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Nocturne Est Le Soleil - Ultima parte

           di PAN23

 Scritto il 24.09.2010    |    Visualizzazioni: 7.814  |    Votazione 7.4:

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Le ante scorrevoli della porta, nel mentre, vengono fatte aprire lentamente, dall'interno. E colui che nel mezzo vi si trova appoggiato, privato via via del sostegno, scivola pian piano giù, mentre la schiena gli viene sostenuta da una forza occulta che ne accompagna in modo dolce la discesa. Quel corpo si ritrova infine disteso a terra, le gambe e le scarpe di vernice nera si congiungono sporgendo fuori dall'uscio ora semiaperto. La forza occulta, costituita da quattro leggiadre braccia, trascina il corpo dall'esterno verso l'interno. Le gambe e le scarpe strisciano sulla moquette, come fossero trascinate da una pantera acquattata che trascini via la preda nell'oscurità della tana, finché non scompaiono nella penombra di una stanza appena intravedibile. Le ante vengono richiuse, in sordina come in sordina si sono aperte.
Il Signor Kia si sente sprofondare sempre più in uno stato di delirio sognante; non riesce a realizzare dove si trova, fa fatica a muovere le membra del corpo. Perché ha la sensazione di stare sdraiato quando dovrebbe trovarsi in piedi? Chi gli ha tolto il cappello dalla mano? Cos'è quella sensazione come di palmi di mani che gli carezzano il volto, sembrano armeggiare per togliergli di dosso il trench? Di chi sono quelle mani, se di mani si tratta? Forse, forse è un segnale... È il Confine del Mondo, sì certo, dev'essere proprio lui, o qualche suo emissario. Lo sta chiamando, lo sta portando oltre. È lui che è venuto a cercarlo, ora non avrà più bisogno di partire per recarsi fino alle Colonne d'Ercole. Ma perché lo sta toccando, accarezzando così, quell'essere tentacolare dalle molteplici mani? Che il Confine del Mondo sia forse un po' gay? Che continui a prendersi gioco di lui, come ha sempre fatto con tutti, come è sempre solito fare? Una risata sembra risuonare, ovattata e lontana. Sì, vuol sicuramente prendersi gioco di lui. Maledetto! E se fosse solo uno strano sogno? Ma quando è iniziato? Non si è dunque recato dal fratello, sta solo sognando? O che sia ancora il preludio, l'approssimarsi della fine, finalmente? Il suo corpo arranca in uno stato di semiparalisi, è esausto, lo avverte e non lo avverte. E se invece fosse Zos che volesse di nuovo parlargli attraverso il sogno, manifestarsi attraverso il di lui Corpo, attraverso quello stato di sofferenza agonica? Ancora lui, ancora quel rompiscatole? La risata continua. Oh no, quella risata... forse è proprio Zos che si sta avvicinando, che vuol far scempio del mio corpo, che vuol fare di me il suo zimbello, vendicarsi. è già su di me; le sento, orrore! le sento, le sue zotiche mani – pensa il Signor Kia. Ricordarsi, forse di qualcosa; sì, ma di che
cosa? Cosa avrebbe dovuto ricordarsi? Di certo è solo un sogno, tutto un brutto sogno. Sì, un sogno. Una vampa di aria africana aleggia sopra il suo corpo, savane di torride solitudini e tropicali lussurie incombono su di lui, mentre delle mani lo stanno spogliando un po' goffamente. «Oh Santo Rocco, aiutami tu!» esclama rantolando il Signor Kia. Un uomo ridicolo messo alla berlina, spogliato da mani ridicole. Ma di chi? Armeggiano coi bottoncini della camicia ormai zuppa, li slacciano uno ad uno, un paio vengono strappati via dopo qualche maldestro tentativo: accidenti! La mia povera camicia Hermès nuova nuova – pensa e si preoccupa il possessore di quell'indumento. Dal suo sguardo annacquato comincia a diradarsi il velo della nebbia sognante. Stupore! Meraviglia! In una penombra rossastra gli si chiarificano i contorni di due splendide Uri paradisiache. Premurosamente gli stanno addosso, dedicano le loro attenzioni al suo petto – già, in fondo non è forse passato oltre la soglia della Vita?
Nick nel frattempo è scoppiato a ridere a crepapelle, ride di una risata sonora e sinistra mentre osserva il fratello che viene trascinato all'interno della stanza. «Ah, caro fratellino, vedi quanto ti voglio bene? Ti faccio avere anche una botta di vita. Sarò io che ti mostrerò il vero confine del mondo, anzi già te lo sto facendo persino oltrepassare, or ora, nel momento stesso in cui ti faccio varcare la soglia di questa porta! Poi torna pure a crogiolarti nelle tue fissazioni e nei tuoi pensieri paranoici. Ma mi ringrazierai, vedrai!» esclama esultando. «Su Cristiane, spostiamoci nella stanza a fianco. Lì c'è uno specchio schermato sulla parete, dove potremo osservare tranquillamente tutto quel che accade a mio fratello dal locale attiguo. Tra poco Don Sonnie uscirà, e sarà meglio non farci trovare nei paraggi» fa alla sua bella tirandola per il braccio.
