E’ stato mio padre a farmi diventare donna. Ma sono stata io a indurlo ad assolvere a questo compito.
Sono rimasta sola con mio padre all’età di 12 anni, perchè la stronza di mia madre Sandra è sparita all’improvviso con un giovinastro suo amante. Mio padre Franco ne ha sofferto tanto, ma ha fatto ogni sforzo per nascondere il suo dolore ai miei occhi e si è fatta carico di accudirmi come una mamma, ha moltiplicato il suo affetto e le sue premure per evitarmi ogni tipo di trauma in un’età delicata come l’adolescenza. Poi, però, anche lui ha cominciato a sentire la solitudine, le privazioni del letto, e ha ceduto alle moine seduttive di una sua giovane collega.
E’ stata proprio quella troietta, che aveva preso a frequentare la nostra casa, a farmi esplodere dentro una gelosia irresistibile. Ho reagito chiedendo sempre più ossessivamente a mio padre di coccolarmi, mostrandomi insofferente alla presenza della sua amica. Non so se e sino a quando quella relazione è continuata, certo a casa non l’ha portata più. Io, intanto, coglievo tutte le occasioni per stringermi a lui e sognavo sempre più decisamente di strapparlo alle lusinghe malefiche di quell’intrusa.
Una notte d’estate, nella nostra casetta di montagna, mentre fuori infuriava un terribile temporale, lo raggiunsi in camera sua in cerca di protezione. Gli stavo a fianco, abbracciata a lui, a contatto con la sua pelle nuda; indossavo soltanto lo slip, il mio seno già ben sviluppato e modellato premeva contro il suo petto villoso.
Feci finta di addormentarmi e, muovendomi durante il finto sonno, poggiai l'avambraccio sopra il suo cazzo che era già in possente erezione. Non me l’aspettavo di trovarlo così e mi piacque pensare che, evidentemente, non gli ero indifferente.
Mi girai dandogli le spalle, intanto allungai la mano verso di lui come per mantenere il contatto con il suo corpo; poco dopo lui si girò verso di me ed io pian piano sospinsi il bacino indietro verso il suo ventre fino ad incontrare la durezza del suo pene.
Da quel momento fu un turbinio di eventi che lui stesso non riuscì più a controllare. Diventò smanioso, la sua mano finì sopra la mia coscia sinistra, prese a mimare una penetrazione sospingendo il pene contro il mio culetto, il suo respiro si fece sempre più affannoso. Ad un tratto si fermò, un gemito trattenuto ed un sospiro profondo. Capii che era venuto.
Quella prima volta finì così. La mattina non ci dicemmo nulla, quasi che per vergogna volessimo cancellare l’accaduto. Ma, col passare dei giorni, il clima tra di noi diventò sempre più accattivante e lubrico ed io ripresi a provocarlo con una
certa spregiudicatezza.
Continuavamo a toccarci e stimolarci a vicenda, fingendo di giocare, fino a quando, circa un mese e mezzo dopo, mentre eravamo distesi a letto, preso da un vero e proprio raptus lui si lanciò tra le me gambe a leccarmi la fighetta vergine.
Allargai le gambe in modo da permettere alla sua bocca ed alla sua lingua il migliore accesso, le attorcigliai intorno al suo collo quasi imprigionandolo e mi lasciai andare ad un’esplosione incontenibile di goduria, liberando un copioso effluvio seminale nella sua bocca. Alla fine ero stravolta, svuotata, ma strafelice. Lui rimase per un po’ con la testa rovesciata sul mio pube, a godersi ancora il sapore ed il profumo della fighetta grondante, poi si sollevò e mi si sdraiò accanto.
Mi strinsi a lui e gli soffiai nell’orecchio:
“Ti amo, papi!”
Lui sorrise, quasi con le lacrime agli occhi, mi baciò sulla fronte e mi disse emozionato:
“Vanessa, sei tu l’amore mio!”
Non successe altro per qualche giorno, fino alla domenica mattina.
Eravamo in cucina, stavamo facendo colazione, indossavo una sottoveste di colore bianco trasparente che mi aveva regalato lui con sotto solo un tanga, i capezzoli turgidi anche per l'aria fresca che entrava dalla porta finestra sembrava che volessero schizzare fuori dalla sottoveste; lui indossava solo i boxer ed era seduto di fronte a me.
Gli dissi con voce lamentosa che avevo un crampo al polpaccio e distesi la gamba poggiando il piede sopra la sedia tra le sue gambe; lui allungò le mani sotto al tavolo e prese a farmi un massaggio. Cercavo maliziosamente di toccargli il pene con il mio piede e lui, che l’aveva capito, si spostò in avanti proprio per farmi sentire la sua prepotente erezione.
Mi eccitai da morire e decisi di non perdere in troppi preliminari. Gli dissi che sentivo il bisogno di farmi una doccia, lui annuì e mi disse che subito dopo l’avrebbe fatta anche lui. Sotto lo scroscio dell'acqua dell'idromassaggio l'eccitazione aumentò ancora, mi toccavo freneticamente, ero indecisa se sfogarmi masturbandomi o coinvolgere direttamente lui.
