Il primo sito di Annunci erotici italiano, scambio coppie, racconti ed esibizionismo.       Siamo 251.985        Ora online 23.338
Entra




Torna all'indice dei Racconti Erotici orge

orge


Michela (10)

           di dalnota

 Scritto il 26.03.2010    |    Visualizzazioni: 10.742  |    Votazione 6.6:

Al suo rientro, Michela mi trovò che dormivo. In compenso, sia la sua nuova guepiere che le calze rosse erano perfettamente lavate e ordinatamente stese ad asciugare.
La giornata trascorse pigramente in riva al mare. Verso le sei, salimmo in camera. “Stasera ti porto a vedere la spiaggia di Gabicce. Mi dicono che sia straordinariamente selvaggia e chissà che non si faccia qualche incontro interessante”.
“Io sto ancora pensando a quei negroni. Quelli si che vorrei incontrarli di nuovo. Comunque, a scanso di equivoci, le mutande non me le metto”.
“Ma sei diventata veramente una troia senza alcun pudore!”
“Veramente lo sono sempre stata Giuseppe, e lo sai benissimo. Sei tu che mi vuoi così, diciamoci la verità. E a me piace. Mi piace il cazzo e mi piaci tu che me lo fai prendere da chiunque. Inutile far finta che non sia vero”.
“Già inutile”.
“E comunque il mio cazzone nero è in un posto diverso da dove lo avevo lasciato. O pensi che non me ne sia accorta ? Sono molto attenta ai dettagli, io”. Lasciai cadere l’argomento e mi sdraiai sul letto a godermi la mia troia che si preparava per la serata. Scelse calze trasparentissime e un reggicalze bianco molto sottile, senza reggiseno né mutandine.
Osservai con eccitazione come i segni del costume sottolineassero sia l’area dei capezzoli che quella del pube, creando un meraviglioso contrasto tra le zone bianche e quelle scure.
Sentivo già un delizioso formicolio nella zona del cazzo. Sarebbe stata una serata davvero particolare e fuori dall’ordinario, da ricordare nelle noiose e lunghe notti invernali che ci aspettavano.
Arrivammo con la macchina fino alla fine della strada, che nell’ultimo tratto era in terra battuta, affacciandoci su una distesa di dune di sabbia assolutamente deserta, incontaminata e selvaggia. Eravamo fermi lì, a osservare il mare, col sole ancora alto alle spalle e una lieve brezza in faccia, molto piacevole, quando sopraggiunsero due macchine, affiancandosi alla nostra.
“Ci siamo” dissi “sei sicura di voler continuare?”. “Tu ci sei?”. “Certo”. “Allora continuiamo”.
Mi si affiancò Franco, il cameriere.
“E’ tutto pronto. Se volete … “
“Quanti siete?”.
“Otto. Mi aveva chiesto …”.
“Va bene, va bene” lo interruppi. “Dai Michela, spogliati”.
Lei si limitò a sfilare, con un unico movimento, il vestitino e scalciare via le scarpe : era pronta.
Girammo attorno alla prima duna: c’era una buca profonda scavata nella sabbia; ci fermammo lì accanto e Franco le afferrò i polsi piegandoli dietro la schiena.
“Ma che volete fare ?” si decise a chiedere lei, una nota di preoccupazione nella voce.
“Tranquilla” rispose Franco “noi siamo abituati a trattare
le troie come te”.
“Ma come ti permetti, brutto stronzo!” scattò piccata e tentò di liberarsi dalla stretta dell’uomo che la teneva per un braccio.
Due degli altri corsero subito al suo fianco e la afferrarono tra gomito e ascella. a. Un terzo le afferrò le caviglie, sollevandola.
Vidi che nel frattempo si erano spogliati tutti e si stavano eccitando osservando il corpo nudo di mia moglie.
Le calze, il reggicalze, le zone di pelle scure di sole che si alternavano a quelle bianchissime lasciate dal segno del costume, la rendevano più che nuda : una visione, un concentrato di sessualità femminile, un oggetto di piacere.
Da violare in ogni modo possibile, da godere, da possedere fino in fondo.