«Oh Nick, sei proprio un bel birbante!...» gorgheggia estasiata Cristiane in contemplazione del suo Signore. La coppia si affretta verso l'ingresso della stanza attigua a quella dove è stato trascinato il Signor Kia. Nick fa scorrere le ante della porta, i due si eclissano all'interno. Nick richiude le ante dopo il loro passaggio, preme un interruttore, e la stanza viene invasa da una forte luce bianca. Poi ne pigia un secondo, e in automatico si solleva una specie di tendina nera sulla parete divisoria tra quella stanza e l'altra dove c'è il fratello. Come su un palcoscenico da cui sia stato sollevato il sipario, ora si può osservare la scena, che mostra un individuo disteso a terra, sudaticcio, pallido come un morto, semivestito, e due ragazze nude e procaci che ronzano attorno al suo corpo inerte. Le belle ragazze sono un paio di quelle che si sono già esibite sul palco del locale. Una gli sta calando giù i pantaloni. Cristiane osserva ammirata, benché il volto dagli occhi strabuzzati, scavato, sofferente e stralunato del protagonista, non lasci affatto pensare che quell'uomo si stia trovando in una condizione invidiabile e divertente. «Che bello, com'è intrigante! Uhmn, mi mette su di giri. Dai, diamoci da fare anche noi» e detto questo lei si accosta alle labbra di Nick. Lui si precipita vorace su quella bocca, la abbranca fra i suoi denti, la mordicchia. Lei di rimando fa altrettanto, infila la lingua dentro la bocca di lui. Le loro lingue vermiglie danno inizio a un minuetto voluttuoso e ritmato, si intrecciano, mescolano le loro salive – impegnati, completamente assorbiti nel proprio dialogo carnale, son già dimentichi e indifferenti verso l'azione che si sta svolgendo dietro le loro spalle.
«Oh Santo Rocco, aiutami, aiutami, te ne prego!» mormora sottovoce il Signor Kia appena riacquista un po' di lucidità. Cosa gli sta succedendo? No, non è morto, non ancora perlomeno. Un sogno? Poco probabile. Chi sono quelle due? Perché sono lì? Niente male, però. La mora deve averla già vista; dove? Ah, una è la prima che stava sul palco del locale, sembrerebbe proprio essere lei. Ora è appollaiata in mezzo alle di lui gambe divaricate, col culo sopra i pantaloni lasciati a metà strada lungo i polpacci. La può vedere bene in faccia, ne vede le tette fluttuare e tremolare – distanziate, oblunghe come limoni, dall'areola rossiccia, ampia ma non eccessivamente; i capezzoli non grandi ma sporgenti e carnosi – lievemente, ad ogni accenno di movimento del corpo. Poggia con le mani sulla tomaia delle sue scarpe, sta puntando i propri piedi nudi contro il suo sesso. Piedi notevoli, grandi e lunghi – almeno un 41 – ma affusolati e sorprendentemente gradevoli alla vista, dalla piante morbide e curate, di un rosa pallido uniforme, senza scabrosità né screpolature né macchie, come se appartenessero a una dea che non le poggi mai sopra il vile suolo, bensì ci cammini costantemente su uno stuolo celeste di soffici nuvole senza fine. Con quei piedi e quelle piante gli velica le palle, abbranca il bigolo assopito nella forca formata dagli alluci congiunti e stretti – due padelle paffute come il viso di un Buddha ridente, dalle unghie laccate di viola di cui lui vede solo le mezze lunette affilate sporgere lungo i bordi di carne. Con presa ben ferma tira le punte dei piedi indietro, poi le risospinge contro il pube villoso di lui. È in tal modo che lo stuzzica, lo tormenta, quel lumacone senz'anima né spina dorsale; cerca, con gli alluci, di vincerne la timidezza, costringendone la testa, che s'indovina ragguardevole, a sbucar fuori dal proprio cappuccetto protettivo fatto di carne e adipe. E il mollusco ancora assopito comincia a destarsi dal letargo, acquisisce lunghezza, volume e consistenza, dà cenni di movimento dimenandosi leggermente ora a destra ora a sinistra, sostenuto alla base dalla forca digitale, come farebbe un batacchio di una campana che sia privo però del suo esterno complemento metallico. L'altra tipa poggia seduta sui propri talloni, appena dietro la sua testa, di cui ha serrato la sommità contro il pube, ed egli riesce appena a vederla e a metterla a fuoco, sente bene solo il calore di quel sesso e di quelle cosce, e il tocco delle mani che gli accarezzano voluttuosamente la fronte, le orecchie, le gote, il mento, il collo. All'improvviso costei si solleva un poco e va a piazzare il proprio pavimento pelvico sulla faccia di lui.
