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Genere prime novecentodi josegon scritto il 10-03-2010
RACCONTO INVIATOMI DA UNA CARA AMICA
Questa è una storia vera, ambientata a cavallo fra l’ottocento ed il novecento, che mi è stata raccontata nel 1954, quando avevo quindici anni, in un padiglione d’ortopedia, dov’eravamo entrambi degenti, da un navigante, di mezzo secolo più grande di me, immobilizzato a letto. Io, essendo solo stato operato ad un gomito, facevo da cavalier servente a lui ed agli altri pazienti che non potevano deambulare, e loro in cambio, mi rifornivano le sigarette. Lo chiamavo “comandante”, mentre io, per tutti, ero il “piccolo di camerata”, come m’aveva nominato lui. Una sera, che seduto a fianco del suo letto, guardavo con ingordigia, le figure di donne discinte, disegnate sul “Calandrino”, mi disse: «Ti narro io una storia piccante, che mi è capitata; non ho neppure paura di scandalizzarti, poiché, quando l’ho vissuta, ero assai più giovane di quanto non lo sia tu adesso.» Iniziò così il racconto. «Avevo dodici anni e da un paio avevo imparato a farmi le seghe; non eiaculavo ancora, quindi ne approfittavo, ogni volta che ne avevo la possibilità: nel banco della scuola, nei cessi della stessa, oppure in quello di casa mia e non riuscivo a dormire, se prima non m’ero fatto la serale goduta, nell’intimità del mio lettino. Era la prima estate dell’anno 1900 - 1901, quando, nella strada sottostante al palazzo nel quale abitavo, un uomo era finito sotto gli zoccoli dei cavalli che trainavano un tram. Gelinda, una sposina ventenne, che abitava sul mio stesso pianerottolo, aveva assistito alla tragedia, dal balcone della sua abitazione, rimanendone scioccata al punto d’avere paura a rimanere sola. M’ero pressoché allevato in casa dei suoi, che poi avevano lasciato a lei l’appartamento, quando s’era sposata, ed appunto il lunedì in cui era avvenuta la sciagura, il marito doveva iniziare il turno di notte; era stato lui stesso che aveva chiesto a mia madre il permesso di farmi dormire con Gelinda. La prima notte, quando lei s’era addormentata, tenendomi la mano, avevo iniziato con quella rimasta libera, a masturbarmi lentamente, per paura che se n’accorgesse. Avevo però smesso, quando s’era girata verso di me. Il suo alito caldo che m’accarezzava il collo, m’aveva ancor più eccitato e m’apprestavo appunto a ricominciare, quando, con mia grande sorpresa, la sua mano mi precedette e si strinse attorno al mio cazzetto, portando lei stessa a termine la masturbazione che ero stato costretto ad interrompere. «Alla tua età lo facevo anch’io, tutte le sere prima d’addormentarmi.» Mi disse mentre il mio sesso in pieno orgasmo le sobbalzava nella mano. Avevo atteso di riprendermi dal meraviglioso stupore, poiché avevo goduto assai di più di quando lo facevo da solo, poi le avevo chiesto, con incredulità: «E come facevi? Tu non l’hai mica il pistolino.» Allora, messasi supina, dopo essersi alzata la camicia da notte fin sopra le mammelle, m’aveva preso la mano, facendosela aderire al sesso, per poi guidarla, sovrapponendoci la sua, a strusciarci sopra le dita, in un lento movimento. La prima sensazione che ebbi, fu quella di tastare, con i polpastrelli dell’indice e del medio una piccola protuberanza tiepida, che con l’incedere del moto che mi dettava lei, s’induriva inumidendosi, poi avevo sentito Gelinda ansimare, mentre riprendeva ad accarezzare il mio uccellino, nuovamente pronto, intanto, che per mia libera iniziativa, le succhiavo un capezzolo: «Sì Carletto, gioia mia, continua così; però promettimi di non dire niente a nessuno, dunque non te lo faccio più fare.» «Sì te lo assicuro Gelinda, però tu giurami che lo faremo ancora.» «Certo tesoro, che lo faremo ancora e anche con la bocca, poi, e fino a che non sborrerai, me lo infilerai dentro la patatina e dopo, se non ti sarà diventato troppo grosso, nel culo.» Mi disse quelle parole vaneggianti, mentre stavamo godendo insieme. La sera appresso, dopo che per tutto il giorno avevo resistito alla tentazione di masturbarmi, mi ritrovai nel suo letto: «Carletto, lo sai che oggi, mentre facevo l’amore con mio marito, pensavo a te, al tuo bel cazzetto che questa sera avrei preso in bocca.» Me lo disse intanto che mi scopriva ed alla tenue luce del lumino ad olio, la vidi nuda, poi