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Lui & Lei


Rocco il millepiedi

           di PAN23

 Scritto il 23.04.2009    |    Visualizzazioni: 5.371  |    Votazione 6.7:

ROCCO IL MILLEPIEDI, OVVERO L'”Histoire de l'Oeuf”

Nota dell'Autore: chiedo venia a quei miei quattro lettori che avranno la compiacenza e la pazienza di leggere questo lungo e assurdo racconto fino alla fine, se le prime parti di esso saranno o appariranno poco erotiche, e quindi ben poco “allupanti”. Se volete potete saltare subito alla quarta o alla quinta parte, ma in quel caso non ci capirete nulla della trama. Buona lettura.


In verità, sono un tipo banale. Molto banale. Avevo speso una quindicina d'anni cullandomi nell'immagine d'essere originale, disinteressato alle piccinerie che assorbono la quotidianità degli uomini ordinari. Pensavo a me stesso come a un mistico artista (o ad un artista mistico?), mi vedevo dimorare sulla cima di qualche sperduta vetta dell'Himalaya, pronto ad impersonare la figura di un guru che guida un manipolo d'eletti verso una via stellare. Poi gli anni sono trascorsi invano, mentre mi accorgevo di restare solo un povero cazzone senz'arte né parte, così dannatamente simile ad un individuo qualunque in mezzo a quella massa amorfa che tanto disprezzavo. Guardandomi allo specchio, realizzavo con sempre maggior disinganno che le mie aspirazioni più segrete – anzi, per niente affatto segrete – non consistevano in altro se non in tutto quello cui aspirano i più: Soldi, Carriera e Potere. Magari un po' di Fama spicciola, quel quarto d'ora di celebrità di warholiana memoria. Magari andare a fare il tronista dalla De Filippi. E, naturalmente, Sesso. Diventare un Chiavatore. Soprattutto un Chiavatore. Un grande, insaziabile Chiavatore. Un bel tronista Chiavatore! Money Power & Sex. In fondo, sono proprio un'anima morta dentro un pezzo di carne arzilla. Stavo pensando a tutto questo per l'ennesima volta, mentre mi stavo guardando allo specchio per l'ennesima volta, nudo, mentre mi stavo menando per l'ennesima volta il mio pezzo di carne – forse non più tanto arzillo, dopo secoli di seghe – , mentre stavo svuotando per l'ennesima volta i miei coglioni sui bordi del lavello senza alcun entusiasmo. Fu così, allora, in quell'attimo, nell'annoiata vacuità della solitudine in cui contemplai le gocciole semi perlacee del mio nettare sparate a caso lungo i bordi e all'interno del lavello, che mi balenò il principio dell'idea. Dunque, in tale frangente di ristrettezze economiche e crisi generale oltre che personale, mi occorreva una nuova fonte d'introiti, naturalmente senza fare nessuna fatica (ché “fatica” è una gran brutta parola: il dio che ha creato la fatica non ha certo creato me...lavoratori! Phrrrrrrr!!!), ergo il sistema più ovvio era il gran colpaccio, vincere a qualche gioco o lotteria. Dunque, dopo la fine della mia relazione disastrosa, circa un anno prima, con quel puttanone di Katia, maestra di yoga kundalini in una dozzinale palestra al
Tuscolano, una tipa dall'ipocrita parvenza ascetica e dai modi “spirituali” che in realtà l'aveva data a mezza Roma, la mia vita sessuale aveva iniziato a languire in una situazione paludosa ancor peggiore di quella economica, e così pareva destinata a restare. Ergo, per uscire dalla mia palude dovevo diventare quel Chiavatore che avevo sempre sognato: l'equazione era chiara, molti soldi uguale a gran Chiavatore – lo sgheo fa l'oseo, recita il noto adagio. Dunque, la mia anima era già tristemente defunta, anzi ormai in avanzato stato di decomposizione, mandava lezzi nauseabondi per ogni dove, e non ci potevo far nulla; ergo, piuttosto che gettarla via magari in qualche discarica campana, non era meglio mercanteggiarla con il Diavolo o con qualche demone minore della corte infernale, in cambio di una congrua rendita che mi avrebbe reso Mister Chiavatore? Magari potevo anche farmi dare una raccomandazione per andare a fare il tronista dalla De Filippi... Ecco dunque che un'altra delle mie idee da psicolabile aveva preso a vellicare quel poco di cervello che mi era rimasto. Non ero io forse un mezzo mago, stregone periferico da week end di follia? Dovevo solo fare il passo definitivo divenendo così il novello Faust. Oh, ma no! Ma perché dar via la mia anima quasi fosse la passera d'una sciacquina da marciapiede provinciale? Potevo correre dei rischi imprevisti, o rimanere beffato. La soluzione migliore poteva consistere nell'evocazione di un demone, magari uno piccolo o un povero diavolo, forzandolo a sottomettersi ai miei voleri, col benestare dell'autorità di Satana. Fissai lungamente le mie pesanti occhiaie sullo specchio mentre mi arrovellavo su quale entità prescegliere, e nel frattempo mi sparai un'altra bella sega pensando a Carla Bruni che evira Sarkò. I primi diavoli che mi vennero in mente furono Malacoda e Farfarello, ma erano troppo letterari, la De Filippi probabilmente nemmeno li conosceva e quindi non avrebbero potuto convenientemente raccomandarmi per il trono. Neanche il pantheon mitologico delle diaboliche deità riferibili al Necronomicom inventato Da H. P. Lovecraft mi era congeniale: il polpiforme Cthulhu o il multigibboso e protoplasmatico Yog-Sothoth non erano nelle mie corde, certo nemmeno in quelle della De Filippi. Era più opportuno puntare sul più classico dei libri rinascimentali di Magia, la Chiave Minore di Re Salomone, detta anche Lemegeton, e trovare lì, tra i 72 demoni che vi sono nominati – marchesi, duchi, ministri, funzionari dell'Inferno e cazzabbuboli vari – il nome di quello più idoneo. Andai a scartabellare tra le pagine del volume alla sua ricerca. Dopo averci meditato su nell'arco di un lungo sonno ristoratore, a mezzogiorno del giorno dopo mi ero risolto per Purson: era poco ma sicuro che la De Filippi non conoscesse neppure lui (e lui la conosceva, la De Filippi?), ma pazienza...