Il Signor Kia ora non vede più nulla, sente la pelle della faccia invasa ancor più dal calore, le sue narici sono investite da una marea odorosa piacevolissima e deliziosa, un'intensa essenza che sa di lampone e sudore. Sta quasi per soffocare, quando la creatura che incombe su di lui rialza appena il bacino premendogli le ginocchia contro i bicipiti. Il naso di lui si ritrova in prossimità dello sfintere, mentre la labbra praticamente lambiscono la spaccatura della fica. «Oh Santo Rocco, aiutami tu!» mugola sommesso lui, senza che alcuno possa essere in grado di comprendere i suoni che cerca di articolare. Il calore, da mortifero apportatore di angoscia soffocante, si sta trasformando nello psicopompo capace di riaccendere estri sopiti. La tentazione è troppo forte, così egli istintivamente e meccanicamente spalanca la bocca. E dalle labbra umide e sottili tira fuori la lingua, come fosse un secchio che vien fuori dal pozzo tirato su da una carrucola lenta e invisibile. Prende a leccare, ad assestare colpi secchi e decisi ma con misurata lentezza, sbavando e ansando come farebbe un puledro azzoppato e agonizzante cui venga posta presso la bocca l'ultima zolletta di zucchero. Egli lecca quella che sta sopra di lui con lenta goduria, assapora il miele glutinoso che ne fuoriesce e va a mischiarsi al sudore e all'odor di lampone, mentre l'altra continua indefessa il suo lavoro – di piedi, ma non per questo pedestre! – su quello che da lumacone anemico si va man mano trasformando in un virgulto rampante e gagliardo, percorso per l'intera lunghezza da una rete di canali bluastri in piena, ansiosi di confluire verso l'estuario del piacere.
Cristiane si china davanti alle ginocchia di Nick, gli solleva il caffettano fino all'altezza dell'inguine, abbassa gli ampi pantaloni bianchi di lino. Subito balza fuori il membro, già dritto in tutto il suo vigoroso splendore. Tende maestoso e voglioso verso l'alto, fende l'aria come un attaccapanni; e come un attaccapanni sorregge un abito, così il lembo del caffettano vi si appiglia e rimane sollevato formando una V capovolta. Lei afferra avida tra le labbra i due bilancieri bovini che pendon da sotto cotale e cotanta stadera; li lecca, e la bocca cerca di inglobarli e li insaliva: da essi e giù dalle labbra cominciano a colare sottili stalattiti di bava trasparente. Il membro sfida vieppiù la gravità e l'altezza, e lei rapidamente passa ad assaggiare l'asta solleticandola con la punta della lingua, dal basso verso l'alto e poi a ritroso, per molte volte. Lentissima a tratti, e a tratti voracemente rapida. Un'ultima passata lenta e voluttuosa, prima che Cristiane faccia sparire in un fiato il palloncino rigonfio che ne sormonta la cima e aspetta impaziente emettendo a sua volta filetti bavosi dalla sua boccuccia rotonda, piccolina ma spalancata, reclamante in silenzio la sua razione di piacere come quella di un neonato reclamerebbe sonoramente quella di latte dalla poppa. «Guarda Cristiane, guarda» la interrompe improvvisamente Nick con la voce e lo sguardo in sollucheri «come mio fratello si sta divertendo!» e le afferra la sommità della testa, e con l'indice destro punta sulla scena oltre il vetro. Cristiane sposta la sua attenzione dall'uccello a lei prossimo di Nick a quello distante del Signor Kia, che continua ad esser pedipolato dalla ragazza. «Oooh Nick, si vede proprio che siete fratelliii!...» esclama Cristiane rimirando la magnificenza del membro dell'illustre fratello del boss, con la meraviglia affascinata di una bambina di fronte a leccalecca e dolciumi che si esibiscono, tentatori, dalla vetrina di una pasticceria. E ammira ipnotizzata l'abilità, la perizia, l'accuratezza di quella squisita pedipolatrice tutta intenta alla propria opera.
