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cinema a luci rosse (part.01)

           di Slut

 Scritto il 16.03.2009    |    Visualizzazioni: 21.404  |    Votazione 5.4:

Anche quest'anno le cose a scuola andavano male. Non mi piaceva studiare e i miei professori non facevano altro che chiamare mia madre per dirle di starmi dietro. Il problema è che io a scuola non ci andavo proprio o meglio .... uscivo di casa ogni giorno per andare a scuola, mia madre mi vedeva prendere il pullman ma solo che scendevo due fermate dopo, prendevo la metro e andavo diretto a rifugiarmi in un cinema a luci rosse che apriva la mattina. Le prime volte fu per curiosità ma poi ci presi gusto. C’erano quasi sempre le stesse persone e ormai le riconoscevo anche nel buio della sala, così come distinguevo le sagome di gente – per così dire – nuova. Il proprietario del cinema, un uomo sulla quarantina, mi lasciava entrare, perché a lui non gliene fregava niente se avevo solo sedici anni . Quando mi vedeva, diceva col suo accento romanesco: “ecco la mia bella puttanella segarola”. A Roma “fare sega” significa “non andare a scuola” ed era quello che facevo io. In quel cinema ero l’unico così pischello ma chissà quanti studentelli in tutta la città facevano come me, se non pure peggio. Si chiamava Riccardo il proprietario del cinema ed era un gran maiale. La mattina c’era lui, un marocchino di trent’anni che l’aiutava a pulire la sala, un rumeno sui vent’otto che mandava il film e i soliti avventori, che arrivavano uno alla volta per poi sparire tra le file di poltrone. Riccardo era un gran porco e anche un po’coatto, ma era quel coatto che a me piaceva. La prima volta che entrai in quel cinema ero impacciato, perché mi vergognavo. Riccardo mi guardò, fece un sorrisino e, staccando il biglietto, disse: “Divertiti, piccolino!”. Io diventai rosso e con gli occhi bassi superai la tenda rossa che faceva da ingresso alla sala. A quell’ora c’erano sì e no tre persone, ma erano tutte sparpagliate: probabilmente erano lì per starsene da sole e spararsi qualche sega in santa pace. Decisi di starmene anch’io in disparte. Ero nervoso e mi vergognavo a farmi vedere, così scelsi una sezione molto buia della sala e mi sedetti su una delle ultime poltrone, non sapendo (l’avrei scoperto col tempo) che è proprio lì che uno si siede se vuole essere abbordato. Guardavo il film: non avevo mai visto un porno su grande schermo ed era eccitantissimo. Intorno non avevo nessuno, tranne il marocchino che vedevo che controllava tra le poltrone per raccogliere cartacce (o altra roba evidentemente). Il suo nome era Saîd, l’avevo sentito chiamare prima quand’ero alla cassa e avevo anche notato per un attimo che mi guardava e che si era scambiato un mezzo
sorrisino col padrone del cinema. Lo vedevo aggirarsi qualche poltrona più in là, ma sempre sulla stessa mia fila. Un po’ ero imbarazzato, perché mi ero oltretutto aperto i bottoni dei jeans e mi stavo toccando. Era troppo vicino: mi avrebbe visto se ora mi fossi riabbottonato. Pensavo: “adesso se ne va! Meglio fare il vago!”, mentre con le mani cercavo di coprirmi e fingevo di guardare con interesse il film. Con la coda dell’occhio, vidi in effetti che tornò indietro e sparì in fondo alla sala, con in mano la scopa con cui stava spazzando a terra. Per qualche secondo, mi passò dalla mente: ero troppo preso da quello che passava sullo schermo: un negro si stava facendo succhiare il cazzo da una biondina con due labbra da sballo. Presi di nuovo a toccarmi il pacco, ma stavolta mi tirai fuori l'uccello e cominciai a masturbarmi, pensando di essere io al posto di quella biondina. Fu allora che sentii una mano accarezzarmi il collo dalla fila di dietro. Feci un salto dallo spavento, perché non me l’aspettavo. Ero come paralizzato. Non riuscivo neppure a voltarmi per vedere chi fosse. “Ti piace quel cazzo nero, vero?” – mi sentii sussurrare all’orecchio. Avevo riconosciuto Saîd. Era passato dietro, piano piano. Non me n’ero accorto.
