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Genere incesto

CONSOLAZIONE - Capitolo 1


di sweetpotage
scritto il 07-03-2010

CONSOLAZIONE - Capitolo 1
Di: Sweetpotage


Giunsi a casa esausto dopo una giornata trascorsa a vagare fra cantieri ed imprese edili alla ricerca di lavoro. Come d’altronde da più di una settimana la ricerca era stata vana; nessuno assumeva nessuno e meno che mai un italiano trentaduenne specializzato in muratura a mattone e a pietra e in pavimentazione in cotto.
Non che pretendessi condizioni economiche superiori ai minimi sindacali ma chiedevo un’assunzione regolare, con iscrizione ad INPS ed INAIL, cose di cui invece la manodopera extracomunitaria faceva allegramente a meno. Ormai le cose andavano avanti a quel modo e quella era forse la ragione per cui la ditta per cui avevo lavorato fino a quindici giorni prima era fallita: pagava regolarmente i contributi e gli stipendi contrattuali, ma i clienti non pagavano lei e alla fine il vecchio signor Cenci aveva deciso di chiudere prima che fosse dichiarata bancarotta.
La casa era silenziosa, un appartamento di tre vani, in affitto, situato nella zona di Novoli, in cui abitavo con mia moglie Luisa e pensai che lei fosse fuori per qualche spesuccia, ma un’occhiata in camera da letto mi fece comprendere che ciò che temevo era successo in maniera irreparabile: Luisa se ne era andata.
Ci eravamo sposati tre anni prima: lei bellissima ed io innamorato pazzo; le avevo promesso agiatezza e felicità, ma avevo fallito miseramente. Non avevo avuto successo, non ero riuscito a mettermi a lavorare in proprio per mancanza di capitale e poi avevo anche perso il posto di lavoro che garantiva uno stipendio modesto ma sufficiente per vivere in maniera dignitosa. Luisa non accettava l’idea di sacrifici e ristrettezze; le piaceva vestire bene e andare a divertirsi e purtroppo molte cose non me le potevo permettere.
Avevo fatto il possibile per accontentarla, ma piano piano avevo constatato che si stava allontanando da me; ad esempio aveva deciso di seguire un corso di ballo latino-americano ed avevo avuto modo di conoscere il suo istruttore quando mi ero recato alla scuola per pagare la quota di iscrizione. Era un giovanotto affascinante e sicuro di sé, con portamento elegante, mani raffinate, ben diverse dalle mie sciupate per il lavoro, e fare accattivante che gli guadagnavano la simpatia delle allieve.
Avevo subito temuto che fra loro potesse nascere una relazione, ero geloso, ma sapevo anche che sarebbe stato inutile tormentare Luisa con sospetti e scenate, ed avevo cercato di comportarmi da “Signore” come lei mi invitava spesso ad essere.
Ed ora lei se ne era andata; lo testimoniavano l’armadio vuoto in cui aveva abbandonato soltanto un paio di grembiuli da cucina e un biglietto lasciato sul tavolino da notte in cui mi dava la notizia “Sei un
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fallito, me ne vado. Non mi cercare: fra noi è finita”
Mi abbandonai senza forze sul letto mentre una mano gigantesca pareva stringermi il petto fino a bloccare il cuore e mozzare il respiro; la mia bella Luisa se ne era andata, non avrei più baciato quelle labbra sensuali, né accarezzato i capelli di seta, né goduto della sua intimità che, sebbene concessa sempre più di rado, era stata la sola forza che mi aveva sorretto nel tentativo di risollevarmi dall’abisso del fallimento in cui ero precipitato.
Temetti che mi stesse venendo un infarto, ma poi mi dissi che forse sarebbe stato preferibile lui piuttosto della solitudine a cui mi sentivo tragicamente condannato dopo l’abbandono.
Rimasi a boccheggiare sul copriletto e le lacrime presero a scorrere sul mio viso: lacrime di disperazione, di scoramento, lacrime che testimoniavano della mia incapacità di reagire a quel momento di crisi, di trovare in me abbastanza forza per risollevare il capo e per ricominciare una nuova vita.