Il Signor Kia giace, giace come il prezioso cadavere di un faraone mummificato, e giace come fosse nelle mani (o piuttosto anche nei piedi!) di cupidi predoni. Predoni che cercano e frugano per far razzia dei ricchi tesori che la salma serba tra i viluppi delle bende. Ma la sua mente più bassa, l'anima sua più sincera si potrebbe dire, è viva, palpitante, sta in verticale. È il tesoro più prezioso, quello di cui le due predatrici avide vogliono impossessarsi. È il tesoro verticale che ancora osa sfidare l'orizzonte del crepuscolo, unica cosa scintillante e incorrotta che vien fuori da quel sepolcro vivente che è il corpo del Signor Kia. È come l'estrema vestigia superstite, l'ultimo torrione che s'innalza quasi intatto dalle macerie di un castello ormai diroccato, come un miracolo che sfidi l'altezza e la forza di gravità. E di un miracolo deve proprio trattarsi, sì, di un vero miracolo, se quel torrione riesce a stare in piedi. La torre si è sollevata ancora una volta, senza tentennamenti. Deve per forza trattarsi di un miracolo operato da San Rocco! Ancora una volta egli è intervenuto, ha salvaguardato l'onore e il vigore del mio membro con un nuovo miracolo – pensa incredulo e grato il Signor Kia. Soltanto la lingua affianca il membro nella vitalità erettile, come rudere di seconda grandezza che sbuca fuori, verso l'alto, dal castello diruto. Essa emerge, e subito s'immerge nell'umido ricetto appartenente alla sconosciuta che la sovrasta, ferita cosmica grondante piacere. E con essa il Signor Kia intona di nuovo un inno di ringraziamento, tanto vibrante quanto sommesso e incomprensibile, rivolto al suo segreto e amatissimo benefattore, al più santo dei santi, mentre la muove avanti e indietro lungo il solco della fessura fremente e dondolante. L'affonda, poi la ritrae, umida e inumidente dentro l'umidità inumidita, spinta al limite massimo di quanto la sua lunghezza consenta. E quella preghiera così appassionata così confusa, viene accompagnata dai movimenti delle mani rampanti di colei sopra la faccia di lui, che procede con lunghe carezze circolari sopra il petto, affonda le unghie nella pelle.
Unitamente a tali manovre, si aggiungono quelle della pedipolatrice, che intrappola tra le proprie estremità la torre – quella cosa vivente in mezzo alla Terra dei morti viventi, dove il castello è ormai un antico ricordo, dove c'è solo devastazione e rovina, dove il Principe e la Principessa sono scomparsi da tempo immemorabile, fuggiti lontano, e non si aggirano più per le stanze fantasma del castello, dove dei sudditi restano solo le ombre spettrali a far da guardiane alle macerie. Lei si arresta, ora preme con il solo piede destro contro la torre solida e incrollabile, vi aderisce completamente – nonostante si tratti di un piede ragguardevole per appartenere a una ragazza, quella torre lo supera in lunghezza di almeno mezza spanna. Con l'agilità delle sue dita va ad afferrare la zona del frenulo, incastrandola tra l'alluce e il secondo dito, va avanti e indietro, in su e in giù per quanto l'attrito e la strettezza lo consentano. Il corpo del Signor Kia ha un fremito, sussulta, mentre il suo uccello viene piacevolmente strangolato e la cappella si fa più gonfia e più violacea.
La pedipolatrice lascia sgusciare fuori dalla tagliola del proprio piede il membro, e questo, disincastratosi dalla forcella digitale, penzola nell'aria per un poco come una canna accarezzata da una lieve brezza, poi cede e si accascia obliquo contro l'inguine del suo possessore. Ma è un attimo, e subito la torre ritrova il proprio orgoglio. La tizia si solleva dal fondo delle gambe del Signor Kia, striscia in ginocchio di tre passi e gli si mette a cavalcioni, afferra il membro tra le mani e lo guida verso l'apertura della vagina. L'uccello vi piomba subito dentro. L'altra che sovrasta la faccia del Signor Kia pare si stia ingelosendo, fa la stizzita, si sposta e si protende, va incontro alla sua rivale. Le va addosso per scansarla, pretende la sua parte. Ma questa non vuole mollare, sta cavalcando a tutta forza, non dà retta alla compagna che si alza in piedi e si mette dietro le sue spalle, strattonandola e cercando di spostarla. Alla fine la pedipolatrice ruzzola col culo sul pavimento, e colei che l'ha spodestata la rimpiazza rapidamente assestandosi a gambe divaricate sopra l'uccello. Il Signor Kia percepisce solo vagamente quel che sta succedendo intorno, sta ripiombando in uno stato di trance, la sua mente è lontana.