Rimuginai e rimuginai su come procedere per la grande Evocazione, mentre sorseggiavo una tazza di tè in cucina, paludato nella mia vestaglia di seta rosa oramai tutta chiazzata dalle giallastre macchie essiccate del mio sperma, seduto sul mio provvisorio trono davanti al terrario che ospitava uno dei miei animaletti. Contemplavo la teca di vetro al cui interno faceva discreta mostra di sé, avvinghiata ad un ramoscello contorto propaggine d'un tronchetto ramoso di mangrovia, una sagoma lunga e affusolata, lucida d'un nero quasi cromato come fosse un robot avveniristico: quella del mio amico Rocco. Avevo battezzato così un bell'esemplare in mio possesso di Archispirostreptus gigas. Si tratta di un millepiedi gigante africano che può raggiungere la taglia di 30 cm circa, ed è il più grande del mondo. Il mio Rocco – ogni riferimento non è affatto casuale – ne misurava più o meno 23. Essendo un detrivoro, questo animale si nutre prevalentemente di foglie marcescenti, ma alimentavo il mio anche con pezzettini di frutta fresca e, soprattutto, con il cetriolo, di cui andava particolarmente matto (che strano eh, ma non avrebbe dovuto piacergli la patata? Aaargh!!! Ironie della vita beffarda!), e sul fondo di torba del terrario giacevano giusto gli avanzi di un mezzo cetriolo che il millepiedone aveva da poco smozzicato.
Del demone Purson, il Lemegeton riporta: “Un Re, trova i tesori nascosti. Narra inoltre del passato, presente e futuro, fornisce spiriti familiari, e rivela tutto ciò che è sconosciuto. Appare come un uomo, molto grande, con testa di leone. Essendo un Re, arriva accompagnato da musici e cortigiani, a cavallo di un orso, con un serpente in mano”. Bene, un Re – anche se non era l'unico nella vasta fauna burocratica del Lemegeton – era proprio quello che ci voleva per farmi ascendere alla dignità regale di Chiavatore e al trono televisivo. Inoltre rivelava le cose e i tesori nascosti, quindi avrebbe potuto rivelarmi qualche buon numero da giocare al lotto o biglietti vincenti della lotteria. Rocco si stava attorcendo al suo tronchetto, esibendo con lentezza giurassica le sue arcaiche sinuose movenze, ed io portavo la tazza di tè alle labbra, quando ecco che venni folgorato dalla formidabile trovata – un'altra delle mie psicotiche idee. Ovvero: far possedere Rocco dall'entità demoniaca, servirmi del suo corpicino (mica poi tanto piccolo, però ...) come veicolo per la manifestazione di Purson! Bene, avevo trovato il secondo tassello con cui comporre il mio piano. Nella pratica dell'Arte Magica i maghi, in genere, per evocare le forze ultraterrene, si rinchiudono in un Cerchio magico disegnato sul pavimento, entro la cui circonferenza operare. All'esterno di tale cerchio viene collocato il Triangolo di Manifestazione, sempre disegnato sul pavimento, entro il cui perimetro dovrà manifestarsi l'entità evocata. Non avevo nessuna voglia di mettermi a disegnare un Cerchio magico, né un Triangolo di Manifestazione: sono troppo pigro e avrei perso troppo tempo, e dopo sarebbe stato troppo noioso ripulire casa. Come Tempio, avrei potuto utilizzare una delle stanze del mio appartamento, magari la mia camera da letto che appariva come la più idonea, anche perché appesa ad una parete c'era già la Sacra immagine del Baphomet. Mi sarei limitato a consacrare simbolicamente quella stanza: il Cerchio sarebbe stato puramente simbolico, tracciato in maniera immaginaria e delimitato da 4 candele poste ai Punti cardinali della camera. Mentre stavo ragionando sul fatto che l'unico inconveniente era il letto e che avrei dovuto commettere la fatica di spostarlo, ecco balenare chiaro nella mia mente malata il terzo tassello del piano: avrei utilizzato come Triangolo di Manifestazione il deretano di una donna! Ovvero, più specificamente: per permettere all'entità demoniaca di manifestarsi, avrei introdotto Rocco dentro l'orifizio anale di una femmina umana. Ah ah, che idea! Un millepiedi dentro il buco del culo di una donna... Sono davvero matto anzi che no! Con tale sistema, non avrei avuto nemmeno bisogno di rimuovere il letto dalla camera: sarebbe stato il talamo su cui si sarebbe dovuto consumare il bizzarro amplesso. Il culo è la parte anatomica par excellence dedicata al Diavolo, quindi cosa potrebbe esserci di meglio per farvici manifestare un piccolo diavoletto? Rocco, il mio animaletto, avrebbe dato un osculum obscenum, quale sacrilego omaggio, all'ano di una donna, e sarebbe divenuto esso stesso un diavoletto che, tra le altre cose, mi avrebbe dato del denaro – non sono forse i soldi la merda che esce dal culo del Diavolo? In fondo, la pratica che avevo in mente si sarebbe chiamata, in termini anglosassoni, gerbilling, vale a dire una pratica sessuale consistente nell'introduzione di animali vivi di piccole dimensioni dentro la vagina o l'ano. In genere si tratterebbe di roditori o piccoli pesci, ma si poteva supporre che un millepiedi gigante sarebbe stata più o meno la stessa cosa. Rimanevano da risolvere due problemi: il primo, come riuscire a far entrare un millepiedi dentro un buco del culo, e in modo che non ne venisse spiaccicato? Il secondo, dove e come trovare una donna che fosse disposta a farselo entrare? Difficilmente avrei potuto approcciare una dolce donzella dicendole “Senti cara, scusa, non è che vorresti farti ficcare un bel millepiedi gigante dentro il tuo tenero popò?”, e magari aggiungere anche che avrebbe dovuto farlo per un rito di magia nera con cui evocare un diavolo. No, sfortunatamente non c'era nessuna tizia nel giro delle mie conoscenze interessata e disposta a fare simili cose, tanto meno quella zoccola di Katia. Il primo problema lo risolvetti facilmente un tiepido pomeriggio di fine autunno, quando, dopo aver girovagato in lungo e in largo per strade e negozi della città, mi imbattei in un esercizio che vendeva articoli per il modellismo e il bricolage; dopo aver spiegato approssimativamente al commesso quel che andavo cercando, questi mi consigliò una cannula utilizzata dagli amatori per costruire modellini d'aerei. Si trattava di un tubo cavo in plexiglas, trasparente e rigido, del diametro di 2.5 cm. Il diametro del corpo di Rocco era di circa 2 cm, dunque il tubo andava più che a pennello per farcelo passare attraverso. Era inoltre di dimensioni abbastanza contenute per entrare agevolmente dentro un culo. Il gioco era semplice: sarebbe bastato introdurre il tubetto dentro l'orifizio – quando ne avessi trovato uno disponibile – e poi farlo attraversare all'interno dal millepiedi; grazie alla sua trasparenza avrei potuto tenere sotto controllo l'intera operazione . Me ne feci tagliare un pezzo lungo 35 cm, che mi pareva una misura adeguata. Rimaneva il problema della donna da utilizzare per il Rito. Fare proposte del genere a Katia era dunque fuori discussione, non solo perché avevamo rotto ormai dal paleolitico, ma anche perché, con le sue sedicenti tendenze misticheggianti e spiritualiste, ne sarebbe di certo rimasta orrendamente scandalizzata. Nel mentre che pensai e ripensai a come risolvere la questione, stabilii di procedere a tutte quelle operazioni preliminari necessarie per compiere il Rito. Per poter evocare Purson, dovevo disegnare il suo Sigillo su pergamena vergine, usando inchiostro apposito vergine, servendomi della penna del maschio d'oca vergine, e dovevo conservarmi casto e vergine per tutto il tempo – chissà perché mai nella Magia dev'essere tutto così fottutamente vergine, mai che ci fosse qualche bella baldracca! Dovevo inoltre disegnare il Santo Pentacolo, che reca all'interno il motto “Non serviam”, sempre seguendo le succitate prescrizioni. Entrambe le figure sono inscritte dentro un cerchio. Non ti tedierò, o lettore, con ulteriori dettagli, ma feci tutto questo nei giorni e nelle ore prescritti, recitando le formule appropriate. Terminate queste cosucce, programmai che al momento opportuno avrei collocato il Pentacolo ed il Sigillo sotto un cuscino del mio letto, che sarebbe così divenuto una sorta di altare, o para altare, per celebrare il Rito. Quel letto di certo non era più vergine, ma sarebbe stato improbabile anche riuscire a trovare una giovane vergine. Frattanto mi era venuta una mezza idea per procacciarmi una possibile preda. Circa tre di mesi prima Katia, durante un party organizzato nella sua palestra, mi aveva presentato una ragazza coreana di 23 anni. Anche se non stavamo più insieme da un pezzo mi aveva graziosamente inserito – non ho mai capito il perché – nel numero degli invitati a quella triste festa, organizzata per l'apertura della nuova sede della palestra e dei corsi d'inizio stagione. Ci andai così, tanto perché non avevo un cazzo da fare. Prevedevo di starci non più di un quarto d'ora, giusto per curiosare, bere e mangiucchiare le solite cose ossia coca cola tartine patatine pizzette eccetera eccetera tanto per riempirmi lo stomaco, poi me ne sarei andato via. Dopo avermi affabilmente salutato, Katia volle presentarmi questa ragazza, con il suo solito fare da simpaticona e mia amicona (quanto la detesto!). Si trattava di una tipa molto allegra dai modi che le conferivano un'aria da bimba pimpante e un po' stupidina, proveniente da Seoul. Era indubbiamente una gran bel pezzo di figliola, per chi apprezza le asiatiche. Mi disse che si trovava nel nostro paese ormai da un paio d'anni, e frequentava un corso di lingua italiana e uno di oreficeria attraverso la cui frequenza aveva ottenuto il permesso di soggiorno. Mi parve di capire che fosse di famiglia molto agiata, e a parte questo arrotondava i lauti emolumenti paterni facendo saltuariamente la baby sitter, ed era diventata anche allieva al corso di yoga di Katia oltre che sua amica. Prima, aveva vissuto per un certo periodo a Londra, poi era venuta in Italia perché pare che qui vi siano le migliori scuole d'arte orafa al mondo. Non parlava proprio bene la nostra lingua, ma ciò che mi colpì fu il suo accento, il suo timbro di voce squillante e canterino che faceva parere i suoi discorsi una melodia flautata ed armoniosa – forse è questo il modo di parlare di tutti i coreani?
Si chiamava Soo In Seo, o Seo Soo In come direbbero i coreani anteponendo il cognome. In ogni caso, il nome proprio era Soo In. Parlammo del più e del meno e cosa fai che ti piace e bla bla bla bla. Non so come, fatto sta che finimmo nella toilette semi spogliati, io le leccai la figa per almeno tre quarti d'ora, e assaporai per la prima volta il particolare odore della pelle di una femmina orientale. Lei mi fece un pompino, e non volle avere un rapporto completo perché non c'erano preservativi a disposizione. Fu indubbiamente l'ultimo momento piacevole della mia attuale vita sessuale. Certo, non credo lei fosse proprio quel che si dice una verginella, da deflorare nel corso di un rito d'iniziazione, ma avrei dovuto accontentarmi. Mi lasciò il suo numero di cellulare, ma quando provai a chiamarla, più volte, era sempre spento. Avrei potuto chiedere sue notizie a Katia, ma la cosa sarebbe stata seccante. Ora era giunto il momento di riprovare, confidando nella mia buona tenebrosa stella. Chissà, essendo un'asiatica, vedessi mai che le fossero piaciute quel tipo di pratiche bizzarre e sadiche, come farsi infilare qualche animaletto nel culo, e che vengono rubricate sotto il nome di “torture cinesi”; non era proprio cinese ma in fondo veniva dalla Corea, che confina con la Cina. Composi il numero. Bene, molto bene, c'era linea, il cellulare era acceso. Attesi.
FINE PRIMA PARTE
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