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Genere orge LATRODECTUS TREDECIM SBURRATUS:IL RAGNOdi voyeurlaureato scritto il 07-08-2007
Il titolo pomposamente (mmmmmhhhh!!!) latino di quanto sto per raccontarvi non dipende da improvviso (e totalmente fuori luogo) delirio di onnipotenza da parte mia, dato che non dei massimi sistemi, ma pur sempre di “semplici” sborrate in faccia e buchi di culo spalancati parlerò, quanto dal mio desiderio di entrare in contatto con persone che sappiano, per averne fatto esperienza personale magari attraverso una recente vacanza in terra di Salento, cosa sto per descrivere relativamente all’aspetto di suoni, colori, odori e sapori “di un’altra dimensione”.
Era l’agosto del 2004 e avevo deciso con tre amici di recarmi in vacanza in questa terra da cui tutti tornavano entusiasti e che mi descrivevano con i migliori aggettivi qualificativi possibili e immaginabili. Non era un lungo viaggio: meno di 3 ore d’auto per raggiungere il sud del sud, la “Finis Terrae” segnata sulle mappe, la provincia di Lecce. Avevamo affittato due stanze doppie in un carinissimo bed & breakfast, trasformandole da subito in una tripla + una singola perché, previdenti come eravamo, volevamo utilizzare la stanza singola per i coiti con donne disponibili e troie e la tripla per dormire e riposare e ricaricare di sborra le palle tra una scopata e l’altra. Eravamo nel cuore del Salento, in quella zona denominata “Grecìa salentina”, dove perfino il dialetto è differente dal resto di quella fortunata terra baciata da due mari ed era la metà di agosto; dai giornali locali, apprendemmo che per quella serata era in programma un grandioso concerto di musica tradizionale salentina che avrebbe richiamato decine di migliaia di persone e decidemmo dunque di prendervi parte, ligi al detto: “Più gente, più pelo, più sborra” che ho appena inventato di sana pianta. La serata si rivelò, a posteriori, una delle più belle della mia vita: fui morso dal “ragno” anch’io e mi ritrovai in un turbine di sensazioni che difficilmente riuscirò a far rivivere in chi mi legge; come al solito, però, ci proverò con tutta la buona volontà che mi contraddistingue. Come breve premessa, appresi che questa musica “tradizionale” di quella terra nasceva con l’intento terapeutico di curare un male che colpiva le donne al lavoro nei campi, le quali sostenevano di essere state morsicate dalla ‘taranta’ e di essere costrette a danzare fino allo sfinimento per poter eliminare dal corpo attraverso la sudorazione il veleno inoculato loro dal ragno. Bene, ho visto danzare quella sera come baccanti senza un Dioniso tante di quelle belle ragazze che a fatica sono riuscito a trattenermi dall’emettere sperma in giro per le vie di quel paesino, segandomi senza ritegno di fronte a chiunque! C’erano davvero decine di migliaia di persone, molte delle quali ubriache di vino rosso, centinaia di suonatori di tamburello, un ritmo ossessivo che mi percuoteva i timpani e sensualità a chili che sprizzava fuori da quei corpi di donna che danzavano convulsamente a piedi scalzi tentando di schiacciare col piede nudo il ragno che le aveva ‘morsicate’. Dopo il primo litro di vino, anch’io e i miei compagni testimoni di quella serata avevamo avvertito la necessità di segarci nel bagno di un pub del luogo (ci siamo dati il cambio, uno dopo l’altro, sborrando tutti in quella fetida latrina!): troppa era l’eccitazione di corpi seminudi e abbronzantissimi e sensualissimi che si muovevano al ritmo di quel tamburello! Continuammo a bere e fumare per tutta la notte, fino a che non ci ritrovammo distesi per terra in un campo lì vicino a un convento attorniati da ragazzi come noi che avevano abusato di alcol e maria; c’era chi dormiva, chi continuava a percuotere il tamburello che aveva appena acquistato, chi vomitava e….c’era perfino chi fotteva tranquillamente, incurante degli sguardi altrui, magari ‘nascosto’ soltanto da un leggero plaid. Mi avvicinai a un paio di quelle coppie che, completamente fuori di sé, stavano consumando i loro coiti ululati alla luna piena di quella splendida notte d’agosto cominciando a ‘stropicciarmi’ il pacco per vedere se riuscivo ad avere un’erezione nonostante tutto l’alcol ingerito; non appena intravidi che il maschio della coppietta aveva inserito il suo uccello pulsante nel buco del culo della compagna, non ci fu alcun ulteriore impedimento e mi ritrovai col mio uccello marmorizzato istantaneamente: ho sempre amato il secondo canale (che chiamo anzi “Il primo canale”, di norma) e vedere una bella