I
I capelli tuoi belli, Manu, voglio
Veder percorsi da un rigo del bianco
Frutto del mio piacere, finché stanco
Teco non giacerò simile a scoglio
Immoto, e sul tuo viso nessun broglio
Più ingannerà il piacer profondo, e banco
Terrà la nostra brama che dal branco
Dei travagli andrà in cima a un Campidoglio
Di lussuria. Lì andremo a dimenarci,
Come oche strilleremo giù dai lombi,
Giulivi da ogni doglio emergeremo,
Fuori dal branco e dai prodotti marci.
Tu dimena la chioma; io no, non tremo
Manu, fremo: orsù, lascia ch'io ti trombi!
II
Andiamo Manu, in alto, per i colli
Dell'ebbrezza, così, mentre l'aroma
Della tua pelle inalo e della chioma.
Andiamo, su, bagnati come folli
Chiaveremo finché il mondo non crolli
Dinanzi ai piedi nostri, andremo in coma
Sfiniti per gli orgasmi, e un ematoma
Comparirà rossiccio sulle molli
Chiappe tue non più chiuse a riccio, aperte
Per il piacer doglioso della voglia
Che – paziente fermento – t'avrà accesa
E fatta liquorosa. So che arresa
Non sei ancora, stai sopra le coperte
Manu, di nuovo schiudi la tua soglia.
III
Manu, a me accostati di più, se breve
È la Vita tu accosta più vicino
Le labbra. Per te sarò come un vino
Di natron che mantenga il fiele greve
Della Morte alla larga, sarò lieve
Carezza nella sera, che il nasino
Ti sfiori e quel bocciolo che piccino
Celi giù in fondo, fagiolo di neve
Caduto a fine inverno dentro scorza
D'abete, e come quello attende il raggio
Del primo sole e ne accoglie il calore
Per disciogliersi, così l'umido fiore
Tuo aspetta un dito che luce di maggio
Sia. Manu, guarda, il dito mio ti sforza!