Non avevo intenzione di inseguire Luisa per cercare di riportarla a casa; l’amavo ancora, almeno credevo, ma sapevo che se avessi tentato un’azione del genere, mi avrebbe odiato… forse già mi odiava prima ancora di fuggire, a causa della vita modesta a cui l’avevo condannata. E poi c’era un altro motivo; non tolleravo l’idea di poterla riprendere fra le braccia quando certamente era stata fra le braccia di un altro; forse lo era stata prima ancora di lasciarmi, forse fra quelle di quel ballerino… improvvisamente mi sentii sporco, con la dignità a pezzi; avrei voluto potermi lavare via quella sensazione, ma non ne avevo la forza e neppure sapevo come fare; riuscivo solo a piangere e speravo di potermi addormentare per non svegliarmi più.
Non so per quanto tempo rimasi in quelle condizioni; era già quasi buio quando il telefono prese a squillare. Non risposi e infine il tormento di quel suono cessò; se avessi cercato di rispondere, mi sarei illuso che potesse essere Luisa e non volevo farlo, non me la sentivo di affrontare una nuova delusione.
Il telefono squillò ancora, lo ignorai; smise e dopo qualche minuto riprese e alla fine mi alzai ed andai a rispondere: tanta insistenza poteva avere un qualche significato… magari qualcuno mi stava offrendo un lavoro…
Al mio “Pronto” borbottato, rispose la voce leggermente rauca di mia sorella Anna “Era ora; è mezz’ora che telefono; i vostri cellulari sono scollegati… si può sapere che fine avevate fatto?”
“Luisa se ne è andata” annunciai a mezza voce con tono funereo
“Cosa? – berciò mia sorella – è già uscita senza di te? Ti ricordi che si doveva andare insieme a mangiare una pizza?”
Me ne ero completamente dimenticato e ripetei “Luisa se ne è andata… Mi ha lasciato… Ha portato via tutta la sua roba… Non la vedrò mai più”
“Ohh Dio santissimo e benedetto – ansimò Anna – e tu te ne stai lì a… non ti muovere, hai capito? Non ti muovere, vengo subito da te; sarò lì fra venti minuti. MI hai capito?”
Borbottai un “Sì” e riattaccai per tornare a stendermi sul letto. Anna sarebbe venuta, ma a fare cosa? Non c’era più nulla da fare per me.
Quando sentii squillare il campanello della porta la prima tentazione fu di non andare ad aprire, ma poi pensai che mia sorella, energica e volitiva com’era, avrebbe chiamato carabinieri e vigili del fuoco e avrebbe fatto abbattere l’uscio, perciò mi trascinai in corridoio dove azionai l’apriporta dell’ingresso condominiale e socchiusi la porta dell’appartamento. Giunse in casa come un fulmine, quando mi ero appena rimesso a letto, e rimase a fissarmi con uno sguardo carico di compassione e di affetto “E così siamo entrambi rimasti senza la persona amata – constatò – un marito morto e una moglie fuggita non fanno certo onore alla nostra famiglia”
“Che vuoi che mi importi dell’onore della famiglia?” borbottai, ma non so se mi comprese e domandò ”Sei davvero sicuro che se ne sia andata?”
Indicai senza parlare le ante spalancate sull’armadio vuoto e le porsi il foglio di commiato; rimase a guardarlo a lungo, come se non ci credesse e, quando si riscosse, fu per dire “Andiamocene di qui, ti porto a casa”
“Questa è la mia casa” fu la mia lamentosa protesta
“Era la vostra casa – puntualizzò lei – ora non lo è più perché lei se ne è andata; non ti lascio qui da solo a macerarti nel dolore. Verrai a casa mia con le buone o con le cattive… e poi… se ti lasciassi qui Daniela non mi darebbe pace e verrebbe lei a prenderti”
Daniela era mia nipote, figlia di Anna, una ragazza diciannovenne forte e volitiva che aveva rappresentato un valido sostegno per sua madre quando Mario suo padre, il marito di Anna, era morto in un incidente di montagna due anni prima.
Non feci verbo, ma vidi che Anna stava trafficando nella mia metà di armadio e riempiva una valigia di biancheria ed abiti; quando finì chiese “C’è altro che ti serva da portare via?”
“Non lo so – dissi esitante – forse… i soldi… i documenti”
“Non so dove li tieni, alzati e valli a prendere tu; forza Franco, sii uomo, reagisci…”
Cercai di reagire, incapace di contrastare la volontà di Anna ed andai a frugare nel cassetto del comò dove tenevo il denaro per le spese di casa, ma era sparito “I soldi non ci sono più” constatai e mi venne di nuovo voglia di piangere; cercai allora i documenti e quelli erano rimasti: documenti di lavoro, di identità e della banca; evidentemente Luisa non ci aveva pensato oppure non sapeva che farsene. Il Bancomat lo avevo in tasca, come anche il libretto di assegni e mi augurai che lei non fosse riuscita, con qualche accorgimento, a prosciugare il modesto conto che avevo alla Cassa di Risparmio di Firenze.