La misero di traverso alla buca e lasciarono i piedi, accompagnandola per le spalle in modo che si trovasse in piedi. Con le mani legate dietro la schiena, non aveva nessuna possibilità di muoversi. Altri tre uomini si materializzarono : avevano pale dal manico corto, di quelle che si usano per rimuovere un’auto insabbiata e nei campeggi. Rapidamente, ma con cautela per non farle male né soffocarla con la sabbia, riempirono la buca.
Alla fine, rimase solo la testa fuori.
Franco, che nel frattempo si era spogliato, le si inginocchiò davanti, il cazzo durissimo, e le raccolse i capelli in una lunga treccia, che assicurò con un elastico, scoprendole il viso. A uno ad uno, anche altri si inginocchiarono, fino a circondarla completamente di cazzi duri, le cappelle rosse e umide. Uno spettacolo. Avevo il cazzo così duro che mi faceva male, e mi liberai anch’io dei vestiti, accostandomi al gruppo e osservando dall’alto la scena. Franco cominciò ad accarezzarle le labbra con le cappella. Michela reagì istintivamente scostando il viso, ma solo per incontrare un altro cazzo che le sbatté sulla guancia.
“Non puoi fare niente, rassegnati, troia” le sussurrò Franco.
“’Fanculo” replicò lei con rabbia “fatti una sega, che io non te lo succhio”.
“Davvero ?” replicò lui con un sorriso. “Ora vediamo”.
Con un ghigno, le tappò il naso stringendolo tra due dita.
Per non soffocare, Michela fu costretta a spalancare la bocca e Franco fu lesto a infilarglielo dentro. La sue resistenza comunque finì lì : sentendo il sapore di un bel cazzo in bocca, Michela non sa resistere e, cominciò a succhiarlo come sa fare così bene, gli occhi chiusi, per gustarne fino in fondo il sapore e l’odore.
Quelli che l’avevano circondata a loro volta cominciarono a strusciarsi dappertutto, infilandoglielo sotto il naso, tra i capelli, su e dentro le orecchie.
Quei cazzi così duri cominciavano a schiumare liquidi profumati. Sentendo un’altra cappella sfiorarle l’orlo delle labbra, Michela si sforzò di prenderne in bocca due contemporaneamente. Aprì gli occhi e vide due cazzi nella bocca, tre appoggiati sul viso e altri quattro cazzi in alto, dove noi che non avevamo trovato posto, ci curvavamo verso di lei per osservare la scena. Un delirio.
Franco arrivò per primo, riempiendole la bocca di sborra che non riuscì a trattenere, dato che doveva succhiare anche un altro cazzo, e che le colò lungo il mento. Quando Franco si ritrasse, Michela aspirò il cazzo rimasto succhiando tutta la sborra che poté, ma nel giro di pochi secondi anche l’altro venne, insieme a uno che le strusciava la guancia e che le spruzzò l’occhio sinistro. A questo punto persi un po’ il conto : le sborravano tra i capelli, sulla faccia e in bocca. Eravamo incapaci di contenerci e nel giro di pochi minuti, trasformammo il suo viso in una maschera di sborra mista a sabbia.
Riprendemmo fiato quindi Franco ordinò che la tirassero fuori, e due di loro cominciarono a scavare con le mani. Ci vollero venti minuti a liberarla, sufficienti a riprenderci. Quando il grosso della sabbia fu rimosso, uno di loro si avvicinò con il manico di una lunga pala e glielo fece passare sotto le ascelle. Cominciarono a sollevarla tirando i due lati della pertica, mentre lei stessa si aiutava facendo forza coi piedi sul bordo della buca. Ma quando i suoi piedi stavano per sfiorare ormai l’orlo, due di loro l’afferrarono per le caviglie mentre la pertica veniva abbandonata e si incastrava tra i lati della buca stessa.
Quelli che la tenevano per le caviglie si spostarono verso la pertica in modo da aprirla praticamente a compasso, aiutati dal vuoto su cui il suo corpo penzolava. Le caviglie furono velocemente legate alle estremità della pertica, e Michela fu lasciata così, piegata in due e oscenamente aperta, con la fica spalancata verso il cielo.