sentii le sue morbide labbra ed il calore umido della lingua, che m’avvolgevano il sesso e mi facevano immediatamente godere. «Continua così che è troppo bello e poi insegnami a farlo anche a te.» Bofonchiai, e lei, neppure attese che godessi di nuovo, che, con una rapida torsione mi scavalcò con il bacino il viso, e m’appoggiò il suo sesso caldo e umido sulla bocca. Un odore pungente, forte, mi penetrò nelle narici, dilatate dal desiderio sconvolgente che avevo di lei, intanto che, tenendosi il mio membro premuto contro il collo accaldato, mi diceva: «Lecca mio bel porcellino! Succhiala! Fai godere la tua Gelinda! Si fai così! Cosìì!!Godo! Godooooo!!!» Smise di parlare, solo per riprendere a succhiarmelo forsennatamente. Continuammo in quel modo per un bel po’; di quella notte, rammento soltanto che il mio cazzetto rimaneva costantemente duro e che lei non mi toglieva il sesso fradicio, che emanava effluvi stordenti, dalla bocca. Poi dormimmo abbracciati. La sera appresso, e poi nei restanti giorni, della settimana, mi volle far provare l’ebbrezza di metterglielo nella vagina: «Lo faccio per te tesoruccio. È giusto che tu provi questa esperienza, anche se quasi non lo sento, abituata come sono al cazzo grosso di mio marito; però lui non me la lecca ed invece tu si, ed anche bene, allora ti do un bel premio, così, dopo che avrai goduto dentro la mia patatona, me la succhierai. È vero gioia mia?» Aveva appena smesso di parlare, che la sentii ricominciare meravigliata: «Mamma mia! Ma che cosa succede? Mi stai facendo godere. Si! Si! Continua così, fai ancora più svelto, è troppo bello. Oddio, non lo credevo possibile!» E mentre pronunciava queste frasi, sentivo il viscoso ribollire degli umori, dentro la sua guaina viscida che mi trascinavano ad un fantastico orgasmo e dopo averlo raggiunto, mi ribaltai sulla schiena e ricominciammo con le bocche. Ormai ero diventato un esperto. Nel corso dei due anni a venire dovetti accontentarmi di qualche fugace pompino nel ballatoio di disimpegno fra un piano e l’altro; poi, quando s’era accorta che ormai eiaculavo, m’aveva detto: «Adesso basta!» «M’avevi promesso il culo...» «Non certo qui nelle scale.» Ed io avevo ripreso il gioco del cinque contro uno, fino a che, circa sei anni dopo, avevo potuto frequentare i casini, dei quali ero diventato un assiduo frequentatore. Navigavo già, e fra paga e mance, i soldi non mi mancavano. Nell’estate del 1911, avevo incontrato Gelinda, quand’ero già vestito da bersagliere, in partenza per la Tripolitania: «Mio marito fa il turno di notte.» M’aveva detto.. «Questa notte rincaso tardi; la passo con i commilitoni.» Dissi all’ora di cena, ai miei genitori, quando uscii, raggiunsi l’osteria, perché sapevo che loro sarebbero stati a guardarmi dal poggiolo, poi attesi che rientrassero per intrufolarmi nel portone. «Mantieni la promessa?» Chiesi a Gelinda, una volta che fui in casa sua. «Sì però non nudi e nel letto. Non sei più un bambino e se ci scoprono, non abbiamo scuse. Ti ho preparato un pacchetto con dei sigari e della cioccolata, così se ci sorprendessero, diremo che eri venuto a salutarmi prima di partire.» Versò due bicchieri di vino, ne bevemmo la metà, poi li posammo al fianco della bottiglia: «Sono quasi dieci anni che ho voglia della tua lingua.» Mi disse. «Ed io che sogno di farti il culo. Vediamo se è questo il momento che i desideri s’avverano.» Aggiunsi io. Gelinda, ormai trentenne formosa, si sollevò la veste e si sedette in pizzo al tavolo, di fronte a me, che stavo seduto sulla seggiola e m’appoggiò i piedi sulle cosce. Le fiche che avevo assaggiato dopo la sua, erano quelle al sapore di sapone disinfettante delle prostitute, così che, la vista del suo sesso carnoso, ma specialmente l’afrore degli effluvi che emanava, quasi mi stordirono. Allora mi buttai a lappargliela con la voracità d’un assetato che ha appena trovato una polla di fresca acqua; anche se la polla che sgorgava da Gelinda, faceva zampillare tiepidi umori. Gemeva intanto che si teneva divaricate le labbra della sua bella ficona, per darmi modo di leccargliela in profondità: «Lo sai Carletto, che dopo di te non me l’ha più leccata nessuno. Voi uomini siete tutti dei presuntuosi, convinti di farci godere solo col cazzo ed invece ti consiglio, di leccarcela sempre, fino a che non siamo noi