Dieci minuti dopo eravamo sulla Megane di Anna diretti al suo appartamento, un comodo sei vani e doppi servizi sito in un bel condominio di Via Lanza.
Sistemata l’auto in garage, si caricò della mia valigia e mi spinse in ascensore; quando uscimmo sul pianerottolo del quarto piano Daniela era lì in attesa e mi si precipitò fra le braccia stringendomi con foga e baciandomi sulle gance “Oh zio, che notizia terribile, mi spiace tanto…”
“Non ti preoccupare Dany – risposi cercando di farmi forza – non ci si può fare nulla”
“Ora sei qui con noi, vedrai che starai bene… non ti lasceremo solo…”
Ero imbarazzato da quell’accoglienza, Daniela mi era sempre stata affezionata e pure io le volevo bene, ma le sue premure mi confondevano e la compassione che trapelava dalle sue parole non faceva che acuire il mio dolore, tuttavia non sapevo come liberarmi di lei senza offenderla. Anna, per fortuna, mi venne in aiuto “Lascia in pace tuo zio, tesoro, ora ha bisogno di stare tranquillo; porta la sua valigia nella camera degli ospiti, poi vedrò di preparare un po’ di cena; di andare in pizzeria non è proprio il caso.
Mi fece sistemare in soggiorno, accomodato sul divano, e ingiunse “Non ti muovere, preparo qualcosa di caldo e fra poco si cena”
“Non ho voglia di mangiare. Non riuscirei a trangugiare nulla. Vorrei solo scomparire”
“Lo so Franco, successe la stessa cosa a me quando mi portarono la notizia di Mario, ma devi reagire…”
“Non ce la faccio… se ne è andata e per colpa mia; non sono riuscito a darle ciò che si aspettava, ciò che meritava…”
“Tesoro, tu hai fatto ciò che era possibile… ma non voglio parlare di questo adesso; è tardi e Daniela deve cenare; tornerò presto da te…”
Mi posò un bacio sulla guancia e si allontanò lasciandomi solo con la mia angoscia che mi toglieva ogni forza mentre un freddo glaciale dilagava nelle mie membra. Mi resi conto che Daniela mi stava tenendo d’occhio facendo la spola fra cucina e salotto, ma non ebbi la forza di dirle che non serviva, che non avevo intenzione di suicidarmi e che volevo soltanto stare da solo ed in silenzio.
Anna tornò da me dopo qualche minuto con una scodella di brodo caldo che mi costrinse a mandare giù nonostante il mio rifiuto iniziale, imboccandomi lei stessa; mi fece anche bere mezzo bicchiere di vino rosso e alla fine brodo e vino fecero il loro effetto scaldandomi un poco e attenuando i brividi che da qualche minuto, avevano preso, incontrollabili, a percorrermi il corpo.,
Anna dovette cenare in fretta, se pure cenò, perché fu presto di ritorno e mi sedette accanto; mi fece una carezza sul viso e chiese “Hai voglia di parlare un poco? Se vuoi puoi sfogarti con me: urlare o piangere o… quello che preferisci”
Feci stancamente cenno di no, senza parlare, e lei posò la mano sulla mia sinistra che stava inerte sul divano “Sei gelido, tesoro… cosa ti succede?” Mi toccò su una guancia e poi la fronte “Non hai febbre, ma le tue mani sono un pezzo di ghiaccio… ti senti male? vuoi che chiami un dottore?”
“No Anna… niente dottori, ma è vero, sento un gran freddo… era diminuito dopo aver preso il brodo, ma ora sta tornando…”
“Oh Signore, cosa ti sta succedendo? Dammi la mano, che te la scaldi, almeno quella”
Prese la mia sinistra fra le sue e se la pose in grembo di cui avvertii il tepore, poi, non contenta, cambiò posizione e, accoccolatasi sul divano, si portò la mia mano fra le cosce spingendola in alto fin contro l’inguine.
“Ma cosa fai…” tentai di protestare
“Stai buono e zitto; sto cercando di riscaldarti – poi rivolta a Daniela che era sopraggiunta in quel momento e stava guardando sconcercata la strana posizione di sua madre – Franco sta morendo dal freddo, prendi un plaid e avvolgiglielo sulle spalle”
La ragazza ubbidì con solerzia e un attimo dopo sedette pure lei sul divano, dichiarando “L’altra mano gliela scaldo io” e ghermita la mia destra, se la porto fra le cosce esattamente come aveva fatto Anna poco prima.