“Tu credi di aver raggiunto le tue profondità. In realtà, ciò che tu chiami le mie profondità non sono che periferie solari e diurne, paradosso della paura luminosa che si ammanta dell'abito scuro della notte. Zone interessanti magari, ma lontane dal centro”. Sono queste le parole che gli risuonano dentro, a cui ripensa, quelle parole che gli sono state scritte dal Confine del Mondo in una delle sue ultime lettere. Parole tra una moltitudine di altre parole, frasi, sentenze, asserzioni, intimazioni. Cose sibilline, perturbatrici all'occhio di una mente lineare. Se la mente del Signor Kia è in trance, il suo uccello è in estasi, al calduccio, rinserrato dentro la dimora della nuova locatrice di cui è inquilino. Ella si dimena, e tanto più si dimena, altrettanto di rimando quell'inquilino che ha nel ventre rimbalza all'interno come una molla d'acciaio; si contrae quindi schizza in alto, si allunga fino a baciare l'orifizio del collo dell'utero, si allarga, per poi altero restringersi, ritrarsi, contrarsi di nuovo. Una freccia lanciata verso un definito bersaglio, in fondo una linea retta, che parte da A per giungere a B, meta che è il fine e la fine di se stessa. La testa dello straniero sbava con la sua microbocca circolare mentre bacia l'orifizio contrapposto sul fondo della caverna, e mentre lo bacia piccole gocce di desiderio vengono emesse, s'incollano all'altra bocca che è come una rosa pudica e segreta. Frattanto la spodestata non è rimasta inoperosa, si è avventata sul pube della compagna con una bocca da iena famelica, con la lingua protesa perlustra e percorre tutta la zona epidermica comprendente la radice del pene del Signor Kia, l'interno coscia e il monte di Venere dell'altra. Presto s'annoia, perché la patata non è di suo gusto, quindi cambia posizione e le pone la testa dietro, la quale riesce a trovare spazio e a piazzarsi in mezzo alle gambe di lui. Ricomincia a passare la lingua discendendo lungo solco delle natiche di lei, soffermandosi con accuratezza sul buco del culo, da sotto il quale riesce ad afferrare tra i denti i coglioni del Signor Kia – gli unici frutti che davvero le sta a cuore degustare –, seppure impacciata e stretta tra le ginocchia dell'uomo e il rimbalzo delle chiappe dell'altra. La porta si apre all'improvviso, violentemente, con un cigolio sinistro. Nella stanza compaiono altre due ragazze. Una è rossa di capelli, la pelle chiarissima con molte efelidi sul viso, formosa. L'altra ha capelli neri raccolti a coda di cavallo, la pelle scura e abbronzata, atletica e con due poppe minute ma deliziose. Sono in reggiseno e mutandine di pizzo. Si liberano subito dei pochi orpelli di stoffa che ancora fasciano i loro corpi. Si dirigono verso il corpo maschile che giace a pochi passi nelle grinfie delle altre due furie.
Cristiane guarda, piegata sulle ginocchia. L'uccello di Nick svetta a pochi centimetri dietro la chioma di lei. Distratta ed intenta ad osservare, non lo degna di uno sguardo ormai da qualche minuto. Nick le accarezza la testa, le passa le dita tra i capelli cercando tacitamente di richiamarne l'attenzione. Lei capisce il messaggio, e restando orientata nella stessa posizione, dando le spalle a Nick, allunga la mano sinistra verso il manico che le sta sfiorando l'orecchio e i capelli pendenti dal codino, quasi stesse cercando una cavità qualsiasi in cui andarsi a incastrare. Lo afferra con delicatezza, e senza guardarlo comincia a strusciarlo all'interno del palmo umidiccio e tiepido, prima lentamente, poi con energia crescente, dalla radice fin sulla punta, mentre i suoi occhi seguono le femmine addosso al Signor Kia. Ogni qual volta la mano raggiunge il glande, gliela stringe attorno alla punta strofinando il palmo con moto rotatorio, per ridiscendere scivolando con rapidità verso la radice. È esperta ed accurata, la ragazza, anche quando è distratta.
Una delle nuove arrivate, la rossa, dà il cambio a quella che stava cavalcando. La ragazza sfila via l'uccello dalla propria vagina, si solleva con compostezza e cede il suo posto all'altra, che va a piazzarsi sopra il Signor Kia. Egli rimane indifferente, trasognato, sudaticcio, e il suo membro riflette un'identica rigidità indifferente; va ad infilarsi nella nuova caverna che dovrà accoglierlo senza mostrare una piega, un cedimento, un sussulto – rigido, come la parvenza di vita di cui farebbe mostra un rudere pericolante poco prima del crollo definitivo. Scivola dentro con la medesima sicurezza di una sula che si getti nelle profondità marine per catturare la sardina, senza tentennamenti, già ben lubrificato dai succhi abbondanti di cui i precedenti muliebri alloggi lo hanno avviluppato. Colei che stava alla base leccando lo scroto mantiene la postazione, continua a leccare tra l'inguine e il principio della verga. Beve quell'aroma acetato, salaticcio, sudore di maschio che si annida tra i peli scomposti e sottili, comincia a dar qualche colpo di lingua al nuovo orifizio anale che si ritrova sotto il naso – una ciambelletta rosa pallido stretta tra due pomi più bianchi delle mozzarelle, non fosse che per alcuni brufoletti rossi da cui sono qua e là trapuntati.