Decisi per la seconda e più ardita soluzione. Lo chiamai ad alta voce dicendogli che il crampo era tornato e non riuscivo a poggiare il piede a terra; lui corse da me, entrò dentro l'idromassaggio, e, messosi in ginocchio, prese a massaggiarmi il polpaccio. Feci finta di aver urtato il miscelatore e l'acqua dell'idro prese a zampillare ovunque investendolo in pieno e bagnandogli i boxer.
Scoppiai in una risata, mi girai verso di lui in modo da mettere la mia fighetta all’altezza della sua bocca con la bocca. Al poverino non rimase che, dopo un attimo di incertezza, allungare la lingua alla ricerca del mio clito. Ma, dato che in quella posizione non era agevole, mi fece sedere sulla sponda della vasca e, apertemi le cosce, sprofondò con la lingua dentro di me.
In breve venni attirando la sua testa verso il mio ventre. Quando alla fine si eresse in piedi, il peso dell'acqua aveva fatto scendere i boxer ai piedi ed il suo cazzo era una lancia in resta. Mi fu naturale impugnarlo, stringerlo, massaggiarlo giusto un minuto per poi vederlo schizzare, proprio come uno zampillo dell'idromassaggio.
A questo punto, mi prese in braccio e mi trasportò sul lettone, mi adagiò a pancia sotto, lui si pose dietro di me, mi invitò a mettermi sulle ginocchia; le sue mani dilatarono al massimo le mie natiche e la sua lingua prese a leccarmi l'ano.
Era troppo forte lo stimolo, mi ritrassi subito con uno scatto secco e mi girai; lui con grande calma si pose accanto a me e mi baciò in bocca per la prima volta. Un bacio mozzafiato che ancora oggi ricordo: la sua lingua mi penetrò fin dentro le tonsille, le nostre salive si mescolavano tanto da tracimare dalle nostre bocche e scivolando sotto il mento, mentre continuava a baciarmi mi carezzava i seni e i capezzoli.
Il pene, indurito come il marmo, sospingeva il mio ventre appena sopra la fighetta. Portai la mano sotto e per la seconda volta lo presi in mano, lo carezzai dal basso all'alto e viceversa, e fu a quel punto che lui mi spiegò che potevo aiutarlo a godere con la lingua.
Nel dirlo si issò in ginocchio, prese la mia testa dal cuscino e la condusse accanto alla sua asta fremente:
“Ecco, ora puoi leccarlo”.
Risposi ridendo che lo sapevo. E lui di botto:
"Come fai a saperlo? lo hai già fatto? con chi?"
Questo raptus di gelosia mi trasmise un brivido di piacere.
“No, non l'ho mai fatto, ma ho visto come lo faceva quella troia che veniva a casa nostra e che, quando io andavo a far finta di dormire, si chiudeva in camera con te”.
Fece un’espressione tra l’imbronciato e il divertito:
“Ah, ma brava! allora ci spiavi?!”
“Sissignore, vi spiavo…. Quella lì non la sopportavo proprio”.
Volendo troncare lì il discorso ingoiai l'asta e, anche se inesperta, tentai di fare del mio meglio per il primo pompino della vita, per quanto il mio palato non fosse ancora adatto e capiente per farlo come si doveva. Continuai a leccare fin quando lui si ritrasse di scatto ansimando, il primo getto di sborra calda e densa centrò in parte il mio viso e in parte il seno destro, che lui massaggiò subito spandendovi il seme come una crema.
“Ora lascia fare a me”, disse, “papà ti farà godere, stai tranquilla”.
Smise di parlare quando la lingua già tentava di farsi strada tra le natiche, mentre leccava, le dita della mano destra carezzava il clito, poi lui si accomodò sotto di me e prese a leccarmi la fighetta, mentre le dita carezzavano l'ano. A quel punto non dovette attendere molto per farmi raggiungere un orgasmo, mi tirò fuori l’anima agitandosi come un animale indemoniato, il corpo prese a vibrarmi come preso da una scossa elettrica, gli saltai sopra e questa volta fui io a prendere il suo viso tra le mani e baciarlo in bocca.
All’ora di pranzo decise di portarmi a pranzo in un buon ristorante. Alla fine salimmo con l'auto in collina da dove si godeva un panorama mozzafiato. Giocammo nello spiazzo a rincorrerci come due fidanzatini; una volta risaliti in auto ci sdraiammo per un pisolino, lui si addormentò, io no, e lo svegliai con il suo cazzo dentro il mio palato. Glielo succhiai divinamente, ma quando sentii che stava per eiaculare lo tirai fuori e lo strinsi forte con la mano. Questa volta la sborra finì sopra il suo stomaco.
Seguirono mesi di masturbazioni reciproche, pompini leccate di figa e di ano, ma senza penetrazioni, né tentativi di penetrazione. A volte perdeva letteralmente la testa, ma poi quando tentavo di farlo mio in tutti i sensi, ecco che trovava una via di uscita per evitarlo.
