovrebbe somigliare ad un fischio. I due continuano col loro gioco, sempre più spinti; Nick solleva il tubino della ragazza, insinua la mano sotto le mutandine. Il fratello è come in uno stato di trance, indifferente alla scena, a quell'ambiente che lo opprime. Continua a fissare il soffitto, comincia a sentirsi decisamente poco bene. Suda freddo, la pressione gli si sta abbassando, la sua camicia si sta facendo madida. Tutto gli gira intorno, e all'improvviso ha come l'impressione di cadere all'indietro. È strano, in fondo non ci sono ragioni perché debba sentirsi così, si è mantenuto sobrio, ha bevuto solo acqua nel corso della serata – forse avrebbe dovuto mangiare qualcosa; sì, deve essere proprio quella la ragione!
.......
continua
1. Te lo ficcherò dentro fino alla settima costola.
23sexy23@libero.it