a dire basta. Hai capito? Il cazzo dovreste darcelo soltanto quando ve lo chiediamo noi. Fai così e vedrai che chi ti prova continuerà a cercarti. Ma adesso basta parlare, continua così che sto già godendo. Dai lappamela bel maialone! Così come ti ho insegnato quand’eri il mio bambolotto, sì, continua ancora un po’. Bravo! Adesso succhiala! Assorbila! Morsicala! Lasciami i segni sulla carne, così mi ricorderò di te e di questa bella goduta..» Eseguii i suoi ordini e quando mi schiacciò, la faccia contro il suo sesso, le incastrai la lingua sotto il clitoride e premetti gli incisivi sui peli che lo ricoprivano, quindi cominciai quasi a masticarglielo, mentre le aspiravo tutta la fica dentro la bocca, tenendogliela imprigionata e scuotendo la testa da una parte all’altra, come fa un cane quando gli si contende un oggetto che ha in bocca. «Me la divori! La stai lacerando la mia miciona! Mi stai facendo male, però continua perché mi piace. Lo sai che per tutti questi anni non ho fatto altro che farmi dei ditalini pensando alla tua lingua. Sei un maestro ormai. Senti come spruzzo, ti sto annegando con la mia sborra. Si! Cosiii! Continua ancora un pochino Carletto e poi mi romperai il culo, che ho conservato vergine solo per te». Non esagerava dicendomi che mi stava innaffiando la bocca di smegna, lungo la mia lingua piegata a mo’ di tubo, scivolavano i liquidi che lei mingeva a profusione e che dovevo ingoiare intanto che continuavo a leccargliela. Poi emise un ultimo prolungato gemito d’estremo piacere e m’allontanò la testa: «Ho goduto troppo. Mi hai dato un orgasmo sovrumano. Ora prenditi il premio promesso.» Il mio cazzo castigato dentro la tela dei calzoni, non appena liberato schizzò in alto come un giocattolo a molla; Gelinda si calò con i piedi a terra, me lo insalivò per bene, poi si girò, appoggiando le tettone sul piano del tavolo e presentò al mio sguardo eccitato le sue stupende natiche, candide e sode: «Carletto, mettimelo un pochino nella fica così si lubrifica.» Mi disse ed io seguii il suo consiglio, incastrandoglielo nel fodero grondante, ma muovendomi piano perché ero ormai al massimo della sopportazione: « Non aver paura di farmi male.» Mi disse e vidi comparire le mani che divaricarono il solco fra i glutei, le unghie che si piantarono ai lati del pertugio, per allargarlo al massimo: «Adesso!» Bofonchiò con la bocca piena d’un lembo della sottana. Allora le appoggiai sull’osso sacro, la parte inferiore del glande, tenendoci premuto sopra il polpastrello d’un pollice, lo feci scivolare lungo la fenditura fra le chiappe, e non appena si congiunse all’ano, spinsi un po’ in avanti il bacino, imboccandoglielo. Fui sicuro che ci fosse ben incastrato, perché sentivo i suoi muscoli sfinterali che si contraevano e si rilassavano attorno ai bordi della cappella. A quel punto le dissi: «Sei pronta?» «Si! Aspetta che m’aggrappo ai bordi del tavolo, poi sfondami!» Non mi feci pregare, come la vidi ben ancorata, diedi un colpo che spostò il pesante mobile in avanti d’una decina di centimetri, intanto che l’asta le si conficcava tutta dentro, fino a che sentii i testicoli che le battevano contro le grasse labbra della fica ed allora cominciai l’andirivieni, intanto che avvertivo l’imminenza dell’orgasmo. Gelinda si liberò la bocca e cominciò a dirmi con voce sofferente: «Mi fai un male tremendo però è bello lo stesso. Sto godendo come una pazza. Aiutami a farmi un ditalino.» Le appoggiai le dita sopra le sue già posizionate sul clitoride e le muovemmo allo stesso furioso ritmo col quale l’inculavo. L’orgasmo deflagrò immenso e le vomitai nelle viscere litri di sperma, mentre lei sentendo il mio cazzo che sussultava, imprigionato nello stretto condotto, batteva la testa sul panno della sua stessa sottana, che le faceva da cuscinetto fra la fronte ed il piano del tavolo. Quando glielo tolsi dal culo, mi disse: «Sparisci Carletto! Ormai hai avuto tutto da me. Non voglio vederti mai più...» Cominciò a singhiozzare ed aggiunse: «…e guarda bene di non farti ammazzare.» Il comandante aveva terminato il racconto dicendomi: «Quando all’inizio del 1913 ritornai da Tripoli, Gelinda ed il marito erano emigrati da un anno in Argentina.» racconti erotici, scrittori, scrivere online, scrittori emergenti
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