sodomia sotto le stelle mi aveva attizzato immediatamente; incrociai anche lo sguardo del proprietario di quel cazzo ritto che cercava sfogo in quello stretto e maleodorante pertugio e il sorriso di soddisfazione di quel giovane porcello, che sembrava dirmi:”Guarda come scopo la mia troia, stronzo!”, mi spinse a farmi più audace e a tirare fuori il mio pezzo di marmo caldo. Sentire la vocina della giovane vacca che sussurrava al suo manico: ”Ooooh, mi piace di più quando mi scopi il culo, amoreeee!!!”, dando violenti colpi di fianchi sulla verga che la stava impalando, mi costrinse a segarmi dapprima lentamente, poi via via sempre più rapidamente fino a sborrare sulla terra del Salento ben 13 schizzi salati di succo bianco (…il ‘tredecim sburratus’ del titolo che ritorna…), nel tentativo di ingravidarla, forse, o quanto meno, in sostituzione della monetina che ogni bravo turista si butta alle spalle per indicare il desiderio di voler tornare in quel posto. Con la testa che ancora mi girava, ringraziai ad alta voce la coppietta (provocando uno spavento nella femmina, che non si era accorta di aver avuto uno spettatore adorante di quella sua esibizione anale) e tornai accanto agli amici, che ritrovai riversi sull’erba di quel campo e che ridevano come matti assieme a quattro o otto (credo fossero solo quattro, benché ne vedessi otto…) ragazze di Torino a piedi nudi e semivestite. “Bastardi, non posso allontanarmi un attimo che subito pensate solo a rimorchiare troie voi, eh?”, dissi sorridendo a mo’ di rimprovero verso gli amici. Le troiette sabaude, anziché incazzarsi per l’epiteto che i più considerano ingiurioso, sebbene sia a mio modo di vedere il più bel complimento che una donna possa desiderare, cominciarono a sghignazzare tra loro e, alzatesi in piedi, ci comunicarono di aver bisogno di un po’ di sesso per tirarsi su, dato che avevano finito sia il vino sia l’erba per quella sera! Fortunatamente (…) il nostro b&b era a poche centinaia di metri da quel mega raduno in stile “Woodstock” e, dopo un po’ di difficoltà deambulatorie iniziali, riuscimmo a raggiungere le nostre stanze. Ci mettemmo, per maggior comodità, tutti e otto (o sedici?!?) in un’unica stanza, quella con i tre letti e cominciammo la più lunga e appagante scopata della nostra gioventù! Non ricordo esattamente quante volte sborrai, quella notte; so solo che non c’era neanche un attimo di riposo…..sborravo, ma dopo meno di un minuto avevo già una bocca attaccata all’uccello o una figa da lappare o un culo davanti alla lingua; probabilmente fui pure inculato a mia volta per sbaglio da qualcuno (o forse una delle quattro troie mi ficcò qualche oggetto su per il culo, non lo saprò mai), ma era tutto talmente straordinario che perfino la sodomia mi fu graditissima. Le troie, sebbene poco più che ventenni, tutte rigorosamente “studentesse universitarie in vacanza-premio in Salento”, sapevano il fatto loro; ci confessarono che di norma si concedevano a cazzi rigorosamente autoctoni, in quanto sostenevano che gli uccelli di salento avessero dentro ‘il sole, il mare e il vento’ della loro terra, ma che per noi avevano fatto un’eccezione dettata dall’urgenza di ricevere una buona razione di cazzo nei loro giovani corpi. Questa rivelazione non fece altro che spronarci (ebbi il sospetto, dopo, che le troie ci avessero detto proprio a bella posta tutto ciò!) a fotterle con maggiore veemenza, per dimostrare che anche i Lucani sanno darci dentro; del resto, sempre sborra del Sud è! Scopammo per tutta la notte e parte della mattina, fino al momento in cui crollammo esausti tra sborra e umori e piscio su quei tre letti, ma dopo neanche un’ora di meritato riposo, fummo svegliati dal proprietario del b&b che ci sbatté fuori da lì per il troppo baccano fatto in quella nostra prima notte salentina e….fummo costretti nostro malgrado (…) ad accettare l’invito nel b&b delle quattro troie piemontesi, che scopammo a sangue per il resto della nostra settimana di vacanza. Il ragno aveva oramai morsicato anche me e i miei compagni di viaggio; dal 2004, ogni anno torniamo in Salento attorno alla metà di agosto per rivivere quelle emozioni e quelle esperienze, tentando di tirare fuori il veleno che ci circola nel corpo nei restanti 11 mesi dell’anno, magari sotto forma di “tredici schizzi” bianchi per volta. (Dedicato allo splendido Salento, che mi riaccoglierà tra pochissimo per una intera settimana di follia!) racconti erotici, scrittori, scrivere online, scrittori emergenti
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