La cavallerizza or ora sopraggiunta dà qualche colpo di reni, si dimena, rotea il bacino, lancia brevi gemiti e lunghi sospiri. Poi si arresta, si alza, e compostamente lascia il posto alla ragazza mora con cui è entrata. Si ripete la scena, il membro del Signor Kia è un pistone spinto alla massima potenza cui viene cambiato l'involucro, ma nonostante questo continua a svolgere egregiamente il compito per il quale è deputato, indifferente, meccanico, alieno a ciò che lo circonda. L'uccello scivola dentro ancora più vischioso, torna indietro cercando di sgusciare fuori, viene ricacciato sempre più dentro in quella tana che per lui equivale a mille identiche altre. Avanti, indietro, sempre più in profondità, più dentro. Colei che lecca continua a leccare le palle, insaliva il vellutato buco di culo appena sopraggiunto. L'asta fa frizione lungo la parete spugnosa e crespata della nuova vagina per qualche tempo, finché anche questa non si arresta. Di nuovo un cambio, e la cavalcatrice passa il testimone a colei che sta leccando, la quale finalmente può riprendersi l'agognata postazione originaria. Una mano guida l'uccello, per farlo ritornare dentro la vagina del principio. Dentro. Avanti, indietro, sempre più in profondità, più dentro.
“Quale profondità dovrei raggiungere? Qual è la vera profondità? Sono dentro il Mondo oppure ne sono sempre rimasto fuori? Dovrei rimanere dentro il Mondo oppure uscirne fuori? Dove sei, dove mai vorresti andare, mio animo temerario, mio spirito ulisside?” si domanda delirando il Signor Kia. Per ora, solo il suo batocchio torreggiante si sta fisicamente muovendo. Va guizzando verso profondità – o altezze, data la prospettiva verticale: tutto dipende dal punto di vista – non troppo profonde. Profondità limitate. Da cui tutto nasce, tutto deriva. Forse tutto muore anche, lì. Tutto ciò che è limitato. C'è qualcos'altro forse, oltre quel tutto che è niente, oltre quel limite? C'è forse una profondità ulteriore, più profonda? Per ora, il suo uccello non può aspirare ad altro se non a quella breve profondità. Che, nella propria brevità, è tuttavia abissale.
Il glande, sempre più gonfio e saturo, è come l'artiglio di un falco, un artiglio implacabile, cieco. Si avventa contro la cervice, estroflessa e protesa verso il bramato carnefice. Questa intanto gronda muchi trasparenti e biancastri, sebbene invisibili e segreti, pronti a lambire, baciare, avviluppare quella piccola (relativamente!) testa dal più grande cervello. Cervello senza pensieri, testa con più saggezza. Sei mani accarezzano il petto del Signor Kia, poi si aggiungono le due di quella che al momento lo sta cavalcando: si è come formato un polpo avido – il polpo del piacere che abbranca, reclama il Signor Kia, ormai completamente alla sua mercé. La testa fruga, va su e giù, sbatte il muso e s'incaglia nell'interstizio tra la bocca dell'utero e la cavità terminale della vagina, sfrega la corona che ne circonda la base sulla cervice, di nuovo si sfrega e batte il muso contro la bocca uterina, si ritrae, poi si avventa con maggior foga, ricolmo dei succhi. Il corpo del Signor Kia perde la propria quasi immobilità, si ridesta, e comincia a dare piccoli colpi di bacino andando incontro a colei che lo cavalca, sincronizzando i propri movimenti con quelli di lei, si solleva e si abbassa come fa il suo membro semicelato all'interno.
Anche Nick inizia a dare spinte pelviche che incoraggiano la mano di Cristiane. Egli mugola, ansima, sospira, mentre il suo uccello si strofina nella mano che a sua volta lo sfrega e lo percorre. Va avanti e indietro con crescente rapidità – più rapido esso diviene, più rapida diventa la mano. E più rapide si fanno pure le spinte che il Signor Kia dà verso colei che lo cavalca, più decise e vigorose. Lui pure prende a mugolare, ansimare, sospirare; dapprima flebilmente, per poi salire in crescendo. Il Signor Kia danza in sincronia con la propria cavalcatrice, anch'ella mugolando, ansimando, sospirando. Sale e si abbassa, per poi risalire un poco più in alto – è come una macchina senza controllo. E come egli sale, così sale il suo uccello, e va avanti, indietro, in basso, in alto, sempre più in profondità, più dentro.
Mentre Nick prende a mugolare più sonoramente, la ragazza capisce che è arrivato il momento, che l'acme del piacere è prossimo. Senza scomporsi, senza spostarsi, rimanendo col viso e gli occhi rivolti al vetro dove continua ad osservare l'orgia che al di là si svolge, pone il palmo della mano sotto la cappellona del suo boss. Ne strizza il frenulo tra il pollice e l'indice, ne tormenta la punta abbracciandola, frizionandola tra il medio e l'anulare. Lei rimane tranquilla, attende con nonchalance, lui si arresta e smette di muoversi.