La permanenza sotto la sabbia, unita all’estrema eccitazione cui era stata sottoposta, avevano creato un impasto tra le sue cosce che aveva come risultato di sottolineare ancora di più il rosa del suo sesso spalancato. Anche la sua faccia, che era stata appoggiata sulla sabbia, era tutta impastata di sborra e fango.
“Bisogna ripulirla un po’” disse Franco “o a scoparla rischiamo di spellarci gli uccelli”.
Ciò detto, si sporse verso la fica spalancata di Michela, si afferrò il cazzo semiduro e diresse un abbondante getto di urina proprio al centro del sesso spalancato di mia moglie. Il gesto fu accolto da una vera e propria ovazione e rapidamente imitato, in modo da lavare tutta la zona intorno all’ano e alla vagina, col risultato di evidenziare, come se ci avessimo puntato sopra un faro, la zona.
Quando la zona fu ripulita, Franco, che nel frattempo si era nuovamente eccitato, come del resto quasi tutti noi, la penetrò.
La fica di Michela era talmente piena di umori, sborra e piscio, che udimmo distintamente un risucchio quando la cappella di Franco si fece largo tra le piccole labbra.
Mentre Franco la sbatteva in quella posizione dolorosa e umiliante, un paio di ragazzi si inginocchiarono ai lati della testa e ripresero a farsi spompinare.
Debbo dire che comunque Michela non aveva praticamente proferito motto durante tutto il trattamento di “sabbiatura”, eccezion fatta per qualche mugolio che era, evidentemente, di puro piacere; neppure quella posizione – praticamente piegata in due – sembrava darle fastidio; anzi, a giudicare da come reagiva sotto i colpi del cazzo di Franco e da come leccava quelle due cappelle, direi che se la stava spassando.
Eppure, non credevo che quella sommaria “pulizia” a botta di spruzzate di piscio potesse aver eliminato tutta la sabbia che le incrostava il corpo. E infatti, quando mi sostituii a Franco, sentii distintamente granelli sfregarmi abbastanza dolorosamente l’uccello. E nonostante questo, sentimmo la voce di Michela che sussurrava : “ma il culo non me lo fate ?”.
E così le riempimmo nuovamente, a rotazione, bocca, culo e fica, impiastricciandole anche le mani e perfino le ascelle di sborra, fino a esserne sfiniti.
Poi sciogliemmo le corde e tutti insieme, preceduti da enormi, lunghissime ombre, tenendo Michela sollevata da terra, come se la portassimo in trionfo, ci buttammo a mare, schiamazzando come ragazzini.
Non so se vi sia mai capitato di vedere a mare una donna in calze e reggicalze che si fa il bagno circondata da nove uomini coi cazzi ancora semi duri dopo una scopata : è uno spettacolo assolutamente magnifico.
Michela era semplicemente felice : li abbracciava tutti, li baciava, gli afferrava gli uccelli e baciava anche quelli, gli leccava i capezzoli; e quelli le infilavano le mani nuovamente dappertutto, si tuffavano per leccarle la fica sott’acqua, le baciavano i capezzoli mordicchiandoli. Sembravamo bambini impazziti.
Qualcuno tornò a riva e raccolse bracciate di legna secca ributtata dal mare, preparando un falò, mentre la sera era ormai calata; al riparo delle dune, ci sedemmo intorno al fuoco ad asciugarci.
Restammo lì, a guardare morire lentamente le braci di quel fuoco.
E quel fuoco ci ricordò, all’improvviso, che l’estate – almeno per noi due, almeno lì – era ormai finita, e ci aspettava un lungo, freddo, solitario, inverno.

FINE DELLA PRIMA PARTE

per commenti e suggerimenti: dalnota@alice.it


Votazione del Racconto: 6.6
Ti è piaciuto??? SI NO


Disclaimer! © Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore.
Annunci69.it non è responsabile dei contenuti in esso scritti ed è contro ogni tipo di violenza!
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.



Commenti per Michela (10):





Per lasciare un commento fai il login o unisciti a noi, è gratis!

SexBox




Sex Extra