Una sera che avevo bevuto una birra di troppo riuscii a trovare il coraggio di dirgli chiaramente che volevo essere sverginata e che non ce la facevo più a resistere. Mi mostrai letteralmente infuriata al punto di minacciare che avrei fatto una follia.
Mi rabbonì, prese ancora tempo, ma la mia determinazione lo convinse, nel senso che lo liberava dal senso di colpa.
L'occasione venne qualche giorno dopo, una sera dopo cena, davanti al camino. Eravamo accomodati sul divano, lui stava sorseggiando un bicchierino di rum; io gli chiesi se mi permetteva di sorseggiarne un po’; dopo un paio di sorsi, fingendo di essere su di giri, presi a baciarlo in bocca. I baci si fecero più intensi, ci scambiammo di palato in palato ancora due o tre sorsi di rum, che era come sputarselo in bocca; intanto sentivo il suo membro duro da morire, scesi in ginocchio sul pavimento, sfilai il suo pigiama, sotto era nudo.
Era il momento. In batter baleno ero nuda anch’io, mi toccai la fighetta e rapidissimamente comincia a sbrodolare, lui scende a leccarmela.
“Uhmmm …. lo voglio!”, mi lamentai gemendo, “ti prego lo voglio, dammeloooo!!!”
Mi rispose:
“No, tutto a suo tempo!“
E continuò a leccarmi facendomi venire sotto i colpi incessanti della sua diabolica lingua.
A quel punto lui si risiedette di nuovo sul divano, io gli salii sopra, portai la mano dietro e feci per sistemarmi il cazzo all'ingresso della figa. Lui finse di divincolarsi, in realtà mi lasciò fare. Tornai a prendergli il cazzo, cercando di centrare l'entrata; a quel punto fu lui stesso a prendersi il suo cazzo in mano e ad accompagnarlo, ficcandolo tra le labbra della figa.
Avevo il cuore in gola, ero pronta per essere sua, la sua voce mi sussurra all’orecchio:
"Attenta, amore …. forse sentirai un po’ di dolore, ma non preoccuparti, passa subito”.
Mi teneva per i fianchi, sentii il suo glande farsi largo tra le pareti, per la voglia che avevo cercai di accelerare la penetrazione muovendomi col bacino: un colpo di reni e mi issai su quel palo rovente. Sentii una piccola fitta, ma strinsi i denti e non mi lamentai; lui mi teneva ferma sulle sue ginocchia ed aveva preso a scoparmi con colpi per nulla delicati.
La passione stava avendo la meglio su tutte le premure paterne, ora sfogava una carica da troppo tempo accumulata e trattenuta; era come un animale infuriato, i suoi colpi profondi da animale mi laceravano la figa, ma continuavo a resistere, gemendo in silenzio. Lui ansimava, ad un tratto ruppe il silenzio e mi apostrofò:
"Vanessa, mi hai fatto perdere la testa…. Dimmi, quando hai avuto il ciclo?"
Gli risposi che era terminato da tre giorni. Allora si scatenò, tenendomi infilzata si levò in piedi, si girò e mi depose sul divano. Si accorse dei rivoletti di sangue prodotti dalla deflorazione, ma la sua adrenalina erotica era ormai inarrestabile. Prese due cuscini, li sistemò sul pavimento e ci poggiò le ginocchia; ora poteva scoparmi come voleva lui. Sentii subito il cazzo espandersi, vibrare dentro di me, capii che l’amplesso sfuggiva al suo controllo; io, per conto mio, ero attenta solo a farlo godere e a raggiungere l’orgasmo.
Lui riprese a scoparmi sbattendo il suo ventre contro le mie natiche, ma il tempo di sborrare era giunto. Come in una fuga precipitosa lo tirò fuori dalla figa e, prendendosi il cazzo in mano, schizzò abbondanti fiotti di sperma sopra il mio corpo.
Ce l’avevo fatta a dargli la mia verginità. Lui era mio, io ero sua. E per molti anni abbiamo continuato a possederci, scoprendo le sette meraviglie dell’universo del sesso. E abbiamo continuato a farlo anche quando, a 17 anni, ho cominciato a frequentare altri ragazzi e, successivamente, altri uomini maturi.
Col passare degli anni mio padre da amante è diventato il mio confidente ed il mio complice. Mi ha consentito di portarmi a casa chi volevo e, magari, lui ci spiava di nascosto. Lo ha fatto con i miei occasionali fidanzati, ma anche con tante amiche con le quali lesbicavo, come con Ines, la mia insegnante di piano, una donna bellissima e dolcissima, bisex come me, che poi è finita a letto con lui.
Sono rimasta legatissima a lui anche successivamente, quando, avendo conosciuto Bruno, l’uomo che mi ha stregato e che ho sposato, mi sono trasferita in una casa tutta mia. Continuiamo a confidarci tutto e, di tanto in tanto, a riassaporare le gioie mai dimenticate dei nostri amplessi. Continua ad essere presente nella mia vita, non credo che ne potrò fare a meno anche in futuro.
Grazie papà!
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Il racconto è la confessione di un’amica. L’ho riportata fedelmente. Ci tiene molto a ricevere impressioni e giudizi.
roki_rae@hotmail.it