“Mamma mia, è fredda davvero – commentò impressionata – cosa gli sta succedendo?”
“Credo che sia lo shock – ipotizzò Anna – stiamo un poco così; se dovesse peggiorare si dovrà chiamare un’ambulanza e farlo ricoverare”
“Speriamo di no… certo che l’ha presa davvero male…”
“Sai bene quanto amasse Luisa…”
“Lo so, mamma, ma lei…”
“Taci pettegola, limitiamoci a scaldare Franco e a stargli vicino; di questo ha bisogno… ci sarà tempo domani per parlare…”
La ragazza tacque e si sistemò meglio la mia mano fra le cosce stringendomisi vicina per trasmettermi il calore del suo corpo ed altrettanto fece Anna dall’altra parte.
Dopo un po’ i brividi di freddo si ridussero e riuscii a respirare più liberamente; a quel punto mi assalì una strana sonnolenza e mi appisolai sul divano. Forse dormii, non so quanto a lungo, poi la mia mente fu invasa da un sogno i cui protagonisti erano Luisa ed il maestro di ballo e mi svegliai di colpo con un gemito di terrore e un sobbalzo.
“Cosa c’è zietto?” chiese premurosa Daniela
“Credo abbia avuto un incubo - rispose Anna – e probabilmente ne avrà altri; credo che dovrebbe prendere qualche cosa che lo faccia riposare… rimani con lui, tesoro, vado a preparargli una camomilla”
Fui costretto a ingurgitare dell’altro liquido, ma era gradevole e avvertii un benefico calore spandersi nel mio stomaco; Anna mi imboccò ancora perché le mani mi tremavano e non ero in grado di reggere la tazza e, al termine decise “Ora ti mettiamo a letto; devi riposare, domani starai meglio e le cose ti appariranno sotto una luce meno tragica”
Non opposi resistenza, non ne avevo la forza, non avevo neppure la forza di parlare; fui accompagnato in bagno e poi in camera dove Anna mi svestì come un bambino, mi infilò un pigiama e mi cacciò sotto le lenzuola.
La sonnolenza era ancora più forte di prima e mi sentii presto sprofondare nell’abisso dell’incoscienza; non mi accorsi che di tanto in tanto Anna o Daniela sbirciavano in camera per sorvegliare il mio sonno, non mi accorsi che a un certo punto ricominciai a tremare e non mi accorsi che a quel punto Anna si infilò nel mio letto e mi abbracciò stretto intrecciando le gambe con le mie per scaldarmi col tepore del suo corpo.
Dormii come un sasso, seppi soltanto parecchi giorni dopo che nella camomilla era stata aggiunta una dose di sonnifero capace di calmare un rinoceronte, e mi svegliai solo a tarda mattina del giorno seguente; incapace, lì per lì, di capire dove fossi e cosa mi stesse succedendo.
L’avvolgibile della finestra era sollevato e non riconobbi il panorama esterno, come non riconobbi i mobili della camera e fu solo dopo un paio di minuti di angosciosi interrogativi che recuperai la memoria. Luisa mi aveva lasciato ed io ero a casa di Anna.
In quel punto la porta si socchiuse e fece capolino il musetto di Daniela che, vistomi sveglio, corse ad abbracciarmi sedendosi poi sulla sponda del letto accanto a me.
“Come stai zietto? Hai dormito un bel po’… Vuoi la colazione a letto o ti alzi?”
“Aspetta Daniela, aspetta un attimo… quasi non ricordo chi sono…”
“Chi sei? Sei il mio zione Franco che ieri sera ci ha fatto prendere una gran paura?”
“Perché?” chiesi istupidito
“Perché eri gelato quasi fossi uscito da un freezer… ce n’è voluto di tempo per scaldarti”
Tacqui mentre alcuni ricordi affioravano nella mia mente; osservai meglio Daniela e mi stupii che fosse a casa, non aveva forse un lavoro? e che fosse vestita in quel modo: una sottoveste mini che non nascondeva nulla, anzi evidenziava la forma del seno ed il colore roseo dei capezzoli, che lasciava scoperte le cosce al 90% e non lasciava dubbi circa il colore delle mutandine: un delicato rosa guarnito da vezzosi pizzi bianchi.
“Ma tu… - gracchiai imbarazzato – ma tu te ne vai sempre in giro vestita cosi? E non dovresti essere al lavoro?”