“Ne hai mai succhiato uno così?” – disse mentre mi alitava sul collo e mi leccava la pelle.
Ero immobile, ma forse proprio questo lo incitava a continuare.
Fu allora che sentii qualcosa di diverso appoggiarsi di fianco al mio viso e Saîd mi afferrò dolcemente da dietro per i capelli e mi voltò la testa fino a mettermi il cazzo all'altezza della bocca.
“Lecca! E’ tuo!”.
Il cazzo di Saîd era quasi come quello del film: grosso, duro e circonciso.
“Fai come sta facendo quella troia del film!” “Sei brava! Siiiiii”
Sentire Saîd muoversi nella penombra e sentire i suoi sospiri mi stava facendo dimenticare dov’ero e tutte le mie paure. Saîd passò nella fila dov’ero seduto io e mi infilò tutto il suo cazzo in gola, tenendomi per la testa. Era troppo buio in quella parte del cinema: nessuno ci avrebbe visto. “Succhia troietta! Che bocca!”. Il suo accento mi eccitava e la sua forza mi faceva sentire davvero come se avessi sempre succhiato cazzi nei cinema. I gemiti di Saîd si confondevano con quelli del film, eppure a me sembrava di sentirli dstintamente. Era il cazzo di Saîd che mi stava facendo godere in quel momento. “Tutto in gola, puttanella!” “Ti ho visto quando sei entrata. Si vedeva che volevi farti scopare, ragazzina!”. Il cazzo di Saîd era gustoso, duro e la sua cappella era perfetta. Mi ero inginocchiato tra le poltrone per succhiare meglio, mentre Saîd mi spingeva la testa contro il suo uccello per farmelo ingoiare tutto. “Cazzo che troia!. Succhi meglio della mia ragazza!” – erano le frasi che Saîd diceva avvicinandosi al mio orecchio.
“Saîd, quando hai fatto, passa da me!” – sentii all’improvviso una voce. Era Riccardo, il proprietario del cinema. Lo riconobbi appena, ma era lui. Saîd fece un cenno di si. “Continua! Perché ti sei fermata?! Succhia!” – ordinò Saîd mentre mi affondava il cazzo in gola. Mi poggiò una mano sulla gola, un’altra sulla nuca e prese a scoparmi la bocca, dando lui il ritmo, avanti e indietro.
Sullo schermo si sentì un crescendo di sospiri: il negro stava per sborrare e si sentiva la biondina gemere forte. Quando capì che stava riempiendole la bocca di sborra, cominciai a succhiare il cazzo di Saîd con più passione. “Brava! Siiiii. Adesso te lo faccio bere pure a te, puttanella!” – prese a dire Saîd, mentre mi scopava la bocca come un porco. “Lo vuoi bere? Devi chiedermelo, troietta! Hai sentito?”
“Si, lo voglio. Sborrami in bocca. Ti prego. Fallo!!!!”
“Lo devi ingoiare, troia. Hai capito! Non deve cadere neanche una goccia! Sennò ti sfondo il culo!”
“Siiiii Quando vuoi!”
“Apri la bocca Sto per venire siiiiii lecca ingoia!”
Sentivo i suoi schizzi potenti sulla lingua e quel sapore mi faceva impazzire. Presi ad ingoiare .
“Di più lecca la cappella. Ce n’è altro!” ….
Ero ancora in ginocchio, eccitato. Saîd si aggiustò il cazzo nei pantaloni. Si abbassò verso di me, mi prese per i capelli con una mano e mi disse: “ Io lavoro qui tutte le mattine! Questo è solo l’inizio, vedrai!”.
Quando più tardi uscì dalla sala, Riccardo - il proprietario - mi disse maliziosamente: “domani se vieni non ti faccio pagare!”
Ed io, che ormai mi sentivo già più a mio agio, risposi con aria da puttanella: “Va bene, a domani.
Mi piace questo posto!"
“Non ti pentirai, credimi! – fu l’ultimo saluto di quell’uomo quel giorno.

fine prima parte

Se vi è piaciuto o avete idee, inviti al cinema o proposte interessanti, scrivetemi a hotpleasure2003@yahoo.com. Vi risponderò



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