Il Signor Kia geme, inclina il capo verso il lato dello specchio, rotea le orbite oculari verso l'alto. Il glande persiste nell'artigliare la propria fuggevole preda – tanto più è prossima, tanto più pare sfuggire. Esso sta per esplodere, e la sua meta-preda continua a protendersi, ad abbassarsi, sbrodola muco filamentoso addosso alla testa del carnefice che continua a colpirla ripetutamente. Colpisce come un ariete, che però quasi non intenda mirare a tale bersaglio, ma cercando di andare oltre lo lambisca soltanto, anche se con veemenza. E quella preda, quella cervice simile ad un pomello di ciccia arrossata per i colpi e la frizione, o ad un pomodoro di mare che rinserra al suo interno i mille tentacoli quando la bassa marea lo lascia mezzo spiaggiato con poca acqua, e resta solo uno stretto forellino dove prima sventagliava una folta chioma, sta pulsando ora contraendosi ora allungandosi. Dilata il proprio, di forellino, pronta ad accogliere il liquido frutto che le è destinato e che di lì a poco fatalmente sgorgherà. Stan pulsando le pareti della grotta glutinosa tutta, percorse da onde invisibili, vibranti contrazioni espandentisi nell'imperscrutabile oscurità. Il Signor Kia si paralizza, resta in silenzio per un momento. Poi emette un lungo sommesso singhiozzo, come uno che si svegli di soprassalto nel letto per la sorpresa di sentire un paio di mani attorno al collo che stanno per strangolarlo. Il suo corpo è scosso da un ultimo sussulto. Filamenti bianchi si proiettano placidamente dalla cima, dalla bocca della testa predatrice, dal piccolo foro che la sormonta, come tentacoli tozzi e deformi. Si staccano, si spezzano, si gonfiano, si appallottolano, formano gibbosità e bolle e spirali che s'incurvano e si contorcono su se stesse, si disperdono nella buia sospensione liquorosa andando incontro al pomodoro arrossato che si ritrae come spiaccicandosi, mentre dilata ancora di un poco la stretta boccuccia rotonda in attesa di ghermirli, di riuscire a berli almeno in parte.
La cappella di Nick viene ancora strizzata alla base dalle dita della ragazza fino a che, più o meno contemporaneamente a quella del fratello, erutta. Dapprima come un vulcano furente che esploda all'improvviso dopo esser rimasto compresso per millenni – e lo fa nel momento stesso in cui viene liberata dalla stretta delle dita (poiché l'esperta ragazza, solo apparentemente distratta, sa calcolare e prevedere al millesimo ogni azione e reazione), sparando grossi lapilli di neve calda e vischiosa. Questi vanno in parte ad appiccicarsi sui biondi capelli di Cristiane che fluiscono al lato in prossimità dell'orecchio sinistro, e sul codino, sulla sua spalla e sul braccio; in parte vanno a disperdersi sul pavimento. Ma subito dopo i primi schizzi la violenza si placa, diventa come un magma pigro e placido che si riversa all'intorno sgorgando da una fenditura del suolo, si tramuta in una fuoriuscita tranquilla come di crema pasticcera che dal sac à poche si cosparge in mezzo al babà. In tal maniera, persa la sua furia, l'anima bianca di Nick cola giù dall'orifizio uretrale e va a depositarsi molle e cremosa sopra il palmo di Cristiane, che ella ha già accuratamente e preventivamente disposto a cucchiaio. Anche lui lancia un singhiozzo, ma non soffocato come quello del fratello, bensì vigoroso quanto quello di un leone quando, terminando il pasto, si appresti a una placida digestione sotto il sole della savana.
«Muoio, sì, muoio, mi fai morire!» ruggisce Nick, e poi singhiozza e poi gorgoglia. Cristiane si porta la mano alla bocca, senza voltarsi, rapidamente, mentre la parte più fluida del laghetto di crema lattiginosa sta iniziando a colare, correndo via lungo il polso e l'avambraccio divisa in due piccoli rivoli. Socchiude gli occhi, tira fuori la linguetta rosa e impudica, la fa uscire oscenamente alla massima estensione possibile, fino a lambire con la punta l'inizio dell'avambraccio. La fa scorrere con cura fino a coprire la breve distanza dal polso, torna indietro, ripassa a zig zag la superficie epidermica, avanti e indietro per alcune volte, finché su quella zona risulta solo il sottile velo della saliva. Passa poi ad affondare la punta nella cremosità che giace attendendo tremolante e biancheggiante entro l'incavo della sua mano, quasi con timidezza e pudore, di certo con venerazione verso il frutto divino del proprio Signore. Passate le prime incertezze, la lingua s'immerge vorace; si tuffa e poi riemerge, più volte, va dentro e torna fuori, trasporta sulle sue papille i filamenti bianchi che si assottigliano e si ispessiscono, e tremuli ne collegano la punta alla mano. Deglutisce quella materia filamentosa, galleggiante sopra le papille mentre va formando fiumi in miniatura dai molteplici affluenti. Tentacoli sottili, oppure tozzi e deformi, bolle e spirali che s'incurvano e si contorcono su se stesse quando il muscolo linguale le scompiglia agitandosi come un pavimento ondivago. E tentacoli e filamenti – quattro o forse cinque – cominciano pure a tracimare giù dai due lati della mano, densi, prima indecisi e spessi, poi mano a mano tendenti ad assottigliarsi mentre vengono attratti dalla gravità inesorabile del suolo; e paiono stalattiti di ghiaccio rilucenti e pendenti giù da una grondaia, e Cristiane solleva la mano e pone la bocca sotto di essi, li cattura ad uno ad uno, li fa affondare dentro accompagnandoli con il movimento della mano e delle labbra come farebbe con uno spaghetto di pastasciutta.
