COMMESSA DI CARTOLERIA
Non mi piaci granché: braccia robuste,
Anche grosse, volgare sul tuo volto
Maschio il trucco e volgare e maschio il timbro
Della tua voce pure, ma velato
Da una docilità quasi femminea,
Commessa di cartoleria. Mi guardi,
Con sguardo cupo e distaccato, prendi
Dalle mie mani fogli che consegno
A dita risolute e inanellate
E di rosso laccate, giri i tacchi
Repentina mostrando un culo basso
E cellulitico: penso che tutto
Va bene, in fondo, per il mio appetito.
Ah, mia commessa di cartoleria,
Conosci i miei segreti di me nulla
Conoscendo, e intravedi indifferente
Labirinti di rigida lussuria
Nella fissità argentea che mai nati
Occhi scrutano da non quotidiani
Mondi – oh sì, guarda questi occhi di china:
Ti scrutano e mi scrutano! questi occhi
Che scorgono l'inchiostro d'alfabeti
Nuovi in croci uncinate, giù sul vello
Rustico della tua fregna composta,
Mentre delle richieste fotocopie
I fogli tu componi, diligente.
Nell'attesa, comincio ad avvertire
Il turgore del mio glande, silente
Tra gli scaffali asettici ricolmi
Di cartacee nature ben disposte
(Oh, mica m'imbarazzo, se sapessi...).
Ma tu questo non lo sai: la tua mente,
Commessa di cartoleria, è concreta
E materiale, è docile: obbedire
Dovrebbe, solo obbedire, nient'altro.
Oh in un empito di follia balzare
Su di te, oltre il bancone, ad un tuo cenno
Voglioso e compiacente, pronta e prona
Sul bordo di questo bancone stesso,
Pronta per la mia mano che sul nero
Dei tuoi fuseau comincia delicata,
Con ansiosa lentezza, a scivolare,
Calandoli giù; ed ecco in un baleno
Schiudersi la visione di contrasto
Tra l'avorio di madide mutande
E quello più marcato del culetto
Bello morbido, dove le mie dita
Si posano danzanti per saggiarne
Rilievi e cellulitiche fossette.
Oh adesso sì, vorrei, vorrei, scostando
La breve stoffa del bianco baluardo,
Piantar la punta della mia cappella
Violacea lì, ove più marrone e scuro
Converge il color pesca in mezzo al solco
Delle tue chiappe ben aperte e schiuse;
Dentro, più dentro, lungo il tubolare
Velluto, dentro, su per il contorto
Odoroso cunicolo di un caldo
Intestino che come un indigesto
Salsicciotto m'accoglie e non m'espelle,
Sempre più dentro spingendo e spingendo,
Finché in quel tuo cunicolo la freccia
Opalina e gemente del mio sperma
In liquida vittoria non si espanda...
LA LINGUA
Che avanzi, avanzi (posso? le è permesso?)
Col suo corteo di succhi
Biancastri, scivolando lungo il solco
Aperto del formoso
Tuo sederino – un gran culetto bianco
E rosa – , giù in tal strada (senza trucchi
O smancerie, davvero)
Fin verso la rugosa
E oscura soglia di quel buchino
Tanto stretto, la spada
Che, papillosa, in nulla
ti trascura
Per secondar la voglia del mio vizio
Porcino; e mentre tutta
Ti umetta oh quanto vorrei che potesse
Avanzar lì, vischiosa
E pura tra i suoi rivoli perlacei –
E sprofondarvi quasi,
Con calma, senza fretta, come ricca
Proboscide d'umori,
La mia linguetta: pezzo di golosa
Carne ben appuntita,
Che si protende sempre più e più stretta
Diviene ancora, e viola,
Verso l'immaginata meta (è solo,
Lo so, immaginazione) di quel gioco
Scurrile, come imbuto
D'infantile sporcizia andirivieni
Che in noi serpeggia, o donna
Letizia, ov'essa sugger bramerebbe,
come fosse benzoino
Sciropposo, di cacca un accennato
Barbiglio, e – oh scempio! – un tocco
Di lieve arietta da una tua scorreggia
Con cura assaporare:
Ché non disdegna il gusto mio caprino
I forti aromi; e che in uno sbadiglio
Non vuole – soprattutto! –
Abbia la vita, mia e tua, triste fine.