“Oggi no; mi sono data indisposta per stare a casa a farti compagnia; la mamma aveva una riunione di affari e non poteva mancare, perciò oggi sarò io ad avere cura di te… quanto al vestire, sono a casa mia e tu zione, non ti scandalizzerai certo, vero?”
“Per essere sincero non so neppure in che mondo vivo, ma… cosa intendevi dicendo prima che ce n’è voluto del tempo per scaldarmi?”
“Che tremavi come un cagnolino bagnato, ed eri gelido come un ghiacciolo; prima sul divano ti abbiamo scaldato mamma ed io e poi…”
“Ma… come mi avete scaldato?”
“Ma come sei pignolo! Avevi le mani gelide e ce le siamo tenute fra le cosce, mamma ed io, e alla fine si sono scaldate…”
“Fra le cosce… - esclamai trasecolato – io non ricordo assolutamente nulla”
“Beh, non c’era mica nulla di male e comunque non hai mosso neppure un dito; quanto al ricordare, allora non ricorderai neppure che mamma ha passato tutta la notte nel letto con te, abbracciandoti per scaldarti, avevi ripreso a tremare…”
“Anna ha dormito qui… - mormorai, invaso da uno strano turbamento – ma non avrebbe dovuto…”
“E perché no? E’ tua sorella, ti vuole bene ed era preoccupata per la tua salute; e poi tu eri troppo sconvolto per renderti conto della cosa…”
Era vero, ero stato troppo sconvolto per accorgermi delle cure che quelle due donne avevano avuto per me, ma adesso, nello sforzo di ricordare, una vaga sensazione mi si affacciò alla mente: quella di un corpo morbido e caldo premuto contro il mio. Nel torpore del dormiveglia avevo pensato trattarsi di Luisa e mi ero riaddormentato subito, ma ora sapevo che non era stata Luisa e, al sentirne parlare, sapendo che le mie mani erano state tanto vicine a… a un’intimità femminile e che una donna, per puro senso di amore e di dovere, aveva passato la notte abbracciata a me, mi sentii improvvisamente eccitato e prima che facessi in tempo a girarmi nel letto o a proteggermi in qualche modo, il mio pene si impennò a candela, colto da una vigorosa erezione, sollevando il lenzuolo e attirando lo sguardo di Daniela che scoppiò in una gioiosa risata. “Bravo zietto – esclamò – questo è il migliore e il più sicuro segnale del tuo ristabilimento”
Mi imporporai in volto e la fronte mi si imperlò di sudore mentre cercavo di scusarmi e non sapevo come far scomparire l’importuno
“Non ti devi vergognare zio – disse sfiorando il vertice della protuberanza con una lieve carezza – se parte di questa reazione è dovuta alla mia presenza ed al mio abbigliamento ne sono compiaciuta, e sono certo che anche mamma lo sarà quando glielo racconterò”
“Tu non racconterai proprio nulla, viperetta”
“Via zio, non farne una tragedia – mi esortò chinandosi poi su di me per darmi un bacio che mi colse fra guancia e labbra – a delle ragazze fa sempre piacere quando suscitano tanta ammirazione…”
“Ma tu sei mia nipote e Anna è mia sorella…”
“E allora? Siamo anche donne e comunque non si è fatto nulla di male. Da quando è morto il babbo, la mamma non ha più avvicinato un uomo… tu sei il primo a cui è stata tanto vicina fisicamente”
“Ma è mia sorella…” gemetti
“Lo so io e lo sa anche lei, ma questa mattina, quando si è alzata aveva un’aria compiaciuta che non le vedevo da anni, disse che aveva dormito benissimo e mi ordinò di chiamarla al telefono non appena tu ti fossi svegliato per raccontarle come stai”
“Non le racconterai di…”
“Chi lo sa?” fece lei con aria sbarazzina, alzandosi da sedere e svolazzando fuori dalla camera, con una notevolissima esibizione di lunghe cosce tornite e di tondi glutei marmorei che sfuggivano da ogni dove alla stretta di un paio di evanescenti mutandine.


La tragedia occorsa a Franco è di quelle che lasciano il segno. Riuscirà ad uscirne da uomo? Accetterà l’aiuto che sorella e nipote sembrano in grado di offrirgli?
Il seguito al Capitolo 2.

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Scrivo racconti per passatempo. Le mie storie sono tutte di fantasia. Odio la volgarità ed ogni forma di violenza verso le donne.


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