Poi ritorna sul palmo, proietta ancora la lingua che pare un cobra nervoso e flessile pronto all'assalto, affonda libidinosa, tira vie le ultime pozzanghere ormai quasi prosciugate: lecca, ciuccia, raspa, esplora, lucida, passa e ripassa, è come una capretta impazzita e impaziente mentre si protende verso la mano ritrosa ma colma di sale. Dopo un po' d'impegno meticoloso, non appena anche l'incavo della mano risulta lustro come il polso e il pezzo d'avambraccio, luccicante anch'esso del velo della saliva, Cristiane riapre le palpebre, e getta ancora gli occhi vispi e sovreccitati sul corpo del Signor Kia. Questi ancora giace al di là della parete vitrea, ancora cavalcato dalla gagliarda ragazza che, spossata, con la vagina satura e l'utero sazio di sperma, ha reclinato testa e spalle all'indietro sorreggendosi coi palmi piantati a terra. Ancora è attorniato dalle altre tre furie che continuano a martoriargli il petto con baci, succhiotti e passate di lingua, esso esangue, pallido, sfatto, in un lago di sudore. «Tuo fratello sembra giunto al capolinea, Nick; guarda, deve aver goduto davvv... uuumhmnn...» non fa in tempo a finire di pronunciare le parole, Cristiane, che Nick l'affera per la sommità della testa, avvicina precipitosamente con impeto il membro ancora turgido alla di lei bocca, e affonda dritto dentro, tappandogliela. La ragazza capisce che deve ripulire anche la cappellona di Nick dalle poche gocce di seme che ancora vi sono rimaste appiccicate. Fa il suo dovere con dovizia e precisione, come sempre, con gran soddisfazione sua oltre che di Nick. Preso il piffero con entrambe le mani, tira via il biancicore che pende da sotto il frenulo, colla punta della lingua lambisce il sensibile meato uretrale, poi la rotea tutta attorno alla superficie odorosa del glande.

Il Signor Kia si guarda attorno, spaesato e confuso. Rimira il mondo che lo circonda, le facce delle quattro sconosciute che gli alitano addosso. Fissa la fila di lucine rosse che corrono lungo gli spigoli tra pareti e soffitto, il soffitto nero in cartongesso, e pendenti sotto di esso la successione dei tre parallelepipedi fosforescenti – gli asettici neon bianchi riflettentisi nel bianco spettrale dei suoi occhi. Pensa, o cerca di pensare. Forse è un sogno. Forse è un tiro mancino giocatogli dal Confine del Mondo. O forse da quel bastardo di suo fratello. Egli non ama perdere il proprio self control, la propria illusoria atarassia dominante. «Qui giace il mio cazzo, l'inutile mio cazzo» mormora con un fil di voce. Quanto tempo sarà trascorso? Una delle ragazze armeggia sul suo viso, vi passa sopra un fazzoletto imbevuto di acqua di neroli. Il suo corpo sudato e accaldato, febbricitante, è come una fornace nucleare. Un sole notturno che riscalda senza luce il gelo siderale all'intorno, in una notte che si estende fino al confine dei mondi. Solo, come può appunto esserlo solamente un sole. Solo, come Zos, il fantasma interiore che continua ad opprimerlo. Solo, nell'infinità dell'abisso indifferenziato e indifferente. Solo, nella vastità della notte siderale – notte senza fine, che lambisce ogni mondo con la banalità dell'angoscia e della solitudine. Solo, sprofondato nella solitudine, nonostante la compagnia da cui è attorniato. Solo, come lo sono gli altri innumerevoli soli che lo circondano dalla breve o lunga distanza – luci fredde e opache, che non rischiarano, che non riscaldano nulla all'intorno né tanto meno il loro medesimo essere; meteore, che appaiono e scompaiono cercando di prolungare la propria agonia e sopravvivere, luci perse nella profondità della propria solitudine e dell'angoscia. L'angoscia che avanza nella banalità della Vita. E della